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Yusra Mardini: il mare fuori (e dentro)

La nuotatrice siriana Mardini nel 2015 è fuggita dalla Siria su un barcone, trovando rifugio a Lesbo. Da lì, a piedi, ha raggiunto la Germania con la sorella Sarah. Nel 2016 e nel 2021 è riuscita a qualificarsi per le Olimpiadi nella squadra degli Atleti Rifugiati.

La sua storia è diventata addirittura un film, “The Swimmers” (Le nuotatrici), uscito nel 2022 e diretto da Sally El Hosaini, regista nata in Galles e cresciuta in Egitto. Fu grazie a quest’opera che milioni di persone tornarono a commuoversi come era accaduto nel 2016, quando il mondo scoprì Yusra Mardini e la sua esistenza così breve e già così terribile. Una storia che ha cambiato per sempre il suo destino, una storia a lieto fine, che oggi - a meno di un anno dall’annuncio del ritiro dall’attività agonistica - può raccontare con la serenità faticosamente ritrovata dalla sua casa in California, dove studia cinema, ha cambiato per sempre il suo destino.

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Dalla piscina alla guerra

Nei sonni più agitati, e capitano ancora, ritorna l’acqua del mare, quella che le fa ricordare la fuga disperata che avrebbe potuto concludersi in tragedia. Ma c’è anche un’acqua più dolce, a cui pensare con affetto: è l'acqua della piscina, quella che Yusra comincia a frequentare da piccola. Ha tre anni quando, nel 2001, papà Ezzat, allenatore di nuoto, la porta con sé, introducendola in un nuovo mondo. C'è anche Sarah, la sorella di tre anni più grande. Vivono a Daraya, settantamila abitanti, a otto chilometri da Damasco, di fatto un sobborgo della capitale della Siria. Con la loro mamma Mervat, fisioterapista, e Shahed, la sorellina più piccola. È una routine, tra allenamenti e gare, che viene sconvolta nel 2012. Fino a quel momento la rivolta contro il regime del presidente Bashar al-Assad si è sviluppata in altre zone del paese. A novembre le truppe lealiste lanciano un attacco a Daraya: l’assedio durerà quattro anni. 

La fuga dalla Siria

In quei giorni tutto cambia. Yusra deve convivere con la guerra, tra case bombardate e mancanza di cibo e di tutti beni indispensabili. I Mardini riescono a trasferirsi nella parte più sicura di Damasco, nella speranza di diventare parte di quei cinque milioni di profughi che - negli anni - fuggono dalla Siria. La decisione viene presa nell'estate 2015. È complicato scappare in cinque. Partono per prime le due figlie più grandi, insieme con due parenti maschi. Yusra ha diciassette anni, vuole riprendere in mano la propria vita. E vuole tornare a nuotare. Scappano a piedi fino a Beirut, raggiunta in un mese, quindi vanno in Turchia, dove si uniscono a un gruppo guidato da un contrabbandiere e destinato a imbarcarsi su un gommone. Destinazione Mitilene, sull'isola di Lesbo, la più vicina alla costa. Restano in un bosco per quattro giorni, senza mangiare, in attesa che si verifichino le condizioni migliori per affrontare quel tratto di mar Egeo che porta alla Grecia, largo una quarantina di chilometri. Si imbarcano in venti, per un viaggio che richiede meno di un’ora. Ma, a metà del tragitto, si rompe il motore e l'imbarcazione diventa instabile. I passeggeri buttano il bagaglio per alleggerire il gommone, mentre Yusra, Sarah e altri due compagni di viaggio si tuffano per dare stabilità e per non perdere la speranza. Afferrano una corda a testa, cominciano a nuotare. Lo fanno con le gambe, aiutandosi con il braccio libero. "Stavamo tirando per le vite di tutti - raccontò Yusra -. Per me era dura, con l'acqua salata che mi pungeva gli occhi". Sono tre ore e mezza di lotta, fino a quando non approdano a Lesbo. Yusra si ritrova senza calzature. Era partita con un paio di infradito: le prestano un paio di scarpe e ricomincia un altro viaggio. 

La nuova vita in Germania

Le due sorelle attraversano i Balcani nuovamente a piedi e, quando possono, in treno. Passano per Macedonia, Serbia, Ungheria e Austria. A settembre raggiungono Berlino, dove sono assegnate a un campo profughi. Yusra dorme sul pavimento, ma adesso sa di essere salva. E scopre che lì vicino c'è una piscina. Non una qualunque, ma quella costruita per le Olimpiadi del 1936. Incontra Sven Spannekrebs: l’allenatore crede in lei e la convince a prendere di nuovo sul serio l’impegno con il nuoto agonistico, che nel 2012 l'aveva condotta fino a Istanbul, ai Mondiali in vasca corta. Deve rimodellare il fisico e ritrovare il tono muscolare, perso in anni senza allenamento. Il tecnico la incoraggia, le dice che la tecnica è rimasta intatta. Yusra si sveglia alle sei: piscina, scuola, palestra, di nuovo piscina. Sarah, invece, abbandona l’attività. Il resto della famiglia è riuscito a compiere a sua volta il pericoloso viaggio: i Mardini si riuniscono, finalmente, a Berlino. 

In vasca a Rio de Janeiro

Yusra ha le idee chiare. Nel novembre del 2015, quando la intervistano, risponde: "Sogno l'Olimpiade". Lei e Spannekrebs pensano a Tokyo 2020 (che poi, per la pandemia, slitterà di dodici mesi): il lavoro costante e continuo anticipa i tempi e fa cogliere l'occasione proposta dal Comitato Olimpico Internazionale che, a Rio de Janeiro 2016, stanzia due milioni di dollari per allestire una squadra chiamata Atleti Olimpici Rifugiati. Non è beneficenza, perché occorre rispettare i minimi richiesti per poter essere ammessi ai Giochi. Yusra ci riesce, è un momento speciale: "Voglio che tutti i rifugiati siano orgogliosi di me. Voglio incoraggiarli, dimostrare che, anche se abbiamo avuto un duro viaggio, possiamo raggiungere qualcosa". Il 5 agosto, dopo tre ore di sfilata, la singolare squadra entra nello stadio Maracanã, penultima a presentarsi prima del Brasile padrone di casa. Sono in dieci: cinque dal Sud Sudan, due dalla Repubblica Democratica del Congo, uno dall'Etiopia e due dalla Siria. Entrambi nuotano: Rani Anis, cresciuto e fuggito da Aleppo, e Yusra Mardini, che la mattina dopo è subito in piscina. Vince la batteria dei 100 farfalla, che comprende cinque atlete, ma non è sufficiente per qualificarsi. Gareggia in 1’09”21, la svedese Sara Sjöström conquisterà l'oro in 55”48. Ma le basta: "È stato tutto fantastico, l’unico obiettivo che ho sempre avuto è stato competere in una Olimpiade. Sono scappata a una guerra su una barca che stava affondando, ora posso fare tutto. E ho imparato la pazienza: nel nuoto può servirti un anno per andare più veloce di un secondo oppure cinque per entrare in forma".  

Il nuoto è una casa 

Un messaggio che Yusra ripete a settembre, all'Assemblea generale dell'Onu, dove incontra il presidente statunitense Barack Obama e papa Francesco. Non è soltanto una ragazza sfuggita agli orrori della guerra, adesso. È un simbolo di speranza che diventa ambasciatrice dell’Unhcr, l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i rifugiati, ed è ricordata con una targa al Giardino dei Giusti di Milano. L’anno dopo, riesce a qualificarsi per le Olimpiadi di Tokyo, sempre nella squadra dei Rifugiati. Quindi, la scelta di abbandonare l’attività agonistica, nel giugno 2023, annunciata su Instagram: "Il nuoto mi ha dato molto: stabilità nei momenti più difficili, forza attraverso le lezioni di vita che ho imparato, mi ha insegnato determinazione e disciplina, e soprattutto, mi ha regalato amicizie che porterò con me per sempre. Il nuoto è stato una casa per me quando non ne avevo una".