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Věra Čáslavská, la ginnasta che disse no al regime cecoslovacco

Věra Čáslavská è stata la stella della ginnastica artistica alle Olimpiadi. Nel 1968 fu protagonista di una protesta muta sul podio, in solidarietà con chi soffriva a Praga.

Non è una novità l'irruzione della politica nei Giochi olimpici. Nazionale come internazionale. Nel 1936 Adolf Hitler e il Partito nazista si impossessano della manifestazione ospitata a Berlino: diventa la vetrina del regime che, pochi anni dopo, scatenerà la Seconda guerra mondiale nel suo delirio di onnipotenza. Taiwan non si presenta a Helsinki 1952 per protestare contro l'ammissione della Cina. Clamoroso è, invece, quanto accade a Melbourne nel 1956, in una edizione disputata quando in Europa è inverno. Il 6 dicembre si affrontano Ungheria e Unione Sovietica nel torneo di pallanuoto, la prima è stata invasa un mese prima dalla seconda per porre fine alla rivoluzione di Budapest, tentativo di sfuggire al controllo oppressivo di Mosca e del Partito comunista. In piscina la partita si trasforma in una lotta corpo a corpo, gli ungheresi vogliono vendicarsi nei confronti di chi li ha repressi con la forza. L'acqua si tinge di rosso, la partita passa alla storia come il "bagno di sangue". L'Ungheria vince 4-0 e il giorno successivo bissa l'oro di Helsinki.

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IL VERDETTO SCANDALOSO DELLA GIURIA

Dodici anni dopo siamo all'Auditorio Nacional di Città del Messico, dove risuonano le note dell’inno sovietico. È il 25 ottobre 1968, svetta la bandiera rossa con falce, martello e stella. Sul podio Věra si volta verso destra in maniera ostentata, lo sguardo fisso a terra. Una protesta silenziosa che avrà conseguenze pesantissime. non c'entra il verdetto della giuria, che ha evidentemente favorito due rappresentanti dell'Unione Sovietica, Natal'ja Kučinskaja e Larisa Petrik, nella trave e nel corpo libero: la prima ha vinto la competizione, la seconda ha condiviso l’oro con Věra. Lei è Věra Čáslavská, ventisei anni, cecoslovacca. È la più forte ginnasta del mondo, la favorita d'obbligo all'Olimpiade 1968. A Tokyo, nel 1964, è stata la numero uno nel concorso individuale, nel volteggio e alla trave, sfiorando l'oro nella gara a squadre. Non perde una competizione da quattro anni, è una stella riconosciuta dello sport. A Città del Messico colleziona altre tre medaglie d'oro, le parallele si sostituiscono alla trave, in cui arriva un argento da tutti ritenuto una manovra per favorire l'avversaria. In un primo tempo la giuria le aveva addirittura attribuito un punteggio più basso, poi modificato dopo la protesta del pubblico, ma non abbastanza sufficienza per superare Kučinskaja.

LA PRIMAVERA DI PRAGA

Ma nel cuore di Věra non c'è soltanto l'amarezza per il torto subito, sa bene che i voti possono indirizzare le medaglie quando in uno sport c'è la giuria. Più forte è il dolore per la dinamica, perché sono state favorite due atlete di quella nazione che, due mesi prima, aveva nuovamente invaso un Paese alleato del Patto di Varsavia. Dopo l'Ungheria tocca alla Cecoslovacchia, che aveva vissuto la breve stagione della Primavera di Praga, illudendosi di poter vivere un comunismo dal volto umano, incarnato da Alexander Dubček, il nuovo segretario del partito. Una utopia cui mettono fine i carri armati. Čáslavská non ha vissuto solamente di sport, alternando il pattinaggio su ghiaccio alla ginnastica artistica. È anche impegnata nel sociale e nella politica. Firma il Manifesto delle duemila parole, pubblicato dallo scrittore Ludvík Vaculík. È un significativo atto di dissenso nei confronti del regime cecoslovacco, il più ottusamente fedele a Mosca in quegli anni. La persecuzione non guarda in faccia a nessuno. Uno dei firmatari è Emil Zátopek, straordinario campione di atletica leggera, quattro medaglie d'oro tra Londra e Helsinki, dove vince, in pista, 5.000 e 10.000 metri e, in strada, la maratona. È l'unico a riuscirci in una sola edizione dei Giochi. Lo mandano a lavorare nelle miniere di uranio. Věra si rifugia tra le montagne della Moravia. Non ci sono palestre per allenarsi: corre per i sentieri del bosco, sostituisce la trave con un albero caduto e i pesi con i sacchi di patate. Il regime pensa di non mandarla ai Giochi, ma sarebbe un'autorete clamorosa, vista la fama della ginnasta.

MEDAGLIE, MATRIMONIO E... VENDETTA

Věra, in Messico conquista il pubblico al corpo libero, sulle note del “Ballo del sombrero”, una danza popolare di quella terra. Il tifo è aperto e caloroso. Come abbiamo visto, porta addirittura alla modifica del verdetto della giuria. «Sul podio non pensavo a niente. Ho distolto lo sguardo dalla bandiera e ho abbassato la testa. Un gesto istintivo, venuto fuori dal cuore e dall’anima», racconterà molto più tardi Čáslavská. Non solo lo sport, ma anche l'amore. Il giorno dopo le competizioni olimpiche si sposa con il mezzofondista Jozef Odložil: diecimila messicani assistono alla cerimonia, la ginnasta cecoslovacca è una di loro. In patria l'attende la vendetta cieca di chi comanda: basta competizioni e basta viaggi all'estero. Non può neache lavorare. Si adatta a fare le pulizie nelle case di amici e allena di nascosto alcune ragazze, che sanno di avere in lei una maestra senza eguali. La situazione migliora quando un funzionario della federazione di atletica leggera la nomina consulente tecnico: «Se avessi rinnegato quella speranza, la gente che credeva nella libertà avrebbe perduto fiducia e coraggio. E io volevo che conservasse almeno la speranza».

RITORNO ALLA LIBERTÀ CON HAVEL

Potrà tornare soltanto dieci anni più tardi nell'amato Messico, dove vive per due anni. Alla caduta del Muro di Berlino e dei vari regimi comunisti nel 1989, il presidente Václav Havel LA chiama nello staff come consigliera. Quindi diventa presidente del Comitato olimpico ceco e membro di quello internazionale. Ma Čáslavská non sta bene, non riesce a godersi il ritorno a una vita libera: combatte una sfida impari contro la depressione causata dalla persecuzione subita e dalla tragica morte del fratello

Vaclav, per le torture della polizia politica. Nel 1987 si è separata da Jozef, che nel 1993 muore dopo un violento litigio con il figlio Martin, condannato a quattro anni di carcere e poi graziato. Nel 2016, all’età di 74 anni, Věra si congeda dal mondo per un tumore al pancreas. La bellezza del gesto e la straordinaria determinazione sono la sua eredità per le donne chiamate a lottare per i diritti.