Silvia Turani: il rugby come una terapia
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Il rugby, per lei, è stato una terapia. Quando l’ha scoperto, Silvia Turani veniva dai delicati anni di un’adolescenza vissuta tra anoressia, bulimia e binge eating. Era in Spagna per l’Erasmus e una ragazza la invitò a un allenamento: al termine le disse che quello sport non faceva per lei. Mai affermazione fu più incauta e inesatta: va detto che, anni dopo, le scrisse per complimentarsi. Ritornata in Italia, Turani al terzo anno di università fu convinta a tentare un provino con il Colorno, a una cinquantina di chilometri da Parma, dove viveva dopo essersi trasferita dal suo paese, Grumello del Monte, in provincia di Bergamo. Si presentò in leggins e scarpe da tennis: episodio per il quale ancora viene presa in giro. Però fu in quella circostanza che capì non soltanto il suo talento, ma anche che quell’ambiente faceva per lei: «Ho trovato una grande rete umana, un gruppo con cui condividere gioie e dolori. Quello di cui avevo bisogno».
IL CAMBIAMENTO RADICALE
Era il 2016 e la sua vita stava per cambiare radicalmente. Già nella stagione successiva debuttò in Nazionale, a Biella contro la Francia, e conquistò lo scudetto dopo la finale persa l’anno precedente, in entrambe le occasioni contro il Valsugana. Nel 2019 arrivò la telefonata più inaspettata: una convocazione per le Barbarians. Ora, solo chi conosce il rugby può capirne il significato. Basti dire che non era mai successo che un’italiana fosse chiamata e che, da allora, non è accaduto a nessun’altra. Nato in Inghilterra nel 1890, è un club - maschile e femminile - che non partecipa a un campionato né ha tesserati. I giocatori vengono invitati dal presidente e dal segretario: scendono in campo in maniera dilettantistica, indossando la maglia della società ma con i calzettoni della propria squadra di provenienza. Affrontò il Galles al Millennium Stadium di Cardiff. «Mi sono trovata con atlete viste solo come idoli su Instagram. Sono partita senza sentirmi all'altezza, ma alla fine me la sono gustata».
SEMPRE PIÙ SU
Era soltanto l’inizio della sua esperienza all’estero: l’anno dopo, mentre completava gli studi nella Grenoble École de management, venne tesserata dalle Amazons, anche se un infortunio al crociato la mise fuori causa: «Ho dovuto gestire il recupero da sola e ho capito che in Francia non c’era la professionalità in cui speravo». Durante la riabilitazione, per capire lo spirito di Silvia, scelse di lavorare nell’azienda del padre. Ma ovviamente la mente restava proiettata sul rugby. Tornò al Colorno, partecipò alla Coppa del Mondo in Nuova Zelanda e poi accettò il trasferimento in Inghilterra, prima nelle Exeter Chiefs e quindi nelle Harlequin Ladies. Una destinazione non da tutte perché, dopo la Brexit, per giocare nella Premiership è necessario un visto che si ottiene soltanto se si è un’atleta di livello internazionale. Un’ascesa costante, che l’ha portata quest’anno a essere inserita (con un’altra azzurra, Aura Muzzo) nel Team of the Tournament del Sei Nazioni, ovvero la formazione ideale della prestigiosa
competizione.
FORZA E POTENZA
Turani gioca nel ruolo di pilone, il cui compito è sostenere il tallonatore durante la mischia garantendo forza e potenza e fornire un aiuto ai saltatori nell’azione di touche. Nel gioco aperto i piloni sono spesso chiamati a effettuare il "lavoro sporco", come recuperare palloni vaganti. Insomma, un ruolo delicato che richiede determinate caratteristiche: le stesse che Silvia ha dimostrato superando i disturbi legati all’adolescenza, la difficile ripartenza dopo l’infortunio e calandosi in realtà così diverse e così difficili. Adesso il nuovo step sarà al Mondiale che si disputerà dal 22 agosto al 27 settembre proprio in Inghilterra, dove le azzurre nel girone eliminatorio affronteranno la fortissima Francia, il Sud Africa e il Brasile.
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