Shelly-Ann Fraser-Pryce, la signora della velocità
Shelly-Ann Fraser-Pryce è il volto vincente sui 100 metri piani: dal 2008 a oggi ha mancato una sola volta il podio tra Giochi Olimpici e Mondiali. A Parigi per la quinta Olimpiade.
Ogni volta che si presenta ai blocchi di partenza propone un colore di capelli differente. Dal nero originario può trasformarsi in viola, rosso fuoco, blu elettrico, verde fino a un calippesco arancione-giallo. Ogni volta che si presenta ai blocchi di partenza le avversarie sanno che un posto sul podio sarà sempre suo. Shelly-Ann Fraser-Pryce irrompe nel mondo della velocità al femminile nel 2008, ai Giochi di Pechino. Il 17 agosto scatta come solo lei sa fare e taglia il traguardo dei 100 metri piani davanti a tutte. Il giorno prima era toccato a Usain Bolt. Due giamaicani, due formidabili atleti nati nel 1986, a pochi mesi l'uno dall'altra: Usain il 21 agosto, Shelly-Ann il 27 dicembre. Entrambi alla prima medaglia olimpica, entrambi destinati a dominare la velocità, da soli e in staffetta. Usain signoreggia anche sui 200, distanza che Shelly-Ann frequenta con risultati importanti. E con una differenza sostanziale. Lui ha smesso di correre nel 2017, lei ha dato appuntamento a Parigi, quando si presenterà per la quinta volta ai Giochi. Poco prima di compiere 37 anni e pronta a rendere dura la vita ad avversarie altrettanto talentuose, ma con parecchi anni in meno.
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SULLA PISTA A PIEDI NUDI
Per dare un'idea del valore di Fraser-Pryce basta un dato. Dal 2008 a oggi, tra Mondiali e Olimpiadi, ha mancato il podio una volta sola: nel 2011, quarta al Mondiale di Taegu, in Corea del Sud. Mamma Maxine Simpson le ha trasmesso la passione per l'atletica (è una ex velocista, con esperienze anche nel salto in lungo) e la determinazione nell'affrontare la vita: è una venditrice ambulante, che si dedica con forza all'educazione dei tre figli. Crescono a Waterhouse, quartiere periferico della capitale Kingston, in cui la povertà si accompagna alla violenza. «Mia madre è uno dei motivi principali per cui corro: anche lei correva e ha smesso perché è rimasta incinta di Omar, mio fratello maggiore. Le voglio bene perché, quando non c'era nessun altro, ha sempre fatto in modo di provvedere a noi», racconta Fraser-Pryce. Frequenta la George Headley Primary School, a 10 anni partecipa alle prime gare presentandosi a piedi nudi. Decisivo è l'incontro con Steven Francis, suo allenatore fino al 2016. Intravede le potenzialità di una ragazza esplosiva in partenza (la chiamano Pocket Rocket, perché distribuisce questa potenza su appena 152 centimetri di altezza), ma che deve migliorare tecnicamente: è sbagliata la postura. Fraser-Pryce non si sottrae al lavoro su se stessa, anzi. Entra nell'Mvp (Maximising Velocity and Power) Track & Field Club, quello che ha espresso un altro campione come Asafa Powell. E si trasforma a sua volta in campionessa. A Pechino è la prima giamaicana a conquistare l'oro sui 100 ai Giochi, nel 2009 si ripete al Mondiale di Berlino ed è un altro record: prima donna contemporaneamente campionessa olimpica e mondiale.
LA RISPOSTA FEMMINILE A BOLT
Diventa la risposta femminile a Bolt, ritagliandosi uno spazio importante nel confronto con un ingombrante compagno di squadra, sempre richiesto per interviste e spot pubblicitari. Lo spiega bene un episodio svelato dopo l'oro di Berlino. Il 16 agosto Bolt vince i 100 metri, il giorno dopo tocca a lei. Le chiedono se quel successo sia stato fonte di ispirazione. Replica: «Ieri ho inviato un messaggio a un amico, dopo aver visto Usain vincere. "Questo ragazzo non è umano", gli ho scritto. Poi ho pensato: ok, quello era Usain, domani è il mio momento». Un momento che Shelly-Ann ripete con frequenza. Da Pechino 2008 in poi aggiunge sempre una medaglia mondiale e olimpica alla sua collezione nelle gare sui 100 (Taegu esclusa). A queste si aggiungono le staffette e i 200 piani per un impressionante totale di 13 ori, 9 argenti e 2 bronzi. E, per gradire, anche un Mondiale indoor sui 60 nel 2014 a Sopot, in Polonia, più varie medaglie ai Giochi del Commonwealth e a quelli Panamericani. Ma se gli ori luccicano, Fraser-Pryce ama particolarmente un bronzo olimpico, giunto dopo i primi posti consecutivi di Pechino e Londra. È quello di Rio de Janeiro, in un 2016 condizionato da un'infiammazione all'alluce. Vince la semifinale, ma lascia la pista piangendo e zoppicando. Eppure il 13 agosto riesce a salire lo stesso sul podio, dietro alla connazionale Elaine Thompson e alla statunitense Tori Bowie: «È stata la cosa più grande che ho mai fatto».
LA MATERNITÀ E IL RITORNO
Incrocio con Thompson che torna nel 2019. Nel marzo 2017 Fraser-Pryce ha annunciato che avrebbe rinunciato all'appuntamento mondiale di Londra. Attende un figlio, è Zyon che nasce il 7 agosto: il giorno prima ha seguito la finale dei 100 piani donne in televisione. Si sottopone a un taglio cesareo, un intervento con conseguenze importanti sul fisico di un'atleta. Torna ad allenarsi dopo undici settimane, i bendaggi speciali le stabilizzano lo stomaco. Deve recuperare la forza del tronco, necessaria per essere esplosiva ai blocchi, ogni giorno fa i conti con il dolore. Tiene duro, a maggio 2018 torna in pista, il 29 settembre è in finale al Mondiale di Doha. Vince l'oro e, dopo cinque confronti diretti, batte per la prima volta Thompson. Fa il giro dello stadio con Zyon, «spero di dare ispirazione allle donne che stanno pensando di formare una famiglia o che la stanno formando e si chiedono se possono tornare indietro». Da Pocket Rocket a Mommy Rocket. Nel 2020 un altro passaggio fondamentale, si congeda da Francis e il nuovo allenatore è Reynaldo Walcott. L'obiettivo è Tokyo, rimandato di un anno causa pandemia. Vince l'argento in un podio tutto giamaicano (prima Thompson e terza Shericka Jackson), una squadra formidabile che conquista l'oro nella 4x100. Pensava di ritirarsi dopo i Giochi, decide di andare avanti. Nel 2022, a Eugene negli Stati Uniti, altre tre medaglie. Nei 100 festeggiano le solite tre (Shelly-Ann vince davanti a Jackson e Thompson) e arrivano gli argenti nei 200 e nella 4x100, cui fanno seguito il bronzo sui 100 e un altro argento nella 4x100 al Mondiale di Budapest 2023, in una stagione resa complicata da un problema al ginocchio. Sulla distanza che ama si confronta con il talento emergente della velocità. È Sha'Carri Richardson, assente a Tokyo per una squalifica legata a una controversa vicenda di cannabis. Ha quattordici anni e mezzo in meno, è un fenomeno della pista. Sarà l'avversaria con cui si confronterà a Parigi. Questa, sì, l'ultima Olimpiade: «Voglio mostrare alla gente che ti fermi quando decidi, voglio finire alle mie condizioni. Poi Zyon ha bisogno di me. Io e mio marito Jason stiamo insieme da prima che vincessi nel 2008. Si è sacrificato per me, siamo una squadra. Grazie a questo supporto sono stata in grado di fare quanto ho fatto in questi anni. Ora devo fare qualcosa io per loro». E non solo per loro. Con la Pocket Rocket Foundation raccoglie risorse per giovani giamaicani, un sostegno che ha avuto un impatto positivo sulla vita di 73 studenti-atleti. Come disse dopo Berlino: «Una volta campione, sempre campione».