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Sha’Carri Richardson, più veloce del destino

Sha’Carri Richardson, più veloce del destino
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La statunitense nel 2023 vinse i 100 metri di atletica leggera nei Mondiali dopo essere stata esclusa dalle Olimpiadi di Tokyo per uso di cannabis. Abbandonata dalla madre quand’era piccolissima, non ha mai conosciuto il padre. Una ribelle dal talento purissimo.
di Sandro Bocchio & Giovanni Tosco

Le Olimpiadi di Tokyo sono le uniche a essere state disputate in un anno dispari, per via del Covid che costrinse a spostarle dal 2020 al 2021. Da questa edizione in programma a Parigi si ritorna alla normalità, cominciata nel 1896 ad Atene e interrotta soltanto per le due guerre mondiali. A Tokyo, nel 2021, la grande favorita della gara più importante della regina dei Giochi - i 100 metri di atletica leggera - era Sha’Carri Richardson, nata nel 2000 a Dallas e cresciuta con la nonna in una casa fatiscente, senza servizi igienici, dopo che la madre, tosscodipendente, l’aveva abbandonata non rivelando mai chi fosse il padre.  

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Le crisi di panico e la cura proibita

Ha sempre corso veloce, velocissima, in una vita difficile, complicata, nella quale, ai tempi delle scuole superiori, aveva tentato il suicidio perché vittima di continui episodi di bullismo contro i quali nessun insegnante aveva mosso un dito. Nel giugno del 2021, una settimana prima dei Trials (le prove che negli Stati Uniti servono per scegliere chi parteciperà alle Olimpiadi), una giornalista confidò a Richardson che la madre era morta. Le scesero le lacrime: "Non l’ho mai conosciuta, però è stata lei che mi ha messo al mondo, no?". La tragica notizia la destabilizzò e per contenere le crisi di panico da cui veniva colta fece uso di marijuana, spiegò quando le arrivò la comunicazione che la sua vittoria ai Trials in Oregon non sarebbe servita a nulla perché al test antidoping era risultata positiva al THC, uno dei maggiori principi attivi della cannabis. Che l’uso di marijuana fosse legale nell’Oregon e che in tre dei principali sport professionistici americani - il football americano, il baseball e l’hockey su ghiaccio - fossero state sospese le sanzioni per chi si faceva le canne non contava nulla. Le regole della Wada, l’agenzia mondiale antidoping, sono queste anche se da tempo è stato dimostrato che la marijuana non migliora la prestazione sportiva. "Io lo sapevo perfettamente e quindi sapevo a quali rischi andavo incontro. Ma ho scelto di utilizzare la cannabis lo stesso", spiegò senza accampare scuse o fantasiose ricostruzioni come tanti atleti hanno fatto quando vengono sorpresi. "Chiedo scusa ai miei fan, alla mia famiglia, ai miei sponsor. Sono un essere umano".  

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Nessuna resa, mai

Scontata la squalifica, riprese a gareggiare, avendo sempre accanto la fidanzata, che aveva pubblicamente ringraziato dopo il successo nei Trials. Si era allenata con regolarità, consapevole che lo sport l’avrebbe potuta aiutare a superare l’ennesimo momento negativo della propria esistenza. Correre veloce, velocissima, era una cosa che le era sempre riuscita bene. E dunque, perché mai arrendersi per quello che, dentro di sé, riteneva un semplice intoppo? I suoi capelli colorati, le unghie lunghissime per omaggiare Florence Griffith, straordinaria velocista statunitense cresciuta anche lei in un ambiente difficile e morta ad appena trentotto anni a causa di una crisi epilettica che la colpi durante il sonno, il suo modo spontaneo e per qualcuno spregiudicato di essere le avevano assicurato una popolarità clamorosa. Così, allla 19ª edizione dei Campionati mondiali di atletica leggera, in programma a Budapest nel 2023, la curiosità nei suoi confronti era altissima. Le favorite, chiaramente, erano altre, soprattutto due giamaicane: Shelly-Ann Fraser-Pryce, campionessa in carica avendo conquistato il titolo l’anno prima in Oregon, e Shericka Jackson, che il 7 luglio aveva stabilito il record stagionale con 10”65. Nelle batterie di qualificazione, Richardson stabilì la miglior prestazione con 10”92, ma nelle semifinali rischiò seriamente di essere eliminata, avendo concluso soltanto al terzo posto, alle spalle di Jackson e della ivoriana Marie-Josée Ta Lou, altra pretendente al titolo. Il tempo di 10”84 le consentì di accedere alla finale e di tirare un grosso sospiro di sollievo. "Dovrò correre nella corsia 9, l’ultima, e non è il massimo perché ti trovi senza punti di riferimento. Ma a quanto pare questo è il mio destino", commentò il giorno dopo. 

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Sul tetto del mondo con la nonna

Il 21 agosto, alle 21.55, si disputò la finale. Nelle corsie centrali c’erano Jackson e Fraser-Pryce e quasi nessuno si azzardava a immaginare una vincitrice differente. Poco prima della partenza, Sha’Carri cercò in tribuna la nonna Betty, la donna con cui era cresciuta e che tanti sacrifici aveva fatto. Sorrise. Questa volta aveva lasciato che a spiccare per i capelli colorati fossero le avversarie, gialli e verdi come la bandiera della Giamaica quelli di Fraser-Pryce, porpora Jackson. I suoi erano neri, con le treccine afro. Si sistemò ai blocchi di partenza. La partenza fu buona, ma a risultare devastante per le avversarie fu la progressione. I 100 metri si corrono d’un fiato, in dieci secondi si decidono i destini. Sha’Carri tagliò il traguardo e poi alzò gli occhi verso il tabellone. Lo sguardo incredulo, meravigliato, le mani a proteggere il viso, le lacrime. Aveva vinto. Aveva vinto con il tempo di 10”65, nuovo record dei Mondiali, e aveva preceduto di sette centesimi Jackson e di dodici centesimi Fraser-Pryce. Una gioia composta, non sfrenata come spesso succede. Le dita a indicare il cielo, poi il giro di pista con la bandiera statunitense sulle spalle. Infine, la corsa da nonna Betty. "Non scorderò mai quell’attimo. Abbracciare lei è stato molto meglio di vincere qualsiasi medaglia. Nonna è la mia superdonna, la mia corazza". Cinque giorni dopo, fece il bis, aggiudicandosi con Tamari Davis, Twanisha Terry e Gabrielle Thomas l’oro nella 4x100. Il mondo, finalmente, era ai suoi piedi.