Nawal El Moutawakel, la fiammella delle donne arabe
È stata la prima musulmana a vincere la medaglia d’oro ai Giochi Olimpici. Trionfò nei 400 ostacoli a Los Angeles nel 1984, a pochi giorni dalla morte del padre, che l’ha sempre sostenuta nella sua attività sportiva. La telefonata del re Hassan II.
Per le donne della sua terra, della sua religione, sarà sempre la fiammella da cui tutto è cominciato. È sufficiente guardare su YouTube il video che testimonia la sua vittoria nei 400 ostacoli ai Giochi di Los Angeles del 1984, prima donna africana e musulmana a salire sul gradino più alto del podio, e andare a leggere i commenti per rendersi conto di quanto sia attuale la figura di Nawal El Moutawakel, malgrado da quell’impresa siano passati esattamente quarant’anni. Grazie a lei, per la prima volta si sentirono le note dell’inno del Marocco durante una premiazione olimpica: già, perché nessun uomo ci era riuscito in precedenza.
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Una ragazza predestinata
Deve molto ai genitori, Nawal, perché sono stati loro a insistere affinché lei e i fratelli si impegnassero fin da bambini nello sport. A Casablanca, dove è nata il 15 aprile 1962, eccelle nell’atletica leggera, e in particolare negli ostacoli, anche se vince pure una corsa rimasta nella storia: la prima competizione in una nazione musalmana alla quale partecipano decine di migliaia di donne. Nel 1982 conquista il titolo africano al Cairo, l’anno dopo raggiunge le semifinali ai Mondiali di Helsinki e si impone nei Giochi del Mediterraneo di Casablanca. È avvicinata da un talent scout della Iowa State University, che le offre una borsa di studio in Educazione fisica e Fisioterapia. Il padre è riluttante, in un primo momento: Nawal è giovane e lo preoccupa il fatto che si trasferisca tanto lontano. Però non può negare che si tratti di un’occasione importante, per l’attività sportiva ma anche, più in generale, per il futuro della ragazza. E così, dopo qualche giorno di riflessione, si dice favorevole. I progressi di El Moutawakel, già costanti fino a quel momento, hanno una decisa impennata nel momento in cui viene a contatto con i tecnici dell’Iowa, che le consentono di esprimere il meglio di se stessa. Il titolo universitario conquistato in California è nulla rispetto a quanto succede pochi mesi dopo a Los Angeles.
La terribile tragedia
Ma Nawal arriva ai Giochi al termine di un periodo terribile. Appena una settimana dopo la sua partenza, il padre muore in un incidente stradale. Per tre mesi nessuno ha il coraggio di darle la terribile notizia. Quando chiede di lui, la madre e i fratelli inventano scuse. Temono che il contraccolpo psicologico possa essere devastante. "Mi arrabbiai molto quando finalmente me lo dissero, ma il dolore prese il sopravvento su tutto". Cerca di concentrarsi sull’atletica, Nawal, si convince che il modo migliore per ricordare il padre sia diventare sempre più brava, sempre più veloce. E ci riesce. Il 28 luglio sfila con la delegazione del Marocco durante la spettacolare cerimonia inaugurale: è un’edizione mutilata per l’assenza dei Paesi dell’Europa dell’Est (con l’eccezione della Romania), una ritorsione al boicottaggio degli Stati Uniti e di molte nazioni occidentali quattro anni prima a Mosca. Alle Olimpiadi le prove di atletica leggera si disputano la seconda settimana. Così Nawal deve aspettare il 5 agosto prima di scendere in pista e superare con facilità le qualificazioni e, il giorno dopo, le semifinali. Mercoledì 8 c’è la finale. El Moutawakel è in terza corsia: la partenza perfetta le consente di portarsi subito al comando e di arrivare sul rettilineo conclusivo con un margine di vantaggio sufficiente per resistere alla rimonta della grande favorita - la statunitense Brown, che sul filo di lana supera la romena Cojocaru e ottiene l’argento - e stabilire il primato olimpico con 54”61. Al momento della premiazione, Nawal si sistema la tuta, si perde nell’osservare la folla del Memorial Coliseum, si asciuga in maniera quasi furtiva le lacrime. Sorride. È diventata un’eroina per le musulmane, adesso.
"Parigi è un'altra vittoria di noi donne"
In pochi mesi riceve migliaia di lettere di donne che non soltanto si complimentano, ma la ringraziano per un’impresa che rappresenta, in qualche modo, un atto di liberazione per tutte loro. Conoscere il suo indirizzo non è un problema. È sufficiente che sulla busta ci sia scritto Nawal El Moutawakel, Marocco. "Ho corso al tuo fianco", è il messaggio ricorrente. La sua carriera di atleta termina qui, perché i guai fisici non le consentiranno di gareggiare ancora a lungo ad alto livello. Ma l’impegno nello sport è appena all’inizio. Già l’anno dopo diventa membro della federazione mondiale di atletica leggera e nel 1998 entra nel Comitato olimpico internazionale. Fa parte della commissione che sceglie le città olimpiche del 2012 e del 2016, le viene assegnato il ruolo di portabandiera del Marocco nella cerimonia inaugurale dei Giochi invernali del 2006 a Torino, sei anni più tardi è tra le tedofore delle Olimpiadi di Londra. Ora attende con ansia la cerimonia inaugurale di Parigi: "Assisteremo, assisteremo, ai primi Giochi Olimpici nei quali sarà raggiunta la parità di genere, con lo stesso numero di atleti maschi e femmine. Un’altra grande vittoria di noi donne".