2 minuti di lettura

Nausicaa Dell’Orto: più forte di tutto (e di tutti) grazie al football americano

Nausicaa Dell’Orto 

Nausicaa Dell'Orto ha lottato con un padre che la picchiava e le gettava l’attrezzatura nella spazzatura e un presidente che non ne voleva sapere di creare una squadra femminile. Ora è capitana della Nazionale femminile, produce contenuti per documentari e trasmissioni e collabora con associazioni che combattono la violenza di genere.

Da piccola, si era dedicata alla danza, al tennis, alla ginnastica artistica. Però niente l’aveva realmente appassionata. Fino a quando si ritrovò a una partita di football americano nel ruolo di cheerleader. E fu una folgorazione. Non per le coreografie delle cheerleader, ovviamente, ma per quello che accadeva in campo. «Io voglio giocare a football», pensò Nausicaa Dell’Orto, che all’epoca - era il 2011 - aveva diciassette anni. Ne parlò con alcune amiche, anche loro appassionate. Andarono dal presidente della squadra di Milano, che rise: «A malapena sapete giocare a calcio, figuratevi a football». Non si persero d’animo. Cominciarono ad allenarsi al Parco Sempione, con il padre di una delle ragazze a fare da coach. Da un garage spuntò dell’attrezzatura datata ma che, date le circostanze, andava benissimo. Le sfide cominciarono a diventare serie e, quando a Milano arrivò il team di Bologna, c’erano quattrocento persone ad assistere al match: e a fare un tifo indiavolato. Vinsero e a quel punto il presidente decise che forse aveva preso un cantonata. La storia del football americano tricolore era cominciata.

"Una femmina arbitro? Che vada a fare gli gnocchi": insulti sessisti all'arbitra sedicenne in diretta YouTube

OBIETTIVO CINA

Oggi Dell’Orto ha trentuno anni, è capitana della Nazionale che parteciperà ai Giochi Olimpici di Los Angeles 2028 per disputare il torneo “flag”, ovvero senza contatto, versione alternativa che sta riscuotendo molto successo anche a livello maschile. Ma, prima, sarà protagonista dei World Games, che si terranno dal 14 al 17 agosto di quest’anno a Chengdu, in Cina. Il percorso di Nausicaa - il cui nome si deve alla madre, insegnante di italiano, storia e geografia alle scuole medie e grande appassionata di epica - è stato complicato, e non soltanto per il maschilismo del presidente citato e di chissà quanti altri uomini incontrati negli anni sui campi. Il primo problema l’aveva in casa: il padre, quando scoprì che aveva cominciato a giocare a football, cominciò a picchiarla, a gettarle caschi e paraspalle nella spazzatura. Una situazione insostenibile, che l’ha portata a proseguire per la sua strada senza neppure più provare a coinvolgerlo: «È nato nel 1936, non ha i social e non sa nulla della mia storia».

CAPACITÀ, IMPEGNO, DETERMINAZIONE

Una storia di capacità, impegno, determinazione: e non soltanto nel football. Dell’Orto, dopo il liceo Stendhal, ha studiato Scienze linguistiche e letterature straniere alla università Cattolica di Milano, ha conseguito un master a Boston, ha lavorato a Sky occupandosi di social media e ha rivestito lo stesso ruolo a VisitDenmark. Ha mandato ovunque il curriculum, finché le è arrivato un sì che l’ha lasciata senza fiato: proveniva dalla Nfl Films, la casa di produzione della National Football League, il campionato professionistico statunitense. Le proposero uno stage nella produzione. O meglio: venne scelta con altri milleseicento candidati per sedici posti. Era necessario superare un test d’ammissione raccontando una storia di football. E lei raccontò quella di Penelope, liceale che si innamora di un quarterback e inizia a fare la cheerleader. Siccome le coreografie acrobatiche non le bastano, va dal presidente e chiede di giocare. Lui teme che la ragazza e le sue amiche si facciano male, ma si lascia convincere. Penelope non smette più di giocare, conquista la Nazionale e realizza il suo sogno. E conclude con una frase perfetta: “Ve l’ho detto che il mio secondo nome è Penelope?”»

LA PASSIONE E IL LAVORO

Volò negli Stati Uniti e fece della passione un lavoro. Un doppio lavoro: da un lato, in campo (ha vinto cinque scudetti tra football classico e flag in giro per l’Italia e ora gioca nelle Madcats Milano), dall’altro come produttrice di contenuti per documentari (ha ottenuto la nomination per due Sports Emmy Awards) e trasmissioni televisive (per la Nfl e per Dazn). Gira nelle scuole per promuovere il football e presentare progetti contro la violenza di genere organizzati dalla Fondazione Milan e dall’associazione Medea. Vive con un compagno che lavora nel marketing di una multinazionale. È sempre più convinta che la vera forza stia nella libertà: «Lavorare sulla forza fisica non è importante per scappare dai molestatori. È importante perché ti aiuta a fare un trasloco e portarti le valigie da sola. Rende indipendenti. Se una donna crede in quello che fa, spacca tutto. Se poi lavora con altre donne, ottiene risultati straordinari. Il mio coach americano diceva: “Agli uomini dici di sfondare un muro e loro lo fanno. Le donne prima ti chiedono perché. E poi lo fanno meglio”. Le donne devono sempre sapere il perché delle cose. E hanno una marcia in più. Sanno prendersi cura degli altri, sono generose e inclusive».