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Mireya Luis, la schiacciatrice bambina che ha fatto grande Cuba

Mireya Luis, la schiacciatrice bambina che ha fatto grande Cuba 

Le avevano detto che era troppo piccola per giocare. Mireya Luis è stata una delle atlete più forti al mondo, orgoglio dell'isola caraibica.

C'è stato un periodo in cui, nella pallavolo femminile, si scendeva in campo per il secondo posto. Non si poteva salire sul gradino più alto perché proprietà privata de "Las Morenas del Caribe", le ragazze con la maglia di Cuba. A livello maschile la Nazionale dominava entro i confini dei tornei continentali, ma non riusciva a spiccare il balzo decisivo verso un successo internazionale: le qualità fisiche esplosive non erano supportate da una mentalità vincente. Da vera squadra. Le donne no, erano ben altro, protagoniste di una avventura che conosce la prima grande affermazione nel 1978, con il Mondiale vinto in Unione Sovietica. Una marcia che sarebbe diventata esaltante negli anni Novanta, quando si sapeva già chi avrebbe messo al collo le medaglie d'oro.

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FRENATE DAI BOICOTTAGGI

Quel 6 settembre, giorno in cui le caraibiche travolgono 3-0 il Giappone nella finale di Leningrado, Alejandrina Mireya Luis Hernadez ha appena compiuto undici anni. Li ha festeggiati il 25 agosto. Una bambina, ma in realtà è già giocatrice vera. Ha cominciato a dieci anni. A tredici debutta in campionato, a quindici in Nazionale, a sedici conquista il primo oro, ai Giochi Panamericani. È il 1983, Cuba sta ponendo le basi di una squadra formidabile, composta in gran parte da giovanissime, con l'obiettivo della medaglia olimpica, anche se il percorso è accidentato. Non tanto per questioni sportive quanto, piuttosto, per ragioni politiche. Il mondo è diviso in due blocchi: da una parte gli Stati Uniti e l'occidente europeo, dall'altra l'Unione Sovietica e i Paesi del Patto di Varsavia, insieme con le nazioni che si rifanno all'ideologia marxista, come la Cuba di Fidel Castro. Arriva l'ordine di boicottare i Giochi per due edizioni consecutive: nel 1984 quelli di Los Angeles, obbedendo al Cremlino in reazione alla mancata trasferta di quattro anni prima degli Stati Uniti a Mosca; nel 1988 quelli di Seul, in solidarietà con la Corea del Nord, che aveva rinunciato dopo il rifiuto da parte di quella del Sud di organizzare assieme l'evento. Occorre attendere il 1992 e l'irruzione di Cuba è fragorosa.

UN ALLENATORE DECISIVO

Dal 1968 la squadra è affidata a Eugenio George Lafita che, nel corso del tempo, ha pazientemente composto un difficile puzzle. Difficile perché, sull'isola, alle grandi potenzialità degli sportivi non fanno seguito strutture all'altezza, per l'embargo imposto dagli Stati Uniti. Eppure, a inizio anni Novanta, le tessere vanno al loro posto. Se Cuba non può prendere parte ai Giochi, lancia un avvertimento vincendo la Coppa del Mondo nel 1989 e nel 1991. Lo fa con un gioco rivoluzionario. Potente, veloce e aggressivo in attacco, cui si aggiunge una difesa all'orientale: si cerca di tenere ogni pallone in gioco, sempre. Tante sono le giocatrici fenomenali, ma spicca quella che, da fine anni Ottanta, è la capitana: Mireya Luis. Anche nella pallavolo femminile l'altezza comincia a fare la differenza, lei è una schiacciatrice di appena 175 centimetri. Ai più superficiali fa dire: «Troppo piccola per la pallavolo». Vero in teoria, falso nella pratica. Perché Mireya ha una esplosività di gambe che la porta in alto, tanto in alto: colpisce fino a tre metri e 39 centimetri di altezza. Possiede poi un velocissimo movimento del braccio, che le permette di attaccare senza dare punti di riferimenti al muro, con conclusioni che terminano spesso la corsa all'interno dei tre metri avversari. In più, come le compagne, gioca spinta dall'orgoglio di un Paese intero. Quello che vede nei successi dello sport la rivincita su un mondo che chiude l'isola in un angolo di povertà. «Volevamo vincere per Cuba. I cubani amano lo sport e le nostre vittorie portavano gioia alla nostra gente», così Regla Torres, fenomenale centrale di quel gruppo. Un gruppo che, il 7 agosto 1992, vince finalmente l'oro di Barcellona battendo 3-1 l'allora Unione Sovietica (che si presenta come Squadra Unificata): si va dai 29 anni della schiacciatrice Norka Latamblet ai 17 di Regla Torres.

UNA MAMMA LEADER

Mireya è la leader, una cresciuta in fretta: a 18 anni diventa mamma di Idanaisi, pochi mesi dopo la nascita della figlia è in campo, argento ai Mondiali cecoslovacchi. È lei l'attaccante cui alzare la palla nei momenti più delicati, sapendo che porterà a casa qualcosa. È lei il punto di riferimento di una squadra che vince con la classe e la forza del gruppo, in cui la personalità abbonda. Come si vede quattro dopo, ad Atlanta 1996. Nella fase eliminatoria Cuba appare sottotono, perde nettamente con Brasile e Russia. Cambia passo ai quarti, con un 3-0 agli Stati Uniti (il primo set si chiude con un umiliante 15-1). Quindi la rivincita con chi l'aveva battuta. Sconfigge al quinto set il Brasile in una semifinale passata alla storia per le continue provocazioni in campo e per la rissa finale, con aggressioni fisiche e le due squadre tenute sotto controllo dalla polizia negli spogliatoi per un paio d'ore: è la conseguenza dei rancori ancora vivi per il Mondiale di due anni prima, vinto dalle cubane in Brasile e contro il Brasile, davanti a 30.000 spettatori. L'oro arriva nella finale contro la Cina, un 3-1 che impedisce a Jenny Lang Ping di conquistarlo da allenatrice dopo averlo vinto da giocatrice. Ventotto giorni dopo quel successo, Cuba esonera Lafita. La sua colpa? Aver criticato il governo per il mancato sostegno tecnico e logistico alle sue ragazze. Uno choc per la squadra, che vedeva in Lafita un padre. Ma anche con Luis Calderòn i risultati non cambiano. A Sydney 2000 "Las morenas del Caribe" conquistano il terzo oro consecutivo, con un 3-2 in rimonta dopo essere state sotto due set con la Russia.

VINCENTE ANCHE IN ITALIA

È l'ultima apparizione internazionale di Mireya, che nel 1998 è volata in Italia per fare grande Bergamo. Il governo cubano ha dato via libera al trasferimento all'estero anche per le giocatrici. In quel momento la Foppapedretti è il club di riferimento per il mondo femminile. Domina in Italia e in Europa, accoglie una giocatrice straordinaria che, oltre ai Giochi, ha vinto anche due Mondiali (1994, in cui è nominata miglior attaccante, e 1998) e tre Coppe del Mondo (1989, 1991 e 1995). Con Bergamo conquista due scudetti e una Supercoppa italiana, solleva una Coppa dei Campioni nel 1999. Si congeda nel 2000, per tornare a Camagüey, nella città e nel club in cui è cresciuta. Ancora un anno sul parquet e poi il congedo, le ginocchia chiedono il conto di tante rincorse e di tanti atterraggi. Quelli che hanno accompagnato la carriera vincente di una campionessa bambina. Di una donna che ha cambiato il mondo della pallavolo.