Megan Rapinoe, la stella del calcio e dei diritti civili
Megan Rapinoe è stata il simbolo della formidabile Nazionale di calcio statunitense, campione del mondo 2015 e 2019. Una vita dedicata allo sport e alla difesa delle minoranze.
Nel 2019 una marcia trionfale. Gli Stati Uniti, campioni in carica, conquistano di nuovo il titolo mondiale nel calcio. Nessuna distrazione nel torneo in Francia, a conferma del ruolo di favorite: sette partite, altrettante vittorie. L'ultima contro i Paesi Bassi il 7 luglio, nella finale di Lione chiusa 2-0, con il rigore di Megan Rapinoe e la rete di Rosemary Lavelle. La capitana Carli Lloyd solleva la coppa e poi è festa: abbracci, gioia e colori. Come i capelli biondi sfumati di lilla che contraddistinguono Rapinoe, la leader storica: «Non riesco a descrivere quello che sto provando: è incredibile. Buon compleanno Brian!». Il saluto è per il fratello maggiore, l'unico della famiglia che non è volato in Europa a seguire Megan.
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A GIOCARE CON IL FRATELLO
Brian si trova a San Diego, costa ovest degli Stati Uniti. È inserito in un programma di riabilitazione dopo anni di carcere per spaccio di droga e rapina. È una persona speciale per Megan che, insieme con la gemella Rachel Elizabeth, gli deve la passione per il calcio. I Rapinoe vivono a Redding nella Sacramento Valley, in California, dove le sorelle nascono il 5 luglio 1985. Non è la California frenetica di Los Angeles o quella operosa di San Francisco: novantamila abitanti in una città cresciuta, come tante, intorno alla ferrovia. Brian gioca a pallone, coinvolge le più piccole in giornate interminabili di partite e allenamenti. A sera inoltrata mamma Denise, come un arbitro, fischia con le dita tra le labbra - gesto tipico dei pastori -, richiamando tutti a casa. Lo stesso fischio con cui segnalerà la propria presenza sugli spalti alla figlia, dove tifa e soffre per lei. Brian si perde subito. A dodici anni fuma marijuana, a quindici è arrestato: ha portato metanfetamine a scuola. In carcere si tatua simboli nazisti per entrare nelle gang, ma a un certo punto capisce di dover smettere. Partecipa a un corso di riabilitazione per rendere felice la sorella, diventata calciatrice popolare negli States. Non può vederla allo stadio, ma non si perde una partita alla tv: «Quando era piccola Megan diceva sempre di voler essere come me. Adesso io voglio essere come lei».
IL PALLONE IN TRE CONTINENTI
Il calcio femminile, negli Stati Uniti, è infatti una cosa molto seria. Uno sport importante, forse il più importante. Rispetto agli uomini, trascina folle allo stadio. Megan comincia nelle squadre allenate dal padre Jim e poi, con Rachel Eilsabeth, va all'Elk Grove United. Sono cinque ore di auto, tra andata e ritorno, per allenarsi. Nel 2005 entra nell'università di Portland, in Oregon, grazie a una borsa di studio. In campo si muove come centrocampista d’attacco. Le piace segnare, ancor più le piace aiutare a segnare. Si mette al servizio della comunità, come sanno fare i leader. Lo è anche fuori del campo, in prima fila per i diritti civili. Non nasconde di essere omosessuale, lo rende pubblico nel luglio 2012 al magazine Out, quando è una campionessa affermata, inseguita da televisioni e squadre. Dalle Portland Pilots va alle Chicago Red Stars, poi al Philadelphia Independence, quindi magicJack e Seattle Soundes Women. Nel gennaio 2013 vola in Europa al Lione, il club più forte del continente: vince campionato e Coppa di Francia, manca la Champions League. La stagione successiva ancora qualche partita poi il ritorno a casa, a Seattle nell'OL Reign, dove chiude l'irrequieto giro tra continenti (che l'ha vista anche protagonista di una breve esperienza a Sydney, in Australia).
IN GINOCCHIO COME KAEPERNICK
Non c'è solamente il calcio nella vita di Megan, la sua voce è quella di una attivista pronta a impegnarsi. Nel 2016 Colin Kaepernick, quarterback dei San Francisco 49rs, destabilizza la prestagione del football inginocchiandosi all'esecuzione dell'inno per protestare contro la violenza della polizia a sfondo razziale. Rapinoe lo imita il 4 settembre a Chicago, in un match contro le Red Stars, e undici giorni dopo in Nazionale, prima di una partita contro la Thailandia. Il gesto fa rumore, la Federazione emette un duro comunicato: «Rappresentare il nostro Paese è un privilegio e un onore per ogni convocata. In più il nostro inno ha un significato particolare per la Nazionale di calcio statunitense». Megan replica: «Sono molto orgogliosa di indossare la nostra maglia e giocare per questa nazione, e anche di rappresentare il mio Paese in un modo differente, facendo parlare le persone oppresse. Essendo un'americana gay so che cosa significhi guardare alla bandiera, sapendo che non protegge tutte le tue libertà».
MAI ALLA CASA BIANCA CON TRUMP
Con gli Stati Uniti domina la scena dal 2012, quando vince l'oro ai Giochi di Londra battendo 2-1 il Giappone nella rivincita del Mondiale dell'anno prima in Germania. Megan debutta segnando con la Colombia: afferra un microfono e intona “Born in the Usa” di Bruce Springsteen. A Londra realizza tre gol (uno direttamente da angolo) e offre quattro assist. Nel 2015 è la capitana degli Stati Uniti che, in Canada, vincono un Mondiale che mancava da sedici anni. Nuova finale con il Giappone, battuto 5-2 a Vancouver. La Nazionale è ricevuta alla Casa Bianca dal presidente Barack Obama e, per la prima volta, una squadra femminile è protagonista della parata sul pullman scoperto per la vie di New York. Nel 2019 la replica, con polemiche al corredo. Non canta l'inno: a Washington da quasi due anni c'è Donald Trump, non può condividerne le scelte politiche. Il presidente, ovviamente, replica piccato. Rapinoe, che nel frattempo ha sostenuto e vinto la battaglia per ricevere lo stesso trattamento degli uomini (dal materiale tecnico ai compensi), è la migliore marcatrice insieme con la compagna Alex Morgan e con l'inglese Ellen White. Segna sei gol, celebra ognuno
allargando le braccia e mettendosi di profilo: un gesto iconico, ribattezzato “The Rapinoe”. È nominata più brava giocatrice del torneo, per la Fifa è la “Best player” dell'anno. Non si dimentica di Trump: «Con lui alla fottuta Casa Bianca? Mai!». Ad attendere la Nazionale ci sono i rappresentanti del Partito democratico.
L'ADDIO E I NUOVI IMPEGNI
Rapinoe, dopo aver conquistato il titolo nel campionato statunitense 2022, annuncia il ritiro l'8 luglio 2023. È un anno che si rivela poco fortunato. Il 6 agosto gli Stati Uniti sono clamorosamente eliminati agli ottavi di finale del Mondiale tra Australia e Nuova Zelanda. Perdono ai rigori con la Svezia, Rapinoe fallisce il suo. Il 24 settembre si congeda dalla Nazionale in un incontro amichevole disputato a Chicago con il Sudafrica e vinto 2-0. Ha trentotto anni e un bilancio di 203 presenze, con più assist (73) che gol (63). L'11 novembre si fa male al tendine di Achille dopo appena tre minuti nella finale per il titolo contro il NJ/NY Gotham, persa 2-1. Un congedo sottotono dal calcio così amato. È tempo di dedicarsi agli affetti, con la compagna Sue Bird, stella del basket Wnba. È tempo di dedicarsi alle battaglie per i diritti dei più deboli, grazie alla forza della fama. I capelli non sono più fucsia, ma semplicemente biondi. L'animo resta però arcobaleno.