Martina Navrátilová, la regina che ha cambiato la storia del tennis
Martina Navrátilová ha conquistato 344 titoli, l'ultimo a quasi 50 anni di età. La fuga dalla Cecoslovacchia, il coming out, la rivalità-amicizia con Chris Evert, la malattia.
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Trecentoquarantaquattro. Basta questa numero per capire chi sia stata Martina Navrátilová: 344 titoli vinti su un campo da tennis, su qualsiasi superficie, in singolo come in doppio. L'ultimo nel 2006, il doppio misto agli Us Open di Flushing Meadows, a quasi 50 anni. Un numero che la rende la campionessa per antonomasia del tennis, ma che non la racchiude. Perché Navrátilová è stata rifugiata politica negli anni bui dei blocchi contrapposti, perché ha dichiarato la propria omosessualità, quando tale scelta metteva in fuga gli sponsor perbenisti, e perché è stata compagna di viaggio di un'altra grandissima della racchetta come Chris Evert, anche nella malattia.
Avversarie e poi, nel corso degli anni, grandi amiche. Sul campo si incrociano 80 volte: 43 vittorie per Martina e 37 per Chris. Il 26 aprile 1981 è il giorno più complicato di Navrátilová. È una domenica, finale Wta di Amelia Island, in Florida. Si sfidano dal 1973, il primo incrocio sempre in Florida, raccontato mezzo secolo dopo da Sally Jenkins sul Washington Post. Evert è già importante, sta giocando a backgammon con un funzionario del torneo. Risponde al saluto della promettente rivale, un gesto che colpisce l'adolescente che arriva dalla Cecoslovacchia. Quel 26 aprile - al quarantesimo confronto diretto - Evert non sarebbe stata altrettanto accondiscendente. Infligge un doppio 6-0 con un tennis calcolato e velenoso, che annulla il serve-and-volley d'attacco altrui, fatto di aggressività, tocchi deliziosi e volée profonde.
Una fuga per poter vivere
È una lezione che segna una svolta nella carriera di Navrátilová. Non è una sconosciuta. Ha già vinto una quarantina di tornei, tra cui l'amato Wimbledon nel 1978 e nel 1979, battendo proprio Evert. A venticinque anni da compiere è però ancora considerata incompleta: brava sì, ma emotiva. Una che si perde in un bicchier d'acqua, dicono. Critiche che dimenticano la storia di un'atleta costretta a crescere in fretta, in un contesto complicato come la Cecoslovacchia degli anni Sessanta/Settanta, uno dei Paesi più fedeli all'Urss e alle decisioni imposte da Mosca. Martina nasce il 26 ottobre 1956 a Řevnice, vicino a Praga. Il cognome è Šubertová, i genitori divorziano quando ha tre anni. Diventa Navrátilová dopo che la mamma, nel 1962, sposa Miroslav Navrátil, nuovo papà e primo maestro di tennis. La Cecoslovacchia ha cresciuto grandi giocatori: prima Jaroslav Drobný, gli anni Settanta sono quelli di Jan Kodeš. A sedici anni Martina è già professionista, si impone all'attenzione generale nel 1975, raggiungendo le finali dello Slam in Francia e in Australia e guidando la Nazionale al successo in Federation Cup (versione al femminile della Coppa Davis) a Aix-en-Provence.
Un anno decisivo per lei, insofferente verso il soffocante regime comunista. La federazione decide a quali tornei i tennisti devono partecipare: "Fai come diciamo o ti distruggiamo". Sempre nel 1975 riesce ad andare agli Us Open, che si disputano ancora a Forest Hills, solo per l'intervento del padre e di Kodeš. Perde 6-4 6-4 in semifinale con Evert, da tempo ha deciso di fuggire. Dovrebbe restare tutto segreto, si trova costretta a raccontare la scelta in una conferenza stampa dopo una soffiata dall'Fbi al Washington Post, che pubblica l'indiscrezione.
La svolta di Flushing Meadows
Da quel giorno è senza patria: una apolide non più cecoslovacca e non ancora statunitense, come ha chiesto di diventare. Diventa numero uno del ranking mondiale dopo Wimbledon 1978, ma qualcosa le manca: "Non potevo tornare a casa perché non avevo più una casa. Volevo disperatamente essere amata, sentire il calore del pubblico: ero però un'outsider e ho impiegato tanto a conquistare i tifosi". Navrátilová riparte dalla disfatta di Amelia Island. Nancy Lieberman, una delle più grandi giocatrici statunitensi di basket di ogni epoca, diventa sua allenatrice: dure sessioni di lavoro per formare il fisico e migliorare la resistenza. Quindi chiama Renée Richards, prima tennista transessuale della storia: "Ero stupita per la poca attenzione tattica che aveva sul campo". Nasce il Team Navrátilová, una squadra al servizio del talento. Il primo cambiamento a Flushing Meadows nel 1981, quando nega la settima finale consecutiva a Evert, battendola 6-4 al terzo set dopo essere stata sotto 4-2. In finale vince 6-1 il primo set contro Tracy Austin, poi incassa un doppio tie-break dalla giovanissima rivale. Scoppia in lacrime, ma i tifosi applaudono, sente che la gente le vuole bene.
La forza di dichiararsi lesbica
È l'anno della svolta. Il 20 luglio aveva ricevuto la risposta positiva alla richiesta di cittadinanza statunitense. Poco dopo fa coming out: è la prima sportiva di alto profilo a dichiararsi lesbica. Un cambio mentale, in campo la trasformazione è impressionante. A fine 1981 vince gli Open di Australia sconfiggendo la solita Evert. Negli anni Ottanta non ha rivali fino a quando, nel 1987, compare la tedesca Steffi Graf, che ha dalla sua anche la forza dell'età (è nata nel 1969). Vince il suo ultimo Slam in singolo a Wimbledon nel 1990, battendo 6-4 6-1 Zina Garrison. Chiude, come accennato, nel 2006 conquistando gli Us Open in coppa con Bob Bryan. Sono cinquantanove i trionfi nello Slam (davanti a lei solo Margaret Court con sessantaquattro) con 332 settimane da numero uno e settantaquattro successi consecutivi nel 1984. È l'unica tennista ad aver conquistato tutti i tornei dello Slam e della Wta Championships in ogni specialità. Wimbledon è il luogo più amato: vince in Inghilterra in nove occasioni. Dopo essersi ritirata, nel 2000 torna in campo come doppista e, tre anni dopo, si aggiudica il misto in Australia e a Wimbledon con Leander Paes, dove eguaglia i venti titoli dell’amica Billie Jean King: a quarantasei anni e otto mesi, diventa la più anziana vincitrice di uno slam. Record che lei stessa avrebbe infranto a Flushing Meadows il 9 settembre 2006, a quarantanove anni e dieci mesi.
Un quadro per Chris
Nella vita privata sposa l'ex modella russa Julia Lemigova ed è madre di due ragazzi. E coltiva una lunga amicizia con Chris Evert, con cui ha condiviso negli tempi la lotta contro il tumore. Per Evert una malattia individuata nel gennaio 2022, un cancro alle ovaie che nel febbraio 2020 aveva ucciso la sorella minore Jeanne. Un esame del sangue evidenzia la familiarità generica con il tumore, nel dicembre 2022 Evert decide di sottoporsi anche a una doppia mastectomia, che - insieme con i cicli di chemioterapia - non si è però rivelata ancora risolutiva. Vicino c'è Martina, che proprio in quel dicembre scopre di avere un tumore in fase iniziale a gola e seno, quest'ultimo una recidiva nel 2010. La malattia le unisce ancor più, una unione esemplificata da quadro realizzato da Navrátilová, diventata pittrice dopo aver salutato lo sport: un campo di terra rossa punteggiato da segni di palline, una sola di queste ha superato la linea bianca. Un tributo a Chris, tennista precisa e regolare, che adorava questa superficie. È il quadro che subito vedono gli ospiti quando entrano nel soggiorno di casa Evert. Insieme per sempre.
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