La sfida al maschilismo (e al duce) delle sorelle Boccalini
Giovanna, Marta, Rosetta e Luisa Boccalini fondarono nel 1933 una squadra di calcio che fece scalpore. Dopo la prima partita il regime fascista vietò loro di scendere in campo. Oggi Lodi ha deciso di intitolare lo stadio alle quattro sorelle.
Alle sorelle Boccalini era già stato intitolato un viale all’interno del Parco Sempione di Milano, quattro anni fa. Ma la decisione della Commissione toponomastica del Comune di Lodi è storica: perché la cittadina lombarda sarà la prima ad avere uno stadio - lo stadio principale - dedicato a delle calciatrici. L’attuale Dossenina, inaugurato nel 1920 e chiamato così dal nome di una cascina della zona, diventerà stadio Sorelle Boccalini. Fu Giovanna, futura partigiana e assessora nel capoluogo lombardo, a decidere di formare nel 1933 una squadra femminile, coinvolgendo le sorelle Marta, Rosetta e Luisa.
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«PASSIONE CHE NON TRAMONTERÀ MAI»
Il Gruppo Femminile Calcistico ebbe il permesso di scendere in campo, seppure con regole diverse, imposte dalle autorità fasciste: le giocatrici dovevano indossare gonne al posto dei pantaloncini, non potevano colpire il pallone al volo ma soltanto rasoterra e il portiere doveva essere un uomo per non compromettere le capacità riproduttive delle atlete. «Amo moltissimo il gioco del calcio, un amore tenace il mio, non un fuoco di paglia. Le mie compagne hanno tanta passione e buona volontà: non tramonteremo mai», raccontò Giovanna all’inviato del “Calcio Illustrato”, l’unico giornalista che si prese la briga di approfondire la notizia.
LA STIMA DEI COLLEGHI
La prima partita si giocò l’11 giugno al campo Filzi di Milano. C’erano oltre mille persone in tribuna, tra le quali alcuni giocatori dell’Ambrosiana Inter (in epoca fascista l’Inter cambiò così il proprio nome) e Burgo Jarosla, nazionale della Cecoslovacchia e capitano dello Sparta Praga: al fischio finale volle complimentarsi di persona con Rosetta Boccalini, invitando l’intera squadra al match che lo Sparta avrebbe giocato un mese dopo all’Arena proprio contro l’Ambrosiana Inter per la Coppa dell’Europa Centrale, all’epoca la più importante competizione internazionale.
«MADRI, NON CALCIATRICI»
La soddisfazione e l’entusiasmo durarono poco. L’1 ottobre era in programma una partita tra il Gruppo Femminile Calcistico e l’Alessandria, ma il regime intervenne per vietarlo: «L’Italia ha bisogno di buone madri, non di donne che rincorrono un pallone», sentenziò un gerarca. Nell’aprile del 2023, per rievocare quell’episodio, è stata organizzata a Lodi un’amichevole tra il Partizan Bonola di Milano e l’Alessandria.
MA LA STORIA NON FINÌ
La concessione venne ritirata e la storia del Gruppo Femminile Calcistico si interruppe: ma non finì, visto che tra poco lo stadio di Lodi sarà intitolato alle sorelle Boccalini. Non solo: Rosanna ha continuato a fare sport, vincendo tre titoli italiani nella pallacanestro. E la passione per il calcio restò intensissima, seppure nel ruolo di tifose dell’Ambrosiana Inter: uno dei nipoti raccontò che quando andava a cena la domenica dalla nonna si mangiavano panini perché lei doveva vedere “90° Minuto”. Lo rivelò a Federica Seneghini, giornalista del Corriere della Sera, che in collaborazione con lo storico Marco Giani riportò alla luce nel 2020 la loro storia nel libro “Giovinette. Le calciatrici che sfidarono il duce”. In realtà, come ha spiegato la stessa Seneghini, non fu soltanto una sfida al duce, ma semmai una sfida al maschilismo imperante, una lotta per la libertà delle donne in tempi molto difficili. Una lotta sempre attuale.