Kimia Alizadeh, la lotta al regime passa (anche) dal tatami
Kimia Alizadeh è stata la prima iraniana a vincere una medaglia ai Giochi: bronzo a Rio de Janeiro. Le pressioni del governo l'hanno obbligata a scappare, ma lei combatte per le donne del suo Paese.
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Non è facile essere una donna, lo è ancora meno in Iran. Una condizione mutata radicalmente dopo la rivoluzione di inizio 1979, che porta alla caduta dello scià Reza Pahlavi e alla instaurazione della Repubblica Islamica sotto il comando del potere religioso degli ayatollah. Immediate le misure restrittive introdotte, sempre più stringenti nei confronti delle donne, che avevano vissuto una breve estate dai costumi filo-occidentali.
Si ritrovano sottomesse agli uomini, obbligate a matrimoni combinati anche in età giovanissima, tenute fuori dalla vita pubblica e da incarichi di comando, costrette in casa e obbligate, in pubblico, a coprirsi il capo con il velo. Una imposizione, quest'ultima, divenuta ancor più insopportabile per le nuove generazioni, insofferenti alla situazione anche grazie alla possibilità (seppur minima) garantita da Internet di poter confrontarsi con chi vive al di fuori del controllo di Teheran. Le conseguenze della ribellione sono state evidenti agli occhi di tutti. Interventi brutali della polizia morale, carcerazioni e omicidi fatti spesso passare, con goffi tentativi, per decessi naturali o suicidi. Il picco nel 2022, con l'ondata di proteste scatenata dalla morte di Mahsa Amini, colpevole di aver indossato uno hjiab in modo sbagliato e picchiata brutalmente in una stazione di polizia.
Un talento precoce
Un controllo che si fa ancora più pressante nel caso di atlete, con sport proibiti oppure praticabili con un equipaggiamento considerato adeguato. Imposizioni e obblighi con cui ha dovuto confrontarsi Kimia Alizadeh, la prima iraniana a vincere una medaglia ai Giochi Olimpici: accade a Rio de Janeiro nel 2016, accade nel taekwondo. Un bronzo nella categoria 57chilogrammi. Kimia nasce il 10 luglio 1998 in una famiglia di origine azera, il padre è un produttore di tovaglie a Karaj, a una quarantina di chilometri dalla capitale. Figlia della Generazione Z, non concepisce il ruolo che il regime iraniano ritaglia per le donne. In una intervista al Financial Times avrebbe raccontato il desiderio costante di "vivere una vita diversa, non come gli altri". A sette anni rimane affascinata dal taekwondo, arte marziale di origine coreana. Uno sport di puro contatto, in cuiuna parte fondamentale la svolgono i calci spettacolari. Per proteggersi gli atleti indossano un caschetto sulla testa e un corpetto sul torace. La bambina scopre in fretta di essere brava, nel 2014 vince l'oro ai Mondiali juniores a Taipei e ai Giochi olimpici giovanili di Nanchino, in Cina, fino alla storica medaglia brasiliana, quando sconfigge 5-1 la svedese Nikita Glasnović.
L'oppressione del regime religioso
Sono successi che la rendono popolare in patria e un'atleta riconosciuta all'estero, un potenziale fattore destabilizzante per chi comanda a Teheran, vista la indipendenza di Kimia. La chiamano "tsunami" per l'energia che sprigiona, dentro e fuori la pedana. Prosegue il cammino di successi, conquistando l'argento ai Mondiali 2017, in Corea del Sud. Per l'oro ci sarà tempo, l'obiettivo è l'Olimpiade di Tokyo 2020, come aveva detto subito dopo Rio de Janeiro. Ma qualcosa è cambiato, le attenzioni del regime si fanno sempre più pressanti e opprimenti. Le dicono che "non è virtuoso per una donna allungare le gambe". Un accerchiamento soffocante al quale Alizadeh si sottrae il 10 gennaio 2020, raccontando su Instagram la sua fuga da Teheran: "Non sono una creatrice di storia, né la portabandiera dell'Iran. Sono una dei milioni di donne iraniane oppresse a cui è stato imposto un ordine per anni. Hanno controllato ogni mia mossa, il mio abbigliamento e persino le mie parole. Hanno usato le mie medaglie per promuovere la loro agenda. Ho indossato quello che volevate. Ho ripetuto ogni frase che avete ordinato. Non si tratta di me, non di noi. Siamo solo strumenti. Non voglio sedermi al tavolo di una realtà fatta di bugie, ipocrisia, ingiustizia e adulazione, in un regime corrotto". La stessa condizione che denunciavano gli atleti dei Paesi del blocco sovietico non appena riuscivano a scappare in Occidente: una lunga migrazione verso la richiesta di asilo politico, durata fino agli anni Ottanta. La risposta dei funzionari iraniani di governo è immediata: oltre a denunciarla, avviano anche una campagna di minacce personali sui social media. Ma altrettanto immediato è lo spirito di emulazione da parte di atlete e atleti, stanche di dover sottostare a obblighi come ad esempio quello di indossare il hijab e di dover ritirarsi dalle gare quando il calendario impone loro un avversario israeliano. Si calcola che una trentina di sportive e sportivi iraniani abbia lasciato il Paese, seguendone l'esempio.
La nuova vita in Occidente
Alizadeh trova prima rifugio a Eindhoven, nei Paesi Bassi, quindi ad Amburgo e poi a Norimberga, in Germania, insieme con il marito. Il taekwondo resta la parte più importante della sua vita. Vorrebbe diventare atleta tedesca, non ci riesce. Partecipa comunque ai Giochi di Tokyo, come esponente della squadra dei rifugiati olimpici. Debutta travolgendo (18-9) proprio una iraniana, Nahid Kiani, sorprende tutti battendo 16-12 la britannica Jade Jones (numero uno del ranking mondiale), vince di misura (9-8) con la cinese Zhou Lijun. Quindi si arrende in semifinale alla russa Tatjana Kudašova e perde la finale per il bronzo con la turca Hatice Kübra İlgün. La medaglia mancata non è una bocciatura, conferma la caratura internazionale di Kimia che, a marzo 2024, trova una casa sportiva nella federazione bulgara. Una nuova vita che festeggia immediatamente, nel migliore dei modi. Domenica 4 maggio conquista a Belgrado, in Serbia, il titolo europeo in una nuova categoria, quella dei 62 chilogrammi. In una finale combattutissima e non priva di tensioni sconfigge la britannica Aaliyah Powell, campionessa del mondo junior nel 2018 e l'unica avversaria capace di strapparle un round. Finalmente l'oro sperato, con una bandiera che non è più quella iraniana. E appuntamento a Parigi, per la terza Olimpiade, dove Kimia Alizadeh sarà l'avversaria da battere e la campionessa che ancora dà speranza alle donne che vivono in Iran.
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