Ilona Elek, la prima signora della scherma
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Tre donne sul podio, tre ebree. Nella Berlino nazista, quella che nel 1936 ospita la nona edizione dell'Olimpiade che avrebbe dovuto celebrare la potenza della Germania di Adolf Hitler. Sul gradino più alto c'è Ilona Elek, ungherese. L'argento va alla tedesca Helene Mayer, il bronzo all’austriaca Ellen Preis. Le tre “Elena” che dominano il fioretto, unica arma concessa alle donne dalla scherma. Elek entra nella storia del suo Paese perché è la prima a vincere un oro ai Giochi. Ci entrerà ancor più dodici anni dopo, quando si conferma a Londra 1948. È la prima a riuscire in una impresa straordinaria, per la distanza temporale (la Seconda guerra mondiale ha fatto saltare le edizioni del 1940 e del 1944) e per l'età (ha 41 anni). Occorrerà attendere oltre mezzo secolo per vedere un'altra atleta ripetere l'impresa. Sarà Valentina Vezzali, la straordinaria fiorettista che, ad Atene 2004, conferma l'oro di Sydney. E l’italiana saprà andare oltre, vincendo anche a Pechino 2008. Sempre fioretto, sempre individuale.
Una mancina imprevedibile
Ilona Elek nasce a Budapest il 17 maggio 1907, in una famiglia numerosa (otto figli) di ricchi commercianti: il padre è ebreo, la madre cattolica. Cresce alternando le lezioni di piano a quelle di scherma, insieme con la sorella minore Margit. Il maestro in palestra è un italiano, Italo Santelli, che ne intuisce le grandi doti. E, pur affacciandosi non giovanissima sulla scena internazionale, Elek diventa subito protagonista. Meglio, occorrerebbe dire europeo perché fino al 1936 la Fie (Federation International d'Escrime, secondo la dizione francese, lingua ufficiale della disciplina) così definisce l'appuntamento, organizzato per la prima volta nel 1921 a Parigi. Le ragazze debuttano nel 1929 a Napoli, a livello individuale, cui si aggiunge nel 1932 la prova a squadre a Copenhagen. In quel 1936, su spinta della Federazione italiana - che ospita l'evento a Sanremo - cambia la denominazione e l'Europeo si trasforma in Mondiale con effetto retroattivo. Così Elek si ritrova con tre ori in bacheca: quello a squadre di Budapest 1933, e quelli individuali di Varsavia 1934 (Margit arriva seconda) e Losanna 1935, che la rendono l'atleta da battere a Berlino. È mancina, caratteristica che la rende di difficile interpretazione negli assalti. La piccola statura, poi, le regala movimenti imprevedibili, mentre la testa è sempre lucida: è considerata una delle più brave, se non la più brava, a livello tattico.
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Rivali di talento
Ai Giochi sa quali sono le avversarie più temibili. Helene Mayer è considerata un talento naturale, capace di vincere il primo titolo tedesco nel 1924 a 14 anni da compiere. Un successo cui si aggiunge il trionfo all'Olimpiade di Amsterdam nel 1928, quando sbaraglia la concorrenza aggiudicandosi i sette assalti. Tutti la ritengono favorita a Los Angeles, quattro anni dopo. Ma nella poule finale a dieci perde quattro incontri: è solo quinta. L'oro va a Ellen Preis che, ironia del destino, poco prima dei Giochi aveva chiesto di far parte della squadra tedesca, ricevendo un rifiuto in cambio. L'austriaca batte allo spareggio la britannica Judy Guinness e, nel 1935, è superata solo da Elek al Mondiale di Losanna. Prima di Berlino, Mayer ha dovuto fare i conti con le prime leggi razziali volute da Hitler nel 1933: è espulsa dalla sua società (l’Hermannia di Francoforte sul Meno) ed emigra negli Stati Uniti, dove continua a vincere. E, per questo, non viene persa di vista dalla Federazione tedesca, che la invita a partecipare ai Giochi del 1936. Una proposta che, secondo gli storici dello sport, non tiene conto solo del valore di Mayer, ma assume anche una sorta di presentabilità per il regime, che temeva il boicottaggio della manifestazione da parte di molte nazioni, Stati Uniti per primi. Mayer accetta: è l'unica ebrea della squadra tedesca.
Dalla guerra al ritorno
Anche il programma di Berlino è massacrante: 41 atlete divise in gironi, dalle eliminatorie alla finale. Il tutto in due giorni, il 4 e il 5 agosto. Elek ha un passaggio a vuoto nella seconda fase, quando si qualifica per il rotto della cuffia per il miglior numero di stoccate rispetto all'olandese Toos van der Klaauw. Poi dieci assalti vincenti, con una sola sconfitta con la tedesca Hedwig Haas, a oro già conquistato. Nei primi due ha sconfitto Mayer (5-4) e Preis (5-3), che la seguono in classifica. E sul podio salgono tre ebree. Mayer si presenta con la tuta su cui campeggia la svastica, fa il saluto nazista: un atteggiamento di cui non darà mai spiegazione. Quindi la guerra voluta da Hitler stravolge tutto, la scherma passa in secondo piano rispetto all'esigenza di sopravvivere. L'Ungheria è alleata della Germania, Elek si salva grazie ad alcuni dirigenti che la ammiravano e che la nascondono quando è ordinata la deportazione degli ebrei da Budapest. Finito il conflitto, lo sport ritrova i suoi spazi e la campionessa torna in pedana, nonostante abbia superato i quarant'anni. Nel 1947 Lisbona ospita il Mondiale, vince l'eterna rivale Preis. Appuntamento all'anno successivo, quando Londra organizza i “Giochi dell'austerità”: nessun nuovo impianto e atleti ospitati nelle caserme. Elek ripercorre il cammino di Berlino, in un torneo con 39 atlete tra il 31 luglio e il 2 agosto: fatica nel secondo turno, con tre vittorie e due sconfitte, e trionfa nel girone finale a otto, battendo nelle sfide iniziali la danese Karen Lachmann (poi argento) e Preis (bronzo). E tra le battute c'è anche la sorella Margit, che chiude sesta. Come da tradizione, perde l'ultimo incontro con l'austriaca Fritzi Wenisch-Filz: ha già l'oro al collo.
Camber, l'avversaria amica
E, incredibilmente, ci riprova nel 1952 a Helsinki, quando gli anni sono 45. Elek (diventata Elek-Schacherer dopo il matrimonio) sembra ignorare l'età. Nel 1951 vince il Mondiale di Stoccolma, lasciandosi ancora una volta alle spalle Lachmann. Nella capitale finlandese il cammino è entusiasmante: quindici successi in altrettanti assalti nei tre gironi. Una serie che sale a venti nel giorno della finale, il 27 luglio, prima di fermarsi con la statunitense Maxine Mitchell. Le basterebbe vincere l'ultimo incrocio, con l'italiana Irene Camber, che ha sconfitto nel secondo turno e in semifinale. Ma perde 4-3 ed è costretta all'assalto di spareggio proprio contro la triestina, che sfrutta i diciannove anni di differenza imponendosi 4-3 e conquistando il secondo oro femminile italiano ai Giochi, dopo Ondina Valla nel 1936 sugli 80 metri ostacoli: "Ero calmissima - avrebbe raccontato Camber -, lei più nervosa perché conosceva la mia forza. Sul 3-3 mi resi conti che rispondeva in modo meccanico, non era attenta. Feci un coupé ed entrai decisa nella pancia. Lei si tolse subito la maschera e mi fece le congratulazioni. Quel giorno nacque la nostra amicizia". Elek non si ferma, ottiene ancora quattro titoli mondiali a squadre, insieme con Margit, dal 1952 al 1955. Vorrebbe partecipare ai Giochi di Melbourne nel 1956, però non viene convocata. Muore il 24 luglio 1988 a Budapest, a 81 anni. Camber la raggiunge il 23 febbraio 2024, a 98 anni appena compiuti.
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