Il salto di Alice Coachman per cambiare la storia
Nel 1948 Coachman fu la prima donna afro-americana a partecipare alle Olimpiadi. Vinse la medaglia d’oro nel salto in alto, dimostrandosi più forte degli orrori della segregazione razziale.
Non può allenarsi sulla pista d’atletica con i bianchi, Alice Coachman. Deve farlo correndo lungo le strade sterrate e nei campi, spesso a piedi nudi perché le condizioni economiche della famiglia non le permettono di consumare le scarpe a causa della sua passione. Ha venticinque anni e per molto tempo il padre, di mestiere stuccatore, ha cercato invano di spiegarle che sarebbe stato quasi impossibile farsi largo in quelle condizioni. Ma Alice, quinta di dieci fratelli, ha la testa dura e ha sempre creduto che lo stato delle cose potesse essere cambiato, rovesciato: con l’aiuto fondamentale di una maestra della quinta elementare e di una zia dallo sguardo lungimirante è riuscita a diplomarsi in sartoria al Tuskegee Institute in Alabama e poi a laurearsi in Economia domestica all’Albany State College.
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La passione per lo sport non l’ha mai abbandonata, anzi. Malgrado i problemi dovuti alla pelle nera e allo scoppio della Seconda guerra mondiale, è stata capace di vincere venticinque titoli nazionali, dieci dei quali consecutivi nel periodo che va dal 1939 al 1948. Ma proprio a causa del conflitto bellico, Coachman non ha la possibilità di partecipare alle Olimpiadi del 1944, annullate per evidenti ragioni, come quelle di quattro anni prima. Non si perde d’animo, continua ad allenarsi instancabilmente e a lavorare, perché del suo stipendio la famiglia non può fare a meno. Intorno a lei sono in tanti a suggerirle di lasciar perdere, di considerare lo sport come un divertimento e basta: in fondo, ha già ottenuto molto. Sottinteso: a maggior ragione, considerata la condizione sociale da cui sei partita. Lei lascia dire, nemmeno si cura di rispondere. Dà segni di insofferenza, che sfoga sulla pista di atletica, dove è tra le migliori anche nelle corse veloci.
Le lacrime di una ragazzina testarda
Malgrado tutto, riesce a qualificarsi per i Giochi di Londra del 1948, ed è la prima donna afroamericana a farcela. Di lei si è parlato molto: e infatti è considerata una delle favorite, anche se la britannica Dorothy Odam-Tyler ha un personale migliore del suo (1,66 contro 1,64) e la francese Anne-Marie Colchen è la campionessa europea. Tra le avversarie manca la primatista mondiale Fanny Blan-kers-Koen, soprannominata “la mammina volante”, perché ha scelto di partecipare ad altre gare. Il 7 agosto, a partire dalle tre e mezza del pomeriggio, si sfidano diciannove atlete, ma basta poco per capire che tutte le altre sono semplici comprimarie. L’unica a resistere per un po’ è un’altra francese, Micheline Oster-meyer, che con 1,61 conquista la medaglia di bronzo ma, quando l’asticella sale di altri tre centimetri, fallisce tutti i tentativi: al contrario di Coachman, che passa
la quota al secondo salto, e di Odam-Tyler, che ci riesce all’ultimo. Entrambe superano 1,66. Si va a 1,68: qui si decide la gara. Alice scavalca l’asticella al primo tentativo, mentre all’avversaria occorre un salto in più, quello che consegna l’oro alla statunitense, visto che nessuna delle due migliora ulteriormente la propria prestazione. È record olimpico, 1,68, ma soprattutto è la misura che vale la storia per Alice Coachman. La ragazzina testarda, la ragazzina capocciona che è andata diritta per la propria strada senza guardare in faccia nessuno, è incredula. Le immagini ce la mostrano mentre corre sulla pista a braccia alzate, ricevendo l’ovazione del pubblico. Saluta tutti, manda baci, piange.
È stata brava, ma resta pur sempre...
Per festeggiarla, al ritorno negli Stati Uniti, si è mosso l’intero stato della Georgia. Tutti vogliono applaudire e in qualche modo partecipare all’impresa che Alice Coachman Davis ha compiuto pochi giorni prima. Ad Albany, il corteo che accoglie la trionfatrice dei Giochi è infinito, però da quelle parti il mondo è rimasto ancorato a certezze inaccettabili eppure molto comuni, non soltanto all’epoca. Durante la cerimonia ufficiale, Alice è seduta accanto ai genitori e ai fratelli, in quella fila non ci sono bianchi: unicamente persone con la pelle nera. Non solo: il sindaco di Albany non le stringe la mano e lei deve lasciare l’auditorium dalla porta laterale. Sono tutti lì per Alice, sono tutti entusiasti per la medaglia d’oro vinta dalla loro concittadina, ma la distanza enorme che li separa da lei e da chi è come lei non può essere superata. La segregazione razziale è un orrore di cui molti dei suoi concittadini sono orgogliosi. Sì, d’accordo, è stata brava. Ma resta pur sempre... Non sono certo queste situazioni a scoraggiare Coachman. Figurarsi, ci è abituata da quand’era ragazza e neppure si aspettava che la sua vittoria potesse cambiare qualcosa. Va avanti, come ha sempre fatto. "Se fossi andata ai Giochi e avessi fallito, non ci sarebbe stato nessuno a seguire le mie orme. E invece sono riuscita a ottenere la cosa più importante: sono diventata un esempio per i neri e, in particolare, per le donne, che ho incoraggiato a lavorare e a lottare di più. Tutto il resto non aveva importanza», raccontò molto tempo dopo.
Non c'è più nulla da dimostrare
Malgrado abbia soltanto venticinque anni, decide di abbandonare l’attività agonistica: sa che più su di così non può arrivare. Ha realizzato il suo sogno, ha dimostrato quello che doveva dimostrare. Diventa un’insegnante e fonda l’Alice Coachman Track and Field Foundation con lo scopo di aiutare giovani atleti ed ex sportivi alle prese con difficoltà economiche. Con il tempo, le barriere (almeno quelle ufficiali) cadono e alla campionessa olimpica di Londra vengono attribuiti i giusti onori: nel 1975 entra nel National Track & Field Hall of Fame, il museo che ricorda i più grandi protagonisti nella storia dell’atletica leggera statunitense, e nel 2004 nella Olympic Hall of Fame. Muore il 14 luglio 2014 all’età di novant’anni a causa di un arresto cardiaco. Al suo funerale ci sono migliaia di persone: e questa volta i bianchi sono insieme ai neri.