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Il calcio inglese contemporaneo ha la firma di Hope Powell

Il calcio inglese contemporaneo ha la firma di Hope Powell 

Hope Powell è stata una grande calciatrice e la prima donna nera e la più giovane ad allenare la Nazionale inglese femminile.

Nel 2022 l'Inghilterra vince il campionato europeo femminile organizzato davanti ai propri tifosi. È il primo grande successo internazionale, le donne arrivano là dove gli uomini non avevano saputo spingersi l'anno prima, sconfitti ai rigori dall'Italia nella finale continentale ospitata a Londra, a Wembley. Un lungo cammino che ha per protagoniste non solo le atlete che battono 2-1 la Germania ai supplementari, ma anche persone determinate che hanno posto le basi perché ciò potesse accadere. Come Hope Powell, calciatrice di successo in campo e quindi collezionista di primati quando ha scelto di sedersi in panchina: non solo la prima allenatrice dell'Inghilterra, ma anche la più giovane e la prima nera. Si avvicina al calcio quando la versione al femminile è stata a lungo vietata, proprio nella terra in cui il pallone - da passatempo - si è trasformato in sport. Dove anche le donne avevano provato a praticarlo a fine Ottocento. Lo abbiamo raccontato con Florence Dixie che, nel 1894, crea una squadra di sole ragazze, andando contro le convenzioni comuni. Una iniziativa mal vista da chi tira le fila del potere, ovviamente al maschile. E così, nel 1921, la Football Association sentenzia: «Il calcio non è idoneo per le donne e non dovrebbe essere incoraggiato», vietandone la pratica.

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IL CALCIO GIOCATO PER STRADA

Un divieto che dura mezzo secolo, fino al 1971. Una resa obbligata di fronte all'evidenza: nel 1969 la Women's Football Association ha ben 44 squadre affiliate, non possono essere ignorate. Le donne possono tornare a sfidarsi ufficialmente tra di loro, Hope Powell ha cinque anni. È nata a Lewisham, un quartiere di Londra, e cresce poco lontano, a Peckham. Origini giamaicane, famiglia allargata: madre, fratello più grande, tre fratellastri e un patrigno che ha sostituito il padre. Come capita troppe volte in situazioni simili, l'uomo è violento. Tocca a Hope difendere la madre, «un'esperienza che mi ha temprato». Non ha paura di nulla. Finita la scuola non torna a casa: la strada diventa maestra di vita e di pallone, «una cosa che non era considerata da giovani ragazze di colore...». Però è brava, molto brava. Come i maschi, se non di più. Al punto che l'insegnante responsabile della squadra della scuola di Abbey Wood fa ricorso contro le regole della FA che vietano le squadre miste dopo gli undici anni. Non perché Hope è una ragazza, ma perché fa la differenza. Il salto di qualità avviene quando segue un'amica calciatrice a un allenamento delle Millwall Lionesses: le si apre un mondo, scopre che esistono squadre di sole donne.

Il calcio inglese contemporaneo ha la firma di Hope Powell 

IN NAZIONALE: PRIMA STELLA, POI CT

È l'avvio di una carriera formidabile, in un mondo con mentalità ancora dilettantistica. Le atlete devono comprarsi l'attrezzatura, si lavano la tenuta e pagano un abbonamento per l'affitto del campo di allenamento, spesso in cemento. Nel 1983 arriva la prima convocazione nel club. L'anno dopo ecco l'approdo in Nazionale, a sua volta alle prese con una mentalità ancora amatoriale. La squadra si ritrova il venerdì, gioca la domenica e si scioglie il giorno successivo. Powell c'è sempre. Con il Milwall vince la Coppa d'Inghilterra nel 1991 mentre con il Croydon realizza la doppietta campionato-Coppa nel 1996. In Nazionale è un volto familiare fino al 1998, con 66 presenze da centrocampista abile a trovare la via della rete: 35. Come accade per i maschi, anche la rappresentativa femminile non esprime appieno le qualità che si vedono nei club. Così, in quel 1998, la Federazione offre a Hope la responsabilità della panchina. Lei si era preparata per questo passo, a diciassette anni aveva ottenuto il patentino da allenatrice: «Volevo restare nel calcio anche quando avrei smesso, sarebbe stata la via». La proposta dell'Inghilterra la spiazza poi, dopo un confronto in famiglia, la galvanizza. Ha la possibilità di imprimere una svolta: «Dovevo farlo al meglio: per me, per le donne, per le persone di colore». E lo fa a lungo, fino al 2013. Si confronta duramente con i dirigenti perché le atlete abbiano gli strumenti per lavorare, anche una semplice fornitura adeguata di palloni. Chiede che si giochino più partite internazionali, perché le ragazze crescano. Impone la creazione di rappresentative giovanili, per dare un futuro al movimento. I risultati vivono di alti e bassi. L'Inghilterra raggiunge i quarti di finale al Mondiale 2007 e 2011 e la finale dell'Europeo 2009, persa in maniera umiliante (6-2) con la Germania, nazione capofila del movimento femminile. Nell'Europeo 2013 la squadra chiude invece ultima nella fase a gironi. La Federazione vorrebbe continuare con lei, ma alla fine è costretta a licenziarla, sull'onda di critiche anche non disinteressate. Come quelle del tecnico Keith Boanas, che aspirava nel 1998 al ruolo di selezionatore e marito di Pauline Cope, portiere non più convocata dal 2004.

UN AFFARE DA 18 MILIONI DI EURO

Quindici lunghi anni comunque decisivi per il calcio inglese femminile. Perché ha raccolto quanto seminato da Hope, sotto il profilo della professionalità e della crescita di nuovi talenti. Quelli che hanno vinto l'Europeo nel 2022. Dopo un lungo periodo sabbatico, l'allenatrice torna in gioco in un club nel 2017, a Brighton, fino al 2022. Quindi, dal 2023, il ruolo di direttore tecnico del Birmingham. Quando si volta indietro è fiera di quanto ha creato, consapevole di non essere stata una donna semplice da gestire: «Culturalmente ero molto diversa e forse per alcuni era un po' impegnativa, ma questo non mi ha mai scoraggiato dal cercare di ottenere il meglio, per tutti e per me. Forse qualcuno mi ha giudicato in un certo modo perché ero donna e per il colore della pelle. Ma ho avuto comunque la possibilità di lavorare con persone fantastiche e di guidare la Gran Bretagna ai Giochi di Londra 2012». Nel frattempo, non ha smesso di mietere record. Nel 2003 è stata la prima donna a ottenere la licenza Uefa Pro, la massima qualifica per un allenatore. E se oggi il calcio femminile in Inghilterra vale oltre 18 milioni di euro a stagione (valutazione fatta da Nielsen e Prospect per la cessione dei diritti televisivi interni del campionato), il merito è anche suo. Della ragazzina che aveva cominciato a giocare quando alle donne era stato appena riconosciuto il diritto a una partita di pallone.