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Cathy Freeman: "Sono australiana, sono aborigena, sono campionessa"

Cathy Freeman: Sono australiana, sono aborigena, sono campionessa
(getty)
La quattrocentista vinse l’oro nelle Olimpiadi del 2000 a Sydney e dedicò un trionfo al suo popolo, che ha sperimentato sulla propria pelle le malefatte del colonialismo.
di Sandro Bocchio & Giovanni Tosco

Il nonno di Cathy - Catherine Astrid Salome Freeman, nata a Mackay il 16 febbraio 1973 - non ha mai avuto il passaporto né il permesso di parlare ai bianchi. La sua famiglia è stata deportata, la madre ha dovuto lasciare la scuola a dodici anni per lavorare come telefonista con una paga da fame. Soltanto nel 2008, durante una trasmissione televisiva, ne ha scoperto le origini cinesi e inglesi, oltre che aborigene, e che per questa ragione l'altro nonno ha combattuto nella Prima guerra mondiale: era sufficiente avere un parente europeo per essere arruolati.

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A nove anni Cathy assiste a scuola alla premiazione di una gara nella quale è stata la migliore, ma gli elogi e i riconoscimenti vanno ai bambini bianchi, gli unici, fino al 1966, ad avere accesso alle piscine pubbliche. Cathy adesso è in ginocchio, le mani sul volto, la tuta gialla e verde con il cappuccio madida di sudore. C'è la storia in questa immagine, c'è molto più di una donna che ha appena vinto la medaglia d'oro nei 400 metri ai Giochi Olimpici di Sydney. È il 25 settembre 2000, ci sono centodiecimila spettatori in delirio, divisi tra gioia, ammirazione e, i più sensibili, sensi di colpa. Sì, perché la donna in ginocchio, stremata ma felice, è una aborigena, fa parte di quella popolazione che ha sperimentato sulla propria pelle le malefatte del colonialismo, la sofferenza di vivere da cittadini inferiori. Un tempo erano due milioni, adesso sono meno di quattrocentomila: hanno un'aspettativa di vita di cinquantasette anni contro i settantanove degli australiani. La donna in ginocchio non ha bisogno di parole per esprimere concetti chiarissimi: "Sono australiana, sono aborigena, sono campionessa. Io sono tutto questo".

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LE FERITE DA SUTURARE


Nell'impresa di Freeman c'è il senso di un cognome (Uomo libero) e di un tatuaggio tra la spalla e il gomito con su scritto “Cos I'm Free”: perché io sono libera, malgrado tutto. Ma Cathy non vuole riaprire antiche ferite. Semmai il suo desiderio è suturarle, in qualche modo contribuire a guarirle perché è l'unico maniera per andare avanti. E infatti effettua il trionfale giro di pista portando con sé la bandiera australiana e quella aborigena, come già aveva fatto nel 1994 ai Giochi del Commonwealth. La sua volontà è quella del governo, che non a caso ha chiesto espressamente che fosse lei la tedofora, ossia che venisse affidato a Cathy il compito di accendere la fiamma olimpica. Ma bisognerà aspettare altri otto anni perché venga ufficialmente chiesto scusa agli aborigeni per tutto quanto hanno dovuto subire.

I Giochi di Sydney 2000 sono i suoi Giochi. Li aspetta da quattro anni, da quando ad Atlanta si è dovuta accontentare della medaglia d'argento, battuta dalla francese Marie-José Pérec. In questo lasso di tempo Freeman ha vinto i Mondiali di Atene nel 1997 e di Siviglia nel 1999, ma è chiaro che adesso l'unico appuntamento che conta è quello con le Olimpiadi, in Australia, che possono condurla nella storia. La rivale è ancora Pérec che, a sorpresa, non si presenta alle batterie, adducendo un pretesto - il tentativo di uno sconosciuto di entrare nella sua camera d'albergo la notte prima - a cui pochi credono. L'unica avversaria che possa strapparle l'oro, adesso, è la giamaicana Lorraine Graham, vincitrice dell'altra semifinale. Cathy è in sesta corsia. Graham, in quarta, si presenta sul rettilineo d'arrivo leggermente avanti, ma Freeman ha ancora la forza per accelerare, superare l'avversaria e aggiudicarsi in 49”11 quell'oro che rappresenta, prima di tutto, il riscatto della sua gente: "Questa medaglia è di tutti quelli che la vorranno. Un sacco di miei amici ha il talento, ma la mancanza di mezzi e di opportunità non li mette in condizione di esprimersi. Io resto una persona normale, credo che nella vita sia importante stare bene e essere amate".

LA MENTE VELOCE COME LE GAMBE

Nel 2003, a trent'anni, Cathy abbandona l'attività agonistica e nel 2007 crea la fondazione che porta il suo nome per abbattere ogni diseguaglianza nell'istruzione tra bambini aborigeni e australiani. Ha una vita sentimentale turbolenta, fino al matrimonio del 2009 con l'agente di cambio James Murch e la nascita, due anni dopo, della figlia Ruby Anne Susie. La mente di Cathy ancora oggi corre veloce come veloci erano le sue gambe e spesso la riporta a quel 25 settembre 2000, a quei quarantanove secondi da perdere il fiato, a quel giro d'onore con la bandiera blu dell'Australia e quella rossa e nera con il sole giallo disegnata nel 1971 dall'artista Harold Thomas come simbolo del movimento per il diritto alla terra degli aborigeni, a quell'ovazione senza fine che l'ha accompagnata mentre saliva sul gradino più alto del podio sotto lo sguardo commosso della madre alla quale consegna il mazzo di fiori ricevuto, alla voce con cui canta insieme a tutto lo stadio l'inno nazionale, al pensiero rivolto, come ogni giorno, alla sorella Anne-Marie, nata con una paralisi cerebrale e morta nel 1990: "Ho corso perché lei non poteva farlo". Cathy è australiana, Cathy è aborigena, Cathy è campionessa. Cathy è un simbolo che non morirà mai.