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Betty Robinson, più veloce anche del destino

Nel 1928 la statunitense Betty Robinson fu la prima donna a vincere l’oro nei 100 metri ai Giochi Olimpici. Dopo essere rimasta in coma per un incidente aereo, tornò a gareggiare e, tra lo stupore dei medici, trionfò a Berlino nel 1936 nella staffetta 4x100
 

L’uomo che per primo ne intuì le doti era un professore di biologia. Si chiamava Charles Price e allenava la squadra maschile di atletica leggera della Thornton Township High School di Harvey. Non erano su un campo di allenamento. Erano per la strada, dove Elizabeth Robinson, per tutti Betty, correva per arrivare in tempo a prendere il treno che l’avrebbe riportata a casa. Aveva 16 anni e non le era mai passato per la mente di dedicarsi all’atletica: «Non avevo idea che le donne corressero. Sono cresciuta come una contadina», raccontò molto tempo dopo. Era la fine del 1927 e in realtà la scuola che frequentava non aveva una squadra femminile, per cui Price decise di farla allenare con i ragazzi.

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LA PREDESTINATA

Ma Betty era predestinata. Alla prima gara sui 100 metri, appena qualche mese più tardi, venne battuta solo dalla detentrice del record statunitense, Helen Filkey. Pochi giorni dopo, il 2 giugno 1928, vinse stabilendo il nuovo primato con il tempo di 12”2. All’inizio di luglio, nel New Jersey, erano in programma le qualificazioni per partecipare ai Giochi Olimpici di Amsterdam, dove l’atletica femminile era ammessa per la prima volta. Su una pista polverosa e contro avversarie più esperte, riuscì a guadagnarsi un posto sul transatlantico che portò i 280 atleti statunitensi nei Paesi Bassi.

VELOCE E FREDDA

Seconda nelle batterie, prima nelle semifinali, Robinson si presentò sulla linea di partenza della finale con la speranza di stupire tutti, ma la consapevolezza che la grande favorita era la canadese Fanny Rosenfeld. Fu una gara drammatica. La canadese Myrtle Cook, squalificata dopo due partenze false, si gettò a terra in lacrime. La tedesca Leni Schmidt, estromessa per la stessa ragione, si infuriò con lo starter olandese mostrandogli il pugno e accusandolo di incompetenza. La tensione era altissima quando finalmente la gara scattò. Betty dimostrò, oltre alla velocità, una freddezza da veterana e conquistò la medaglia d’oro ancora in 12”2. «Ricordo di aver rotto il nastro, ma non ero sicura di avere vinto. Però i miei amici in tribuna saltarono oltre la ringhiera, scesero e mi abbracciarono. E allora capii di avere vinto». Robinson avrebbe potuto essere la prima donna medagliata nell’atletica, ma proprio le false partenze fecero sì che i 100 metri si disputassero dopo il lancio del disco, dove si impose la polacca Halina Konopacka. Quattro giorni più tardi, le velociste statunitensi - con Betty c’erano Mary Washbum, Jessie Cross e Loretta McNeil - conquistarono l’argento nella 4x100 alle spalle del Canada.

DALLA FAVOLA AL DRAMMA

La sua vita si era trasformata in una favola. Continuò a ottenere successi importanti fino a quando il destino si mise contro. Era il 1931, Robinson salì sul biplano pilotato dal cugino Wilson Palmer diretto a Chicago. Mentre volavano sulla periferia della città, un’avaria del motore fece cadere l’aereo in picchiata. Due uomini videro la scena e si precipitarono per soccorrerli. Betty era intrappolata tra i rottami. Riuscirono a estrarla. Credendola morta, la trasportarono in un’agenzia di pompe funebri, i cui titolari preferirono portarla all’ospedale di Oak Forest, dove i medici si accorsero che la ragazza era viva. Rimase in coma per sette settimane: aveva lesioni interne, il braccio e la gamba sinistri fratturati, la fronte e il viso lacerati. Se la cavò, però i dottori furono tassativi: «Abbiamo dovuto inserire un chiodo di ferro nella gamba. Non potrai più correre».

L’INCREDIBILE RINASCITA

Piano piano riprese a camminare, poi addirittura a correre. Dopo due anni si sentiva in forma, ma c’era un problema: a causa del chiodo, non poteva piegarsi nella obbligatoria posizione di partenza. Non si perse d’animo. Ai 100 metri non poteva partecipare, però nulla le impediva di correre nella staffetta. Quella che sembrava una idea bella, ma irrealizzabile, si trasformò in realtà. E Betty riuscì addirittura ad arrivare all’Olimpiade del 1936 a Berlino, dove gareggiò come terza frazionista insieme a Harriet Bland, Annette Rogers e Helen Stephens. Le tedesche, favorite, arrivarono all’ultimo cambio con 8 metri di vantaggio, ma nel passaggio da Marie Dollinger a Ilse Dörffeldt il testimone cadde: e così le staunitensi ebbero la via spianata verso il trionfo.

PADRONA DELLA PROPRIA VITA

Tornata a casa, Robinson decise di ritirarsi, senza mai spiegare la ragione. È vero, aveva 25 anni ed era la meno giovane della squadra, ma aveva dimostrato di essere di nuovo in condizioni smaglianti. Non ebbe ripensamenti. Fu giudice, cronometrista, si sposò, divorziò, si risposò, ebbe due bambini. E divenne oratrice pubblica per la Women’s Athletic Association e la Girls’ Athletic Association. Con le sue parole, e soprattutto con la sua vita, dimostrò alle ragazze che il sistema dominante nello sport si poteva stravolgere. Nel 1996 fu tra i tedofori dei Giochi Olimpici di Atlanta. Morì nel 1999, dopo aver trascorso gli ultimi anni a lottare contro un tumore e l’Alzheimer.