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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Arianna Tricomi, la ribelle vincente delle nevi

Tre volte vincitrice del Freeride World Tour, Arianna Tricomi è sempre alla ricerca di varcare nuovi limiti: l’ultimo, per ora, l’ha superato sul Monte Bianco. «Non è soltanto sport, ma uno stile di vita nella natura estrema».
di Sandro Bocchio & Giovanni Tosco
Arianna Tricomi, la ribelle vincente delle nevi
(arianna tricomi)

La mamma, Maria Cristina Gravina, è stata azzurra di sci alpino tra la fine degli anni Settanta e l’inizio degli anni Ottanta, partecipando, tra l’altro, ai Giochi Olimpici di Lake Placid. Il papà, Francesco, è uno di quei piloti di aereo talmente bravi da finire alla guida delle Frecce Tricolori. Insomma, quando è nata - nell’agosto del 1992 a Corvara in Badia - nei geni di Arianna Tricomi c’era già una bella dose di coraggio, di gusto per l’avventura, di volontà di andare oltre i propri limiti. Che lei ha fatto propria, vivendola e riuscendo a portarla ancora più all’estremo.

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GLI SCI A TRE ANNI


Mai come in questo caso è necessario procedere con ordine. A tre anni Arianna ha già gli sci a piedi, a sei si dedica allo sci alpino e al Telemark, specialità che si basa sulla tecnica del tallone libero inventata nell’Ottocento dallo sciatore norvegese Sondre Norheim, nato per l’appunto nella contea di Telemark. Dopo dieci anni di sci alpino, il desiderio di avere nuovi stimoli, trovati nello slopestyle e poi nel freestyle, diventato poi troppo glamour per lei.

LA BELLA SCOPERTA


Un anno maestra di sci, gli studi di fisioterapia a Innsbruck e la scoperta del freeride, inizialmente solo per divertimento tra una lezione e l’altra. Ecco, in quelle sciate fuoripista, sulla neve fresca, Arianna ha trovato la propria dimensione: «È un modo unico di vivere a contatto con la natura, in posti ancora spesso incontaminati, lontani dall'uomo, in silenzio: tutti ambienti un po’ grezzi, se vogliamo, estremi. Cercare la vicinanza con la natura rende tutto speciale e trasforma una passione in uno stile di vita».

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I RISULTATI ECCEZIONALI

Al piacere che potremmo definire filosofico si sono aggiunti i risultati, prima sorprendenti e poi addirittura eccezionali. Nel giro di due anni si è qualificata per il Freeride World Tour, quindi l’ha vinto per tre volte consecutive tra il 2018 e il 2020: nessuna c’era riuscita prima di lei. Nell’ultimo trionfo, conquista un punteggio formidabile, che commenta con queste parole e una risata: «Non voglio attaccarmi ai punti, ai risultati. 

Quello che facciamo noi è disegnare linee su una montagna. Non si esprimono in punti. Io conto sullo stile, ma è quello che guardano meno…». Uno spirito libero non si lascia ingabbiare da regole e regolamenti, neppure quando certificano il suo enorme talento.

LA NARRAZIONE

E quindi, che altro fare dopo essere diventata la numero uno al mondo? Fermarsi mai. Così, nel 2024, ecco l’Arianna’s Van Life Diary, tre puntate prodotte da Troublehaus e pubblicate sul canale YouTube dell’atleta Red Bull: il racconto delle discese con gli sci, delle risalite con le pelli di foca, delle scalate di pendii ultraripidi e delle visioni paradisiache ad altezze uniche. «Non è stato un racconto autoreferenziale, ma la testimonianza di ciò che per me è parte imprescindibile della vita: la passione per lo sport, il legame profondo che ho con la montagna e la comunità che la vive ogni giorno. Il van è il mezzo ideale per essere fedele a questo mio spirito, permettendomi di esplorare luoghi incredibili e vivere avventure splendide».

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LA NUOVA SFIDA

Poi, sempre a proposito dell’andare oltre i propri limiti, la proposta: «Andiamo a fare il Bianco?». Arriva, nella primavera di quest’anno, da Leo Gheza, affermato alpinista che coinvolge pure Federico Secchi. Arianna risponde sì d’impulso, anche se poi qualche dubbio la assale, non foss’altro per la mancanza di tempo nella preparazione e per le questioni legate alla resistenza: arrivare a 4.800 metri al fondovalle in ventiquattr’ore senza alcun acclimatamento non è da tutti. La partenza “calma”, l’ascesa per la cresta, scelta per evitare i seracchi instabili, fino a quota 4.500, la battaglia con se stessa da lì in poi, quando ogni passo diventa un’impresa per il fisico e per la testa. Alle 17, Tricomi, Gheza e Secchi sono in cima, completamente soli. La magia del tramonto nel silenzio sulla vetta del Bianco. E poi la discesa, nella quale ovviamente si trova a proprio agio, seppure per 3.500 metri e con l’ultima parte nel bosco, su un sentiero. Alle tre del mattino, il rientro a casa. E la mattina dopo, decine e decine di messaggi di complimenti, a cominciare da Giulia Monego, la prima freerider italiana.

LA PAURA ESISTE

Arianna, che conosce sei lingue (ladino, italiano, tedesco, inglese, spagnolo, francese), non ama gli atteggiamenti da superdonna, anzi. Quando le si chiede se la parola paura appartiene al suo vocabolario, risponde senza esitazioni: «Assolutamente sì. E per fortuna. Quando c’è la paura, si ha la forza di riflettere, analizzare e ringraziare che sia andato tutto per il verso giusto. Ma sia chiaro: non è un approccio pauroso, semmai rispettoso».