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Althea Gibson, la donna che sgretolò il muro del razzismo nel tennis

Althea Gibson 

Althea Gibson è stata la prima afroamericana a essere ammessa agli Us Open. Vinse 11 Slam e quando a Wimbledon la regina Elisabetta le strinse la mano commentò: «È un bel passo avanti rispetto a doversi sedere nella parte riservata ai neri sull'autobus per andare in centro a Wilmington, nella Carolina del Sud».

A volergli dare un’interpretazione non scontata, fu un segno del destino. E lei fece proprio così. Quando il fulmine si abbattè, distruggendola, su una delle due aquile reali di cemento che facevano da guardiane sulla parte alta dello stadio di Forest Hills, New York, Althea Gibson pensò: «È un segnale, i tempi stanno cambiando». Eravamo nel 1950 e lei era la prima afroamericana a essere ammessa agli Us Open ed era appena stata battuta al terzo set da Louise Brough, reduce dai successi al Roland Garros e a Wimbledon. Ma il fatto di essere lì, su quel campo, era la sua grande vittoria. Ecco, quello era il segno del destino. Il mondo aveva imboccato un’altra direzione: ci sarebbe voluto ancora tanto tempo - ci vorrà ancora tempo -, ma antiche ferite cominciavano a essere suturate anche in questo modo, anche attraverso lo sport. Quella frase Gibson la confidò a Bud Collins, il più grande giornalista di tennis insieme a Gianni Clerici. Erano passati molti anni da quell’episodio. Althea, che nel frattempo aveva abbattuto molte delle barriere razziali con la forza dei suoi undici Slam conquistati (cinque in singolare: Parigi nel 1956, Wimbledon e Us Open nel 1957 e nel 1958), cinque nel doppio e uno nel doppio misto.

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I GENITORI RACCOGLITORI DI COTONE


Quando vinse per la prima volta in Inghilterra, riassunse così il significato del trionfo: «Stringere la mano alla regina Elisabetta è un bel passo avanti rispetto a doversi sedere nella parte riservata ai neri sull'autobus per andare in centro a Wilmington, nella Carolina del Sud». All’epoca, la segregazione razziale era ancora una orribile e dolorosa consuetudine negli Stati Uniti: sulle vetrine dei negozi venivano esposti i cartelli con il divieto di ingresso alle persone di colore, sui mezzi pubblici si viaggiava separati e perfino nelle scuole la divisione nelle classi era rigida. Althea Gibson era nata il 25 agosto 1927 a Silver, figlia di Daniel e Annie Bell, due raccoglitori di cotone che, quando lei aveva tre anni, si trasferirono a New York: Harlem, ovviamente. A indirizzarla verso un futuro diverso fu Buddy Walker, un musicista vicino di casa che le regalò una racchetta. Partecipò ai tornei dell'American Tennis Association riservati agli afroamericani e in poco tempo dimostrò un talento infinitamente superiore alle avversarie. L'arretratezza della società la tenne lontana dai tornei riservati ai bianchi, ma qualcosa - piano, lentamente - iniziò a cambiare. Era già successo nel baseball, dove i Brooklyn Dodgers nel 1947 avevano messo sotto contratto Jackie Robinson. La svolta nel tennis arrivò tre anni dopo, quando l'ex giocatrice Alice Marble, in un editoriale pubblicato nel numero di giugno dell'American Lawn Tennis Magazine, appoggiò la causa di Althea: «Se il gioco del tennis è uno sport per gentiluomini e gentildonne, è tempo di comportarci un po' di più come persone gentili e un po' meno come ipocriti bigotti. Se Althea Gibson rappresenta una sfida per chi ama questa disciplina, è giusto che a tale sfida si risponda sul campo». Ci voleva coraggio per scrivere queste righe. Ci voleva coraggio per accettare di entrare nei club che fino a quel momento ti avevano respinto e che, anche adesso, ti costringevano a entrare dalla porta laterale e ti impedivano di sostare negli spogliatoi. Ma Althea aspettava questo momento da troppo tempo. E il 22 agosto 1950 debuttò sui campi allora in erba di Forest Hills, affrontando e sconfiggendo Barbara Knapp.

Althea Gibson 

SIMBOLO PER MILIONI DI AFROAMERICANI


L'ascesa fu graduale ma inesorabile. Vinse i campionati caraibici in Giamaica, dominò quelli nazionali e, nel 1956, si impose per la prima volta al Roland Garros superando in finale la britannica Angela Mortimer (6-0, 12-10), ripetendosi nel doppio con Angela Buxton, con la quale trionfò anche a Wimbledon. Diventò la numero 1 al mondo. Cominciò il periodo più esaltante della sua carriera. Nel 1957 vinse il doppio negli Australian Championships (questa volta con la stessa Fry, che la battè nella gara decisiva del singolare), si impose nelle finali di Wimbledon contro Darlene Hard (6-3, 6-2) e di Forest Hills contro Louise Brough (6-3, 6-2). Raggiunse un livello di popolarità straordinario, trasformandosi in un simbolo per i milioni e milioni di afroamericani che ancora soffrivano per la segregazione razziale. L'anno dopo Althea si ripetè sia a Wimbledon (sconfiggendo in finale Mortimer 8-6, 6-2), sia agli Us Open (a contenderle il trofeo era Hard, battuta 3-6, 6-1, 6-2). Quando decise di passare al professionismo venne aspramente criticata. Rispose con ironia: «È bellissimo essere la regina del tennis, ma non puoi mangiare una corona e non puoi neanche mandare un pezzo del trono per pagare le tasse. Il padrone di casa, il panettiere e quelli del fisco sono un po' strani: vogliono i soldi in contanti... Io regno su un conto in banca vuoto e non posso pretendere di riempirlo giocando nel circuito dilettantistico». Partecipò così ad alcune esibizioni ben remunerate, ma il muro del razzismo restò difficile da abbattere: sue rivali tecnicamente inferiori ricevevano molti più inviti di lei, che per reazione iniziò a giocare a golf, altro sport riservato a una élite: ne fu protagonista fino al 1971, quando decise di abbandonare l'attività. Nel 1959 interpretò anche un piccolo ruolo in un western di John Ford, “The Horse Soldiers”.

Althea Gibson 

IL FRANCOBOLLO E LA STATUA


Gli ultimi anni della sua vita furono caratterizzati da molti problemi di salute, per risolvere i quali fu costretta a svuotare il conto in banca. Chiese un sostegno economico a diverse associazioni tennistiche, che non si presero neppure la briga di risponderle. Fu Buxton, compagna di doppio e amica, a rendere pubblica la sua situazione e a raccogliere un milione di dollari per aiutarla. Morì il 28 settembre 2003. Dieci anni dopo lo United States Postal Service le rese omaggio con il francobollo “Althea Gibson Forever”. Nel 2019 una statua in suo onore è stata collocata di fronte all'Arthur Ashe Stadium a Flushing Meadows. Sul granito c’è incisa una sua frase: «Spero di aver compiuto una cosa sola: aver onorato il tennis e il mio paese». Ma tutti sappiamo, e forse in cuor suo anche lei ne era consapevole, che ha fatto molto, molto di più.