Keleti, la donna che visse due volte
Ágnes Keleti è stata perseguitata come ebrea e ha visto Budapest invasa dall'Armata Rossa. Ha comunque vinto 10 medaglie in due edizioni dei Giochi ed è stata la più anziana olimpionica in vita fino a gennaio 2025, quando è morta a 103 anni.
Ágnes Keleti è la donna che visse due volte. Meglio: sopravvisse due volte. Prima alla barbarie nazista verso gli ebrei, poi all'invasione dell'Ungheria da parte dei carri armati dell'Unione Sovietica. Ed è anche stata, fino al 2 gennaio 2025, la più anziana campionessa olimpica in vita. Stava per compiere 104 anni (era nata il 9 gennaio 1921) ma è morta per le complicazioni di una polmonite, in un ospedale di Budapest. L'aveva lasciata nel 1956, quando decise di non rientrare mentre era a Melbourne, per i Giochi olimpici. L'avrebbe ritrovata definitivamente soltanto nel 2015, anno in cui tornò in patria come la donna ungherese più medagliata nella storia delle Olimpiadi. Dieci, come lo schermidore Aladár Gerevich, ma con meno ori: cinque contro sette, cui aggiungere tre argenti e due bronzi.
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VIOLONCELLO E GINNASTICA
Ágnes nasce a Budapest in una famiglia ebrea. Il cognome è Klein, che cambia in Keleti per avere una sonorità più ungherese. Vorrebbe dedicarsi alla musica classica, fin da piccola è una eccellente violoncellista. Ma in famiglia il padre Ferenc è un appassionato sportivo, «un fantastico atleta che mi ha spinto a fare sport». La ginnastica artistica entra subito nella sua esistenza: a 4 anni il primo approccio, nel 1939 la chiamata in Nazionale, nel 1940 il primo titolo nazionale e il primo ostacolo. Non solo la Seconda guerra mondiale le impedisce di partecipare ai Giochi, previsti quell'anno e cancellati dal conflitto, ma le nega anche - nelle difficoltà - una esistenza normale: l'Ungheria, alleata della Germania, emana leggi discriminatorie nei confronti degli ebrei e collabora attivamente con i nazisti per inviare persone nei campi di concentramento. Il padre Ferenc muore ad Auschwitz, insieme a molti parenti. La madre Róza e la sorella si salvano grazie a due diplomatici - lo svizzero Carl Lutz e lo svedese Raul Wallemberg - che a Budapest concedono agli ebrei lettere di protezione che impediscono la deportazione. Ágnes si sposa nel 1944 con il ginnasta István Sárkány, perché convinta che tale condizione la protegga dalla repressione. È una illusione. Per sfuggire alle retate assume allora una falsa identità, facendosi passare per cristiana, e scappa in un villaggio sperduto, dove lavora come cameriera e si allena di nascosto lungo le rive del Danubio.
DA HELSINKI A MELBOURNE
La fine della guerra permette il ritorno alla quotidianità. Keleti suona il violoncello per vivere e riprende ad andare in palestra. Vince di nuovo a livello nazionale, nel 1947 è campionessa dell'Europa Centrale. L'obiettivo è partecipare da protagonista alla prima Olimpiade nel 1948 a Londra. Il destino le si fa incontro sotto forma di infortunio, quando un legamento della caviglia cede nell'ultimo allenamento. Si separa dal marito nel 1950, due anni dopo è finalmente a Helsinki. Ha 31 anni, un'età che consente un approccio sereno all'appuntamento olimpico: «Non pensavo realmente di poter vincere qualcosa, volevo solo godermi l'opportunità che mi offriva lo sport di girare il mondo. Gli altri atleti dicevano di essere spaventati prima delle gare, io non ero neanche nervosa». E lo dimostra in Finlandia, dove sale quattro volte sul podio: oro nel corpo libero, argento nel concorso a squadre, bronzo nelle parallele asimmetriche e negli attrezzi a squadre. Quattro anni dopo, a Melbourne, riesce ancora a migliorarsi, a un'età in cui lo sport spesso non è più praticato ad alto livello. Keleti diventa, a 35 anni, la ginnasta più anziana a vincere un oro. Ci riesce ben quattro volte (corpo libero, trave, parallele asimmetriche e ginnastica con attrezzi), aggiungendo gli argenti nel concorso a squadre e in quello individuale.
L'INVASIONE E LA FUGA
Con sei podi è l'atleta più medagliata insieme a Larisa Latynina (con cui condivide l'oro nel corpo libero). Una rivale che arriva da quella Unione Sovietica che ha appena soffocato nel sangue il tentativo di Budapest di ribellarsi al giogo di Mosca. Un conflitto che, ai Giochi, prosegue in piscina, quando l'incontro di pallanuoto Ungheria-Urss (vinto dalla prima 4-0) si trasforma in rissa, tra i giocatori e tra il pubblico: passa alla storia come "Il bagno di sangue di Melbourne". Le vicende internazionali costringono Ágnes a una scelta. Con altri 44 componenti della spedizione ungherese decide di non tornare a casa. Resta in Australia fino al 1957, poi vola in Israele e comincia una nuova vita. Si sposa con il connazionale Robert Biro, ha due figli: Daniel e Rafael. Insegna educazione fisica all'Università di Tel Aviv, collabora con la Nazionale israeliana di ginnastica e mantiene una fisicità impressionante: a 90 anni nuota ed effettua camminate sportive, riesce ancora a fare una spaccata senza problemi.
UN SECOLO BEN VISSUTO
Nel 1983 ritrova l'Ungheria per la prima volta, in occasione del campionato mondiale di ginnastica artistica. Le trasferte si fanno più frequenti dal 1989, alla caduta del Muro di Berlino. Nel 2015 il ritorno definitivo. Keleti è l'orgoglio di due patrie. Nel 2004 l'Ungheria la nomina "Atleta della nazione" e nel 2017 riceve il Premio Israele, il più alto riconoscimento culturale. Quando raggiunge il secolo di vita, la cercano per intervistarla: «Mi sento come se avessi 60 anni - confessa -. Vivo bene e amo la vita. Valeva la pena fare qualcosa di buono, considerando l'attenzione che ho ricevuto. Mi vengono i brividi quando vedo tutti gli articoli scritti su di me», racconta alla France Press un paio di settimane prima di festeggiare i 100 anni. Un secolo che non è stato breve per Ágnes, affrontato con la forza interiore di chi non si arrende di fronte alle circostanze della vita. Una donna da ricordare ai campionati europei 2025 dal 26 al 31 maggio. Si sarebbero dovuti svolgere proprio a Tel Aviv, dove Keleti ha
vissuto e lavorato, ma il conflitto israelo-palestinese ha reso obbligatorio il cambio di sede. Sono stati assegnati a Lipsia, a quella Germania che le aveva stravolto la famiglia e negato la prima Olimpiade. Ma che non l'ha sconfitta.