Violenza ostetrica: sei donne su dieci l'hanno subita (ma in Italia manca consapevolezza)
Mentre il Portogallo ha recentemente approvato una legge che riconosce e contrasta questo fenomeno, in Italia manca ancora un quadro normativo specifico. Abbiamo approfondito il tema con due esperte del settore.
Sei donne su dieci in Italia affermano di aver subito almeno una forma di violenza ostetrica. Lo rivela uno studio condotto su oltre 12mila donne e 700 operatori sanitari dall’ostetrica Alessandra Bellasio.
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La violenza ostetrica rappresenta una realtà dolorosa per molte donne durante gravidanza, parto e post-partum. Mentre il Portogallo ha recentemente approvato una legge che riconosce e contrasta questo fenomeno, in Italia manca ancora un quadro normativo specifico. Abbiamo approfondito il tema con due esperte del settore.
Una nuova legge in Portogallo
Il Portogallo ha compiuto un passo importante nella tutela delle donne, diventando uno dei primi paesi europei a riconoscere formalmente la violenza ostetrica attraverso una legge specifica. La violenza ostetrica è definita come "azione fisica e verbale" esercitata dai professionisti sanitari sul corpo delle donne durante gravidanza e parto. La legge 33/2025, che entrerà in vigore con l'approvazione del prossimo bilancio, prevede sanzioni per pratiche come l'episiotomia di routine e obbliga gli ospedali a informare le pazienti sui loro diritti. Tuttavia, il provvedimento ha sollevato critiche sia dall'Ordine dei Medici, che teme l'incoraggiamento di una medicina difensiva, sia da associazioni femministe come l'Osservatorio sulla violenza ostetrica portoghese, che considera la legge un passo avanti ma insufficiente, lamentando l'assenza di riferimenti alla violenza psicologica ed emotiva e ad altre pratiche problematiche oltre all'episiotomia.
La situazione italiana
"In Italia non esiste una norma che riconosca e definisca l'ipotetico reato di violenza ostetrica, che viene invece inquadrata in altre tutele già esistenti come violenza privata, lesioni occasionali o violenza sessuale," spiega Alessandra Bellasio, ostetrica e autrice dello studio. Nonostante nel 2016 fosse stata avanzata una proposta di legge, soprattutto dopo casi di cronaca che hanno scosso l'opinione pubblica e campagne come #BastaTacere, non ci sono stati sviluppi concreti a livello legislativo.
I numeri della violenza ostetrica
I dati sono allarmanti. Secondo un'indagine Doxa del 2016, una donna su cinque dichiara di aver subito una forma di violenza ostetrica e una su sei afferma di non volere più figli a seguito di questa esperienza. Ancora più significativo è lo studio condotto da Bellasio: "Oltre il 60% delle donne intervistate dichiara di aver subito una forma di violenza ostetrica. Significativamente, anche molti operatori sanitari confermano di aver assistito a episodi simili, sebbene non abbiano avuto il coraggio di segnalarli". Per quanto la risposta ottenuta da parte degli operatori sia nettamente inferiore rispetto a quella fornita dalle mamme, infatti, il dato resta pur sempre significativo: “Gli operatori, non vi è dubbio, vedono esattamente ciò che accade e troppo spesso si sentono e dichiarano impotenti. Le denunce quasi mai vengono fatte, né dalle donne, né tanto meno dai colleghi. La sensazione è che non serva a nulla farlo proprio perché la violenza appare sistemica ed il personale, talvolta, sembra assuefatto – commenta l’esperta -. Dalle risposte, però, emerge un altro dato importante, ovvero che le figure più sensibili al tema sono quelle con meno anni di servizio. Questo si potrebbe spiegare sia con un trascorso meno lungo in un ambiente desensibilizzato, che con una formazione più recente che pone maggiormente l’accento su questo tema”.
Le conseguenze psicologiche
Martina Migliore, psicoterapeuta e direttrice della formazione e dello sviluppo di Serenis, sottolinea l'impatto psicologico di queste esperienze: "Quando le cose non vanno come ci si immagina, emerge sempre una componente di colpa. Spesso la prima reazione non è la rabbia ma la vergogna, il sentimento di aver disatteso delle aspettative”.
Questo senso di inadeguatezza può essere amplificato da trattamenti che fanno sentire la donna "come un contenitore" o che la fanno sentire "stupida" per le sue scelte o preoccupazioni: "Ho assistito a un corso preparto dove, su 22 partecipanti, 13 hanno subito complicazioni dopo induzione e cesareo d'urgenza, in un ospedale con tre bollini rosa", racconta Migliore, evidenziando come spesso le certificazioni di qualità non riflettano l'effettiva esperienza delle pazienti.
Cos'è la violenza ostetrica?
"La definizione di violenza ostetrica ha confini ampi - chiarisce Bellasio -: include violenze fisiche, verbali e strutturali subite dalla donna durante gravidanza, parto e post-partum”. Nel suo studio, Bellasio ha indagato diversi aspetti dell'esperienza delle donne: dalla preparazione al parto all'evento nascita, dal parto alla dimissione, fino alle esperienze negative e segnalazioni. Un approccio simile è stato utilizzato per gli operatori sanitari, esplorando la loro professione, realtà lavorativa, gratificazione personale ed esperienze negative.
Le resistenze del sistema sanitario
Una delle maggiori difficoltà nell'affrontare il problema è la resistenza degli stessi operatori sanitari. "In Italia siamo molto indietro. Da parte dei miei colleghi percepisco una grande ostilità, in particolare perché alla nostra professione viene legato il termine violenza”, afferma Bellasio.
Anche in Portogallo, l'Ordine dei medici e degli infermieri ha mosso critiche alla nuova legge, temendo che possa generare una medicina difensiva, con un aumento di tagli cesarei preventivi o reticenza a effettuare procedure come l'episiotomia per paura di conseguenze legali.
Cosa si può fare?
Le esperte concordano sulla necessità di interventi a più livelli per contrastare la violenza ostetrica. Il primo è nella formazione: “Nelle facoltà di medicina o delle professioni sanitarie, l'aspetto psicologico non è considerato adeguatamente", sottolinea Bellasio, che propone di inserire nei percorsi formativi "momenti di condivisione dove sollecitare l'empatia”. Sul fronte della preparazione, Migliore afferma che si può fare tantissimo prima del parto, evidenziando quanto sia importante informare adeguatamente le donne.
Per chi ha già vissuto esperienze negative, ivece, è fondamentale segnalarlo: "Segnalatelo all'urp dell'ospedale per evitare che altre donne si trovino nella stessa situazione”, dice. L’ostetrica rivela di star lavorando a un progetto per orientare le donne e facilitare queste segnalazioni. Fondamentale anche il supporto psicologico post-trauma, sebbene Bellasio osservi che molte donne non elaborano l'esperienza traumatica subita. Molte di loro finiscono per esorcizzare la violenza ostetrica subita attraverso un silenzio autoimposto, scegliendo di non parlarne e talvolta nemmeno di riconoscerla come tale, prigioniere di una vergogna che trasforma un abuso in un segreto personale, quasi fosse una colpa da nascondere anziché un'ingiustizia da denunciare.
Verso un cambiamento culturale
Prima ancora di una legge, ciò che serve è una presa di coscienza collettiva. La violenza ostetrica è un problema globale che richiede attenzione a tutti i livelli della società.
“Servono esercizi di empatia e consapevolezza psicologica per le ostetriche e un cambio di paradigma nella gestione dei reparti, dove spesso turni lunghi e numerosi parti da seguire possono portare a un "approccio superficiale" che rischia di spaventare ulteriormente le donne”, commenta Migliore.
Il riconoscimento della violenza ostetrica come problema strutturale rappresenta il primo passo verso un'assistenza alla nascita più rispettosa e centrata sulla donna. Il Portogallo ha tracciato la strada, ora tocca all'Italia seguire l'esempio.