Tempo per sé: il gesto rivoluzionario di una madre felice
Quando la genitorialità diventa totalizzante, il rischio è perdere sé stessi. Ma c’è un’altra strada: quella della consapevolezza, della cura reciproca e della felicità condivisa.
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Essere genitori è un atto d’amore profondo, ma anche un terreno minato di aspettative sociali, giudizi impliciti e sacrifici spesso dati per scontati. In questo contesto, Elena Cortinovis, pedagogista, divulgatrice e madre, ha scelto di raccontare una verità scomoda, o meglio, una verità oggi pubblicizzata, ma nelle retrovie ancora stigmatizzata dalle stesse madri: per essere genitori felici, bisogna prima essere individui felici.
Lo stigma (sì, ancora)
Tutto è partito da un reel su Instagram, in cui Elena condivideva la sua scelta di prendersi tre giorni di vacanza con un’amica, lasciando a casa marito e figlie. Un gesto semplice, ma che ha scatenato reazioni polarizzate. “Se tu volessi bene alle tue figlie, staresti ogni minuto della tua vita con loro”, le ha scritto qualcuno. Un commento che racchiude una visione ancora dominante: quella della genitorialità come rinuncia totale.
Ma Elena ha risposto con fermezza e dolcezza, raccontando il suo percorso di consapevolezza. “Se io mi legittimo la possibilità di fare qualcosa per me, il mio cervello non darà la colpa all’essere diventata genitore - spiega -. Altrimenti, in maniera inconscia, se la prende con i figli”. È una riflessione potente, che ribalta il paradigma del sacrificio come unica via per essere buoni genitori.
La capacità di riconoscersi al di fuori del ruolo genitoriale
Nel suo lavoro quotidiano, Elena Cortinovis incontra madri e padri che si sentono svuotati, persi, incapaci di riconoscersi al di fuori del ruolo genitoriale. “Quando chiudo gli occhi e penso a cosa mi piacerebbe fare per me, a cosa penso?”, chiede. È una domanda che spesso trova il vuoto come risposta. E quel vuoto, se non affrontato, può diventare frustrazione, rabbia, senso di colpa.
La sua esperienza personale è illuminante. Le figlie, informate della sua partenza, hanno reagito con naturalezza: “Mamma, ti sei divertita?”. Nessun dramma, nessuna ferita. Solo la gioia di vedere la propria madre felice. Perché i bambini non hanno bisogno di genitori perfetti, ma di adulti autentici, capaci di vivere con pienezza.
Questa autenticità passa anche dalla capacità di dire “ho bisogno di tempo per me”. Che sia una cena con un’amica, una passeggiata in solitudine, un corso di ceramica o una serata in libreria. Non è egoismo, è cura. È un modo per ricaricarsi, per tornare a casa con energie nuove, con uno sguardo più aperto, con una pazienza più profonda.
La visione pedagogica
E non è solo una questione personale. È anche pedagogica. I figli imparano osservando. Se vedono un genitore che si prende cura di sé, che coltiva passioni, che ha una vita piena, imparano che è possibile essere adulti felici. Se vedono un genitore frustrato, che ha rinunciato a tutto, interiorizzano quel modello. E lo replicheranno.
Elena ci invita a fare pace con il nostro bisogno di spazio. A non sentirci in colpa. A non confondere la dedizione con l’annullamento. Perché un figlio ha bisogno di amore, sì, ma anche di un esempio. E l’esempio più potente è quello di un adulto che sa chi è, che sa cosa lo rende felice, e che non ha paura di mostrarsi così com’è.
Essere genitori non significa smettere di essere persone. Significa, semmai, diventare persone ancora più consapevoli. E forse, proprio in questo equilibrio tra sé e l’altro, tra cura e libertà, si nasconde il segreto di una genitorialità davvero felice.
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