Post partum dimenticato: due genitori su tre non ricevono un supporto strutturato
Quasi tutti concordano: dopo il parto serve un supporto strutturato. Eppure due genitori su tre non lo hanno mai ricevuto. Una ricerca della Fondazione Cariplo mette in fila i numeri di una contraddizione silenziosa che riguarda migliaia di famiglie lombarde — e probabilmente molte di più nel resto d'Italia
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C'è un momento preciso in cui il sistema smette di tenerti per mano. Non è il travaglio, non è la sala parto, non sono i giorni in ospedale con le infermiere che passano, controllano, misurano, rassicurano. È dopo. È quando escono le porte automatiche dell'ospedale, sali in macchina con un neonato sul sedile posteriore e realizzi che da quel momento in poi sei sostanzialmente sola — o solo — a gestire una trasformazione radicale della tua vita, del tuo corpo, delle tue relazioni, della tua identità. Quel momento ha un nome, il post partum, e nella realtà quotidiana di milioni di famiglie assomiglia molto di più a una caduta nel vuoto che a un passaggio accompagnato.
A mettere i numeri su questa caduta ci ha pensato l'Indagine Genitorialità e Infanzia appena pubblicata dalla Fondazione Cariplo nell'ambito della sfida "Anita — L'infanzia prima", uno studio realizzato da Evaluation Lab — Fondazione Social Venture Giordano Dell'Amore su circa 1.700 persone in età fertile residenti in Lombardia e nelle province limitrofe. I risultati sono, a tratti, difficili da leggere senza un senso di sconcerto. Non perché descrivano una situazione di povertà o di abbandono conclamato, ma perché fotografano qualcosa di più sottile e, in un certo senso, più inquietante: uno scarto sistematico tra quello che si riconosce come necessario e quello che si riesce effettivamente a ottenere.
Il paradosso in tre numeri
L'87% dei genitori intervistati dalla ricerca Fondazione Cariplo ritiene importante che i neogenitori siano accompagnati e orientati nella fase del post partum. Non è un'opinione marginale, non è la risposta attesa di una minoranza sensibile al tema: è quasi unanimità, un consenso che su altri argomenti legati alla genitorialità sarebbe difficile da raggiungere. Eppure il 65% di quegli stessi genitori dichiara di non aver mai usufruito di un percorso di accompagnamento al post partum. Due terzi. Significa che solo il 35% ha avuto accesso a qualcosa che quasi tutti considerano fondamentale. E tra quei pochi, il 93,7% lo ha trovato utile.
Tre percentuali. Lette in sequenza, costruiscono la geometria di un paradosso: la quasi totalità dei genitori ritiene che quel supporto serva, quasi nessuno lo riceve, chi lo riceve ne è grato in modo quasi unanime. Come è possibile che nel 2026, in una delle regioni più ricche e meglio servite d'Europa, siamo ancora qui?
Non è una questione di volontà
La risposta istintiva — quella che scarica la responsabilità sulle famiglie, sulla scarsa informazione, sulla cultura dell'arrangiarsi — non regge all'analisi. Il problema non sta nella motivazione dei genitori né in una qualche impermeabilità culturale al sostegno professionale. Il problema sta a monte, nella struttura stessa del sistema: nella frammentazione dei servizi, nella discontinuità tra il momento del ricovero e quello del rientro a casa, nell'assenza di un orientamento attivo proprio quando le energie per cercarlo sono al minimo e i bisogni al massimo.
La ricerca Fondazione Cariplo è precisa su questo punto: nel territorio milanese e nelle aree urbane più dense la scarsa fruizione del post partum è associata a difficoltà di integrazione tra l'ospedale e i servizi territoriali, alla mancanza di continuità nei percorsi e alla poca chiarezza nell'orientamento delle famiglie. In un contesto dove l'offerta esiste ma è frammentata, il rischio concreto è che il supporto si esaurisca nelle ore immediatamente successive al parto, senza accompagnare le famiglie nel passaggio alla quotidianità della cura — che è poi il momento in cui la fatica, la solitudine e l'incertezza diventano più pesanti.
Nelle province più periferiche il problema cambia forma ma non intensità: qui è la disponibilità stessa dei servizi a essere disomogenea, la loro distribuzione territoriale irregolare, la rete meno strutturata. Con il risultato che in assenza di percorsi organizzati molti genitori si affidano a risorse informali — amiche, madri, suocere, gruppi WhatsApp — che possono essere preziose ma non sostituiscono un supporto professionale. E che non sempre ci sono.
Quello che succede quando il filo si spezza
Il senso di isolamento nel post partum non è un disagio emotivo trascurabile che passa da solo con le prime settimane. Ha conseguenze documentate sulla salute mentale delle madri — la depressione post partum riguarda tra il 10 e il 15% delle donne, secondo le stime più conservative, ma molti casi restano non riconosciuti e non trattati — sulla qualità del legame precoce con il bambino, sulla capacità di chiedere aiuto nei mesi successivi. Chi attraversa quelle prime settimane senza una rete di riferimento tende a normalizzare la fatica, ad attribuirla a una propria inadeguatezza, a non individuare i segnali che meriterebbero attenzione professionale.
A complicare le cose c'è anche il racconto pubblico. L'indagine Fondazione Cariplo rileva che solo il 54% degli intervistati considera adeguato e rispettoso il modo in cui i media narrano la genitorialità. Quasi una persona su due sente una distanza profonda tra ciò che vede rappresentato e ciò che vive nella quotidianità. Una maternità spesso mostrata in versione luminosa, lineare, priva del peso reale della cura e del bisogno di sostegno — che non è debolezza, ma fisiologia. Una narrazione che contribuisce a rendere invisibile la fatica, a far sentire l'isolamento come un'eccezione personale invece che come il prodotto di una struttura di servizi ancora incompleta.
Una finestra che si può ancora aprire
Il dato sull'utilità percepita — 93,7% tra chi ha avuto accesso a un percorso di accompagnamento, sempre secondo la ricerca Fondazione Cariplo — è forse il numero più importante di tutta l'indagine. Non descrive qualcosa da inventare, ma qualcosa che funziona quando c'è. L'indicazione che il report ne ricava è chiara: non si tratta di costruire nuovi servizi ex novo, ma di rendere sistematico ciò che già produce risultati. Di rafforzare il raccordo tra ospedale e rete territoriale. Di fare dell'orientamento al post partum una prassi attiva e strutturata, non un'informazione sepolta in un foglio di dimissioni che nessuno ha l'energia di leggere nei primi giorni a casa.
L'ospedale, scrivono i ricercatori, si configura come un punto di accesso privilegiato ma ancora parzialmente sottoutilizzato per attivare reti di supporto e prevenire situazioni di fragilità. Il momento della nascita è una finestra di opportunità: per intercettare i bisogni delle famiglie prima che diventino emergenze, per costruire un rapporto continuativo con i servizi per la prima infanzia, per sostenere il benessere genitoriale fin dalle prime ore. Una finestra che, per il 65% delle famiglie lombarde intervistate, è rimasta chiusa. Cambiarlo non richiede risorse straordinarie. Richiede volontà politica, coordinamento tra istituzioni, e la consapevolezza che il post partum non è una questione privata. È, a tutti gli effetti, un problema di sistema.
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