Stop ai genitori spazzaneve: impariamo a crescere figli emotivamente forti
Tristezza, frustrazione, paura: sono emozioni che i nostri figli devono imparare a gestire. L'esperto Alberto Pellai ci spiega come smettere di proteggerli troppo e aiutarli invece a diventare resilienti
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Come è accaduto che avendo tanta attenzione alle emozioni, agli stati d’animo dei figli oggi ci troviamo con bambini, adolescenti e giovani con una fragilità emotiva mai vista prima? È questa la domanda a cui Alberto Pellai, medico, psicoterapeuta, ricercatore e scrittore, si è ispirato per iniziare a scrivere il suo ultimo libro, Allenare alla vita (Mondadori): “Il principale errore di noi genitori di oggi risiede nel fatto che siamo innamorati delle emozioni positive dei nostri figli e le alimentiamo. Quando arrivano quelle legate a frustrazione, disagio e tristezza ci spaventiamo e generiamo una barriera tra la fatica emotiva e il luogo in cui sono i nostri figli nella vita. Senza pensare che la felicità non è una vita in cui si sorride sempre, ma una vita che aderisce al principio di realtà”.
Essere felici non vuol dire non soffrire mai, evitare il dolore, proteggere chi cresce dalla tristezza. Quindi cosa sbagliamo?
Noi genitori del terzo millennio vorremo crescere figli sempre felici. Se qualcosa rischia di perturbare la loro esistenza, cerchiamo di metterli al riparo. Alcuni sociologi e psicologi ci hanno definiti genitori elicottero oppure genitori spazzaneve per la nostra tendenza ininterrotta – un po' ansiogena, in verità - a tenere sotto controllo ogni aspetto della loro esistenza, perlustrandone ogni anfratto, reale o metaforico, guardandolo da ogni angolazione, con l’unico obiettivo che nessun genere di frustrazione, sofferenza, fastidio, dolore entri nella loro vita – continua lo scrittore -. Così facendo, abbiamo declinato il concetto di felicità alla stregua di qualcosa che non esiste: bandita ogni frustrazione, ogni tristezza, ogni fatica, la vita di chi diventa grande, in base a questo copione, dovrebbe tramutarsi in un costante e ininterrotto inno alla gioia”. Ma sappiamo che questo non è possibile: “La vita accade e porta con sé tutto – aggiunge -: il bello e il brutto. Se il bello è da favorire e sostenere nella vita dei nostri figli, e quindi noi ne dobbiamo essere fornitori e alimentatori, il brutto non può però essere negato o nascosto. Non si può chiudere dentro a un armadio o dietro ad una porta ciò che fa soffrire, ciò che arriva inaspettato e faticoso, ciò che mette a dura prova la resilienza del nostro sistema famigliare, di ciascuno di noi e quindi anche dei nostri figli.
Non proteggere ma sostenere
È un problema di iper protezione?
Sì anche, in due modi: da un lato si vorrebbe togliere completamente la fatica a un figlio. Per esempio pensate ai genitori che portano lo zaino del figlio sulle proprie spalle, o chiedere i libri in formato digitale sul tablet per non far portare il peso. Poi c’è la protezione dalla frustrazione: l'idea che il figlio non debba affrontare disagio e fatica. Ad esempio, non far uscire una figlia o figlio dal lettone per evitare la tristezza, o intrattenerlo sempre con uno schermo quando è in auto. In questo modo li rendiamo fragili, non allenando le risorse interiori che servono perché la vita non è sempre un parco giochi. Il terzo tipo di protezione è quella dal dolore: non permettere a un figlio di stare in contatto con le esperienze dolorose. Per esempio, non fargli vivere un lutto o non permettergli di partecipare a un funerale. O le coppie che si separano e fino all'ultimo giorno non dicono nulla ai figli. I bambini stanno già vivendo queste situazioni: non parlarne crea solo cortocircuiti emotivi.
Come bisognerebbe comportarsi in casi del genere?
Bisogna in primo luogo essere consapevoli che certi eventi, come una separazione, causano inevitabilmente sofferenza. La separazione porta dolore, ma il nostro modo di affrontare questo fatto doloroso può permettere di dare senso e speranza alla sofferenza del bambino. Non si tratta di negare la sofferenza, ma di darle una direzione, mostrando che non ci frantumerà, perché noi faremo in modo che diventi un'opportunità per capire come affrontare le difficoltà. Le separazioni richiedono molta alleanza genitoriale: i genitori devono essere uniti nel comunicare al bambino quello che accadrà. Non bisogna dirgli 'non devi essere triste', ma piuttosto riconoscere 'è chiaro che sei triste, è faticoso'. È fondamentale validare i suoi stati emotivi, mai negarli o minimizzarli.
Paura e frustrazioni: come insegnare a gestirle
E se le tristezze o frustrazioni derivano da rapporti con i pari o con gli insegnanti?
Quando arriva una perturbazione emotiva, invece di attraversarla, spesso si reagisce attaccando il docente, o si protesta con l'allenatore, per esempio, perché ha tenuto tuo figlio in panchina. Noi genitori non dovremmo farlo. Quando nostro figlio soffre, tendiamo a pensare che qualcuno sia stato ingiusto con lui e a far pensare a lui che sia sempre così. Invece dobbiamo accettare che la vita è anche questo. Non dobbiamo essere genitori elicottero o spazzaneve che si preoccupano di risolvere tutto per loro: in questo modo il figlio non si accorge delle emozioni che sta provando o delle sfide che sta affrontando. Il genitore deve invece essere una sponda per rinforzare il figlio. Se c'è qualcosa da dire all'allenatore, per esempio, dovremmo insegnare a nostro figlio come farlo in prima persona e accettare le emozioni che può causare anche una risposta deludente.
Come agire se nostro figlio o figlia ha paura?
Non dire mai a qualcuno 'non devi avere paura!', perché questo crea un doppio problema: continuerà a provare paura e in più si sentirà inadeguata. È invece fondamentale esplorare e comprendere cosa si nasconde dentro quella paura, aiutando a capire che può essere affrontata e superata insieme. Il modo migliore è accompagnare dentro la sua paura, camminando al suo fianco e mostrandogli la strada. Se un adulto nega o si mostra spaventato, il piccolo si sente sopraffatto e incapace di gestirla.
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