Separazione: come si divide il tempo (e le feste) dei figli
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Quando una coppia si separa, la prima cosa a cui si pensa — giustamente — è come dirlo ai figli. Si cercano le parole, si fa la scaletta mentale, si chiede aiuto a uno psicologo. Ma c'è un passaggio che viene quasi sempre saltato, e che invece conta moltissimo nella vita quotidiana dei bambini: come si organizza concretamente la vita dopo. Le due case, i giorni, le feste, le vacanze estive.
Francesca Ribaudo, psicologa con vent'anni di esperienza, lo dice con una certa sorpresa: «Non mi ricordo una volta che mi abbiano chiesto come si fanno a gestire poi le due case. Non mi ricordo di essere stata mai coinvolta nel "come possiamo fare per rendere la vita dei nostri figli più semplice possibile visto che dovranno dividersi in due case". Questo pezzo non è tanto considerato, anche se è una parte basilare, perché di fatto cambia la vita di questi bambini». Eppure è proprio da lì che si parte.
La casa non è solo un luogo fisico
Prima di parlare di giorni, orari e turni, Ribaudo invita a fare un passo indietro. «La casa non è solo il luogo fisico dove il bambino vive, ma è anche il contenitore della sua identità. Il posto dove ho le mie cose, dove sto, dove gioco, mangio, dormo. Dove mi sveglierò la mattina». Detto così sembra ovvio. Ma nella pratica, quando ci si separa, questa dimensione viene spesso trascurata. Si pensa alla logistica — chi prende i bambini il lunedì, chi il venerdì — senza considerare che per un bambino piccolo spostarsi da una casa all'altra ha un peso emotivo reale, che dipende dall'età e che non va sottovalutato.
Sotto i sei anni: meno giorni, più continuità
Su questo punto Ribaudo è molto chiara, e lo dice con una certa delicatezza verso quei genitori che in buona fede scelgono la classica formula "una settimana da uno, una settimana dall'altro". «Una settimana intera lontano da una delle due figure primarie può rappresentare una fatica per il bambino piccolo. È un cambio troppo distanziato nel tempo. Dire "tra sette giorni" a un bambino di due anni non ha nessun fondamento: non ha un concetto del tempo». Il rischio, spiega la psicologa, non è la separazione in sé, ma la discontinuità. «Il sistema di attaccamento è ancora in costruzione. Questo può generare nel bambino regressioni, difficoltà nel sonno, ipervigilanza. Non perché sia fragile in sé, ma perché il suo sistema nervoso sta lavorando diversamente da come dovrebbe. A quell'età quello di cui i bambini hanno bisogno è sicurezza e protezione». Il consiglio pratico? Accorciare i periodi. «Un 3 giorni da una parte e 2 dall'altra, alternati con i fine settimana, è molto meglio affrontabile rispetto alla settimana intera», commenta.
E poi c'è la soluzione ideale — quella che, come ammette lei stessa, si realizza forse nello 0,5% dei casi: «Se dovessi guardare esclusivamente al benessere dei bambini, senza pensare a tutto il resto, idealmente sarebbero i genitori a ruotare, e i bambini a restare nella casa. Ma stiamo parlando di tre case. È una grande fatica, anche e soprattutto economica, quasi impossibile».
Dai 6 ai 12 anni: la routine è tutto
Con la crescita arriva la capacità di capire che il genitore assente in quel momento non è sparito, è solo in un’altra casa. Ma arriva anche qualcos'altro: i sensi di colpa. «È l'età del conflitto. Il bambino sente che nel momento in cui prova affetto per un genitore sta tradendo l'altro. "Sono stato così bene che non ho pensato all'altro genitore — e mi dispiace."», racconta la psicologa. A volte lo dicono ad alta voce: "Mamma, sono stato tanto bene con papà, però ti voglio bene lo stesso." Altre volte no, e si legge dai comportamenti: tornano a casa silenziosi, raccontano poco. «Non necessariamente perché sia andata male. Anche perché è andata fin troppo bene, e non vogliono deludere».
Cosa fare, in pratica? «Validare l'esperienza sempre. Esprimere la felicità dell'adulto rispetto alle giornate vissute dal bambino, rimarcando che questo genera nell'altro genitore felicità, contentezza, allegria. E non darlo per scontato, non liquidarlo con un semplice "bene, mi fa piacere". Loro hanno bisogno di essere rafforzati, non solo ascoltati. E stanno intercettando il vostro non verbale: sono molto più bravi di noi in questo».
Per quanto riguarda i tempi, Ribaudo consiglia di spezzare comunque la settimana, qualunque sia l'età. Ma soprattutto di puntare tutto sulla routine: «Il trucco è la routine. Se riusciamo a fare il più possibile un copia-incolla tra le due case — la colazione fatta in un certo modo, la messa a letto alla stessa ora, i compiti nella stessa fascia oraria — questo giova tantissimo. Il bambino sa quello che si aspetta sia di qua che di là. È una regola non scritta: più siamo in grado di anticipare il futuro dei nostri figli, più loro saranno sereni». E per i trasferimenti tra le due case, soprattutto per i più piccoli, un consiglio concreto: «Alcuni oggetti transizionali che migrano con lei o lui. Un peluche, il pigiama preferito, lo stesso zaino che porta da papà e da mamma. Fanno da ponte tra una casa e l'altra».
Adolescenti: flessibilità e negoziazione
Con i ragazzi più grandi cambia tutto. Il conflitto è fisiologico - «non c'è bisogno di separarsi per essere in conflitto con un adolescente» - e la parola d'ordine diventa un'altra: flessibilità. «Il gruppo dei pari diventa il gruppo primario. Gli adolescenti prendono impegni che per loro sono fondamentali, vitali, e che ovviamente per noi sono super banali, ma che hanno un grandissimo valore sociale».
Se un ragazzo ha un piano improvviso con gli amici nel "giorno sbagliato", la rigidità non aiuta. «Una sera resta a casa di uno o dell'altro — che non diventi la regola, ma che sia improntato su una sorta di flessibilità. Le parole chiave in adolescenza sono flessibilità, compromesso e negoziazione».
Le feste: Natale, compleanni e la richiesta dei bambini
E le feste? Cosa si fa a Natale? E al compleanno? Ribaudo parte da un dato di fatto che molti genitori conoscono bene: «Non è raro che siano i bambini stessi a fare la richiesta. Anche bambini piccoli possono dire: "Ma questo Natale, ma questa Pasqua, possiamo stare insieme tutti quanti?"».
Sul compleanno dei bambini, il suo suggerimento è piuttosto netto: «È la festa del bambino. Il mio suggerimento è di festeggiarlo con entrambi i genitori, laddove sia possibile». E diventa ancora più importante quando i figli crescono e vogliono invitare i compagni di classe: «Vorrebbero entrambi i genitori. La seconda festa diventa, per loro, non importante quanto la prima».
Per le festività come Natale e Pasqua, invece, la logica cambia leggermente: «Su richiesta. Se il bambino chiede il Natale insieme è perché immagina un Natale di un certo tipo, sereno, non conflittuale. Se questa richiesta può essere soddisfatta senza musi, senza recriminazioni, bene. Se deve essere una giornata in cui dobbiamo stare tutti guardinghi, allora anche no.»
Le vacanze estive: pianificare, non andare a braccio
L'estate è un capitolo a parte. Tre mesi in cui i ritmi cambiano completamente, la routine scolastica sparisce e i bambini sono a casa. «Impossibile andare a braccio» dice Ribaudo. «La progettualità significa che so che cosa e dove sarò, con chi sarò e che cosa farò. E questo mi mette tranquillità».
Organizzarsi settimana per settimana, decidere all'ultimo, rimandare — tutto questo «manda in confusione il bambino, anche di 10-12 anni». La soluzione è costruire uno schema di massima: campi estivi, nonni, babysitter, giorni di ciascun genitore. «Si mettono in campo tutte le risorse possibili, si scelgono quelle più opportune, si rende sostenibile la nuova routine. E si va avanti fino a metà settembre». Attenzione, però, a una trappola comune: «Diciamo ai bambini le cose quando siamo sicuri. Se non siamo ancora in grado di dire che andremo in Sardegna quest'estate, non possiamo dirlo. Spesso si raccontano tante cose e poi non si realizzano. Ahimè, questo ha un impatto sul bambino».
Per gli adolescenti, estate significa ancora più flessibilità: «Durante l'anno hai dei vincoli — la scuola, lo sport. Nel momento in cui questi vengono meno, il discorso della flessibilità aumenta e si negozia ancora di più».
Alla fine, ciò che emerge è semplice: i bambini non hanno bisogno di perfezione. Hanno bisogno di sapere cosa aspettarsi, di sentire i genitori sereni, di avere le loro cose con sé. Il resto - i giorni, le feste, le settimane - si può negoziare. L'importante è farlo insieme, anche quando è difficile. Soprattutto quando è difficile.
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