Ristoranti, spiagge e resort vietati ai bambini: è giusto?
Il fenomeno del turismo "child-free" si espande rapidamente in Italia: dalle 52 strutture del 2019 alle oltre 220 del 2024. Ma dove finisce la libertà d'impresa e inizia la discriminazione?
Nel cuore dell'estate italiana, mentre le famiglie pianificano le vacanze e cercano ristoranti accoglienti dove portare i propri figli, si fa strada un fenomeno che sta dividendo l'opinione pubblica: la crescita di strutture ricettive, ristoranti e stabilimenti balneari che vietano l'accesso ai minori. Un trend che, nato negli Stati Uniti e nel Nord Europa, sta gradualmente prendendo piede anche nel nostro Paese, sollevando interrogativi importanti sui diritti dei bambini, la libertà imprenditoriale e i cambiamenti sociali in atto.
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Un fenomeno in crescita: i numeri del "childfree"
Secondo una ricerca dell’UPDA (Unione Pubblici Esercizi e Attività del Turismo), già nel 2019 in c’erano almeno 52 le strutture – tra hotel, agriturismi e stabilimenti balneari – che non accettavano ospiti minorenni. Un numero esiguo che ha dato l’avvio a un trend. Oggi il numero è cresciuto notevolmente: alcune stime parlano di oltre 200 strutture “adults only”, con una concentrazione particolare in Trentino-Alto Adige, Veneto, Sardegna e Sicilia.
Ci sono hotel e resort di lusso come La Scalinatella a Capri e il Costa Rey Wellness & Spa in Sardegna che accolgono esclusivamente adulti. Ma anche ristoranti come la storica Osteria del sole a Bologna che lo scorso maggio ha esposto un cartello che sconsiglia l’ingresso ai bambini. Il portale tedesco per chi cerca vacanze child free urlaub-ohnekinder.info elenca 20 alberghi italiani off limits per i più piccoli.
Anche sulle spiagge italiane sono spuntati cartelli “vietato ai bambini” o divieti legati a cibo portato da casa. In un caso riportato sui social, una famiglia con una bimba celiaca si è vista negare l’accesso con il proprio pranzo al sacco. L’Udicon (Unione Difesa Consumatori) ha chiarito che, trattandosi di demanio pubblico, le regole arbitrarie non sono legittime e le famiglie possono rivolgersi alle autorità.
I pionieri italiani del divieto
Il caso più emblematico e longevo è quello del ristorante pizzeria Sirani a Bagnolo Mella, in provincia di Brescia, dove i bambini sotto i dieci anni non possono entrare dopo le 21, una decisione presa più di dieci anni fa. Altri esempi significativi includono il Pelican beach resort e spa di Pittulongu, Olbia, che non accetta prenotazioni per ospiti sotto i 15 anni e la Tenuta Giardini di Bibbona, nel livornese, con porte chiuse per gli under 11.
Il panorama internazionale
Guardando oltre i confini nazionali, il fenomeno assume proporzioni ancora maggiori. In Spagna gli hotel Iberostar fanno pernottare solo ragazzi sopra i 14 anni e addirittura i resort della catena di lusso Sandals dai 18 anni in su. Questo dimostra come la politica "adults only" stia diventando una strategia di marketing consolidata anche nel settore turistico internazionale.
Il quadro normativo: tra legalità e discriminazione
Dal punto di vista legale, la questione è tutt'altro che semplice. In linea generale, si può affermare che non è legale vietare ai bambini di entrare al ristorante e di conseguenza che i ristoranti childfree commettono un illecito. La normativa di riferimento è il Tulps, Testo unico delle leggi di pubblica sicurezza, che all'articolo 187 regolamenta l'accesso agli esercizi pubblici.
Si può affermare che non è legale vietare l'ingresso in esercizi pubblici alle famiglie con bambini che potrebbero ben pensare di contattare le forze dell'ordine per far valere i propri diritti. Tuttavia, esistono delle eccezioni: sarà legittimo escludere dal locale clienti e certamente anche minori che siano rumorosi a livelli intollerabili o che tengano condotte che mettono in pericolo altri utenti.
Le ragioni del business: una clientela specifica
Le motivazioni economiche dietro questa scelta imprenditoriale sono evidenti. Alberghi e ristoranti "no kids" attraggono una clientela benestante e insofferente a urla e capricci. Si tratta di un segmento di mercato specifico, composto spesso da coppie senza figli, professionisti in cerca di tranquillità o adulti che desiderano un'esperienza di ristorazione o soggiorno senza le dinamiche tipiche della presenza di bambini.
La prospettiva sociologica: discriminazione o scelta legittima?
Dal punto di vista sociologico, la questione è complessa e controversa. Per sociologi e studiosi del comportamento collettivo, escludere i bambini significa discriminare. Si esclude dalla fruizione di uno spazio pubblico una parte della popolazione in base a una caratteristica personale, l'età. Tuttavia, c'è chi sostiene una prospettiva diversa. Alcuni vedono questa soluzione come ottima: per i bambini che possono trovare amici coetanei, per gli adulti che cercano un ambiente tranquillo. Il dibattito si inserisce in una riflessione più ampia sui cambiamenti sociali e sulle nuove esigenze di consumo.
Il fenomeno degli hotel e ristoranti senza minori si inserisce in una società sempre più intollerante e con qualche problema di educazione. Questa osservazione solleva questioni fondamentali sul tipo di società che stiamo costruendo e sui valori che vogliamo trasmettere. Il dibattito tocca temi cruciali come l'inclusività sociale, i diritti dei minori e la responsabilità collettiva nell'educazione delle nuove generazioni. Se da un lato è comprensibile il desiderio di alcuni adulti di avere spazi dedicati al relax e alla tranquillità, dall'altro emerge il rischio di creare una società sempre più segmentata e meno tollerante verso le necessità delle famiglie.
Questo scenario rappresenta un sintomo di cambiamenti sociali più profondi. Se da un lato risponde a esigenze di mercato reali e legittime, dall'altro solleva interrogativi importanti sui diritti dei bambini e sull'inclusività sociale. La questione della legalità rimane controversa e probabilmente necessiterà di chiarimenti legali più definiti. Nel frattempo, il dibattito continua a dividere l'opinione pubblica tra chi sostiene il diritto imprenditoriale di scegliere la propria clientela e chi denuncia una forma di discriminazione basata sull'età.