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Quando non capiamo i nostri figli: dai social di "Adolescence" alla vita reale

Quando non capiamo i nostri figli: dai social di "Adolescence" alla vita reale 

La miniserie Netflix ha colpito nel segno mostrando genitori spiazzati dal linguaggio digitale degli adolescenti. Le strategie concrete per non finire come il commissario Bascombe.

"Hai guardato il suo Instagram?" chiede Adam a suo padre, il commissario che sta seguendo il caso. "Li vedi questi fagioli rossi? Sai cosa significano? Significano pillola rossa, red pill, Capisci di cosa stanno parlando?". E il padre risponde "ti riferisci a pillola rossa/pillola blu di Matrix? Certo che lo so". Il figlio si mette le mani nei capelli, non sa cosa sia Matrix, parlano due lingue diverse.

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Questa scena, tratta dalla miniserie Netflix Adolescence, cattura perfettamente il divario generazionale che separa genitori e figli nell'era digitale. La serie ha scoperchiato un vaso di Pandora che molti genitori preferirebbero tenere chiuso: quanto conosciamo realmente i nostri figli adolescenti e il loro mondo digitale? Proprio come il commissario della serie, che si trova ad indagare su un omicidio commesso da un tredicenne apparentemente insospettabile, molti genitori si trovano a dover decifrare un linguaggio che appare incomprensibile, fatto di emoji con significati nascosti, codici e dinamiche relazionali mediate dagli schermi. Come possiamo stare al passo e comprendere questi nuovi linguaggi? Ne abbiamo parlato con Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina, organizzazione che si occupa di prevenzione e formazione per contrastare il cyberbullismo e il disagio giovanile.

"Adolescence non è eccessiva purtroppo – commenta, – ci sono casi in cui i genitori si trovano di fronte un figlio che non conoscevano e non se ne accorgono, dicono che pensavano stesse bene. Come il commissario di Adolescence, anche i genitori reali spesso si interrogano sul proprio ruolo. Anche il commissario si interroga sul ruolo paterno: dov'ero quando non ho visto e capito questo mondo? Troppo spesso siamo lontani e distratti”.

Nella serie, si scopre un universo nascosto dove una semplice emoticon può significare un'offesa mortale. Un mondo dove simboli come "dinamite" o "pillola rossa" sono legati alla cultura Incel (involuntary celibate), una subcultura intrisa di misoginia che può avere conseguenze devastanti sulla psiche dei ragazzi. Una realtà non così distante da quella che molti adolescenti vivono quotidianamente.

Il linguaggio dei social: codici da decifrare, cosa imparare dalla serie "Adolescence" 

Il linguaggio dei social: codici da decifrare

“Dobbiamo maturare che lasciarli soli ad affrontare quel mondo è un pericolo – sottolinea Zoppi. – Proprio come nella serie, dove il padre commissario comprende il vero significato delle emoticon solo grazie alle spiegazioni del figlio maggiore, anche i genitori reali si trovano spesso spaesati. Dobbiamo iniziare a comprenderlo”. La ricerca di visibilità online descritta nella serie riflette un fenomeno reale: "C’è spesso un desiderio di essere visti, che conferma che tu esisti: essere visti online, poi, è più facile e consente di costruirsi e descriversi come si vorrebbe essere e nella realtà non si è”, aggiunge l’esperto. Una dinamica che nella serie porta a conseguenze estreme ma che nella vita quotidiana genera comunque sofferenza e isolamento.

Come colmare il divario: strategie concrete

Qual è la chiave per evitare che i ragazzi si trovino in difficoltà nel mondo connesso? Secondo l'esperto, la soluzione non sta nel divieto ma nella presenza consapevole: "Dedichiamo tempo ai figli creando e costruendo esperienze concrete nella vita reale e momenti in cui siamo insieme a loro sui social. Sedetevi e ascoltateli. Cogliete quei momenti nei quali c'è spiraglio di confronto".

La lezione più dolorosa di Adolescence è proprio l'assenza di questo dialogo, il non aver saputo cogliere i segnali di disagio del protagonista. Come evitare un simile fallimento? "Oltre a essere presenti, è fondamentale metterci in discussione come adulti e fare rete. Docenti, comunità sportive, allenatori, oratori: la comunità educante deve fare rete. Non un singolo genitore-detective, ma un'intera rete di adulti che osservano, educano e cercano di comprendere eventuali segnali di difficoltà”, aggiunge Zoppi.

Altra regola: considerare anche i social network parte della loro vita e dunque chiedere ai figli come va sui social, chi hanno incontrato, come faremmo nella vita di tutti i giorni. 

Riconoscere i segnali di allarme

In Adolescence, il racconto della famiglia è che il protagonista non ha mai mostrato segni evidenti del suo disagio fino all'estremo gesto. Nella realtà, Zoppi evidenzia alcuni campanelli d'allarme: "I primi segnali possono essere irritabilità, non voler incontrare nessuno, non voler andare a scuola, non uscire dalla propria camera. È importante intercettare e riconoscere queste situazioni”. 

La soluzione, secondo Zoppi, passa attraverso regole chiare: "Stabilire delle regole, non proibire. Regole che riguardano loro ma in primis noi, che siamo il primo esempio. Non puoi dire a un sedicenne di stare sui social cinque minuti al giorno, ma puoi insegnare che a tavola non si usa, che alla sera si spegne, che è importante uscire e incontrare gli amici”.

Ragazzo in difficoltà: come riconoscere i segnali di allarme 

Rispettare la privacy senza perdere il controllo

Quindi i genitori devono imparare a parlare il loro linguaggio? "Anche noi avevamo linguaggi che per adulti erano incomprensibili. Un alone di riservatezza ha senso”, ammette Zoppi, riconoscendo che una certa dose di privacy è normale nell'adolescenza. Tuttavia, distingue: "Se sono messaggi d'odio o di sofferenza è importante comprenderli”.

Dall'isolamento alla comprensione

Ciò che Adolescence mostra in modo drammatico è come l'isolamento e l'incomprensione possano portare a conseguenze devastanti. Come evidenziato da Ivano Zoppi, il divario digitale tra genitori e figli non è incolmabile, ma richiede tempo, pazienza e soprattutto una presenza autentica.

"Se ne parla troppo poco e solo quando c'è il fatto di cronaca. Devono esserci sempre dialogo e confronto e una formazione costante degli adulti", conclude l'esperto, ricordando che la prevenzione passa non tanto da controlli e divieti, quanto dalla costruzione di una relazione di fiducia. In un mondo dove un'emoticon può nascondere significati pericolosi, come mostrato nella serie Netflix, la vera sfida per i genitori non è diventare esperti di social media, ma esperti dei propri figli, capaci di leggere tra le righe dei loro silenzi e delle loro parole, sia reali che virtuali. Per informazioni e supporto in caso di disagio legato all'utilizzo dei social media da parte dei minori, è possibile consultare questo sito.