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Aggiornato il: 5 minuti di lettura

Il primo amore non si scorda mai (ma oggi inizia su Instagram)

Amore adolescenziale
Amore adolescenziale  (getty images)

Come adolescenti e giovani costruiscono legami, intimità e identità nell'era dei social. Ne parliamo con Barbara Volpi, psicologa e psicoterapeuta, autrice di Gli ho chiesto l'Instagram

di Giulia Cimpanelli

Il primo amore non si scorda mai, ieri come oggi. Le sensazioni sono le stesse — il cuore che accelera, l'attesa di un segno, la paura di non essere abbastanza — ciò che cambia, profondamente e in modo irreversibile, sono le modalità. Perché se una volta ci si scambiava il numero di telefono di casa, con tutto il rituale di pudore e coraggio che quel gesto comportava, oggi il primo passo è un'altra cosa: «Gli ho chiesto l'Instagram». Sembra una battuta, ma è la frase che Barbara Volpi, psicologa clinica, psicoterapeuta e ricercatrice da anni impegnata con il Dipartimento di Psicologia dinamica e clinica della Sapienza, sente ripetere costantemente nelle scuole e nel suo studio. Ed è diventata il titolo del suo ultimo libro, pubblicato da Carocci editore: Gli ho chiesto l'Instagram. Le relazioni sentimentali ai tempi dei social, un saggio che ha il merito raro di coniugare rigore scientifico, neuroscienze e testimonianze dirette di adolescenti, senza mai scivolare nel panico morale o nella nostalgia di ritorno.

"Il mio partner vuole l'accesso al mio telefono", gelosia e autonomia personale: parliamone

Dal numero di casa al profilo Instagram: cambia il primo passo, non il batticuore

Partiamo dall'inizio, cioè dall'inizio di tutto: quel momento in cui ci si accorge che qualcuno ci piace e si vuole fare qualcosa al riguardo. Un tempo c'era il numero di telefono fisso, detto sottovoce con le guance rosse, magari passato da un'amica come intermediaria. Oggi c'è Instagram, primo contatto diretto, biglietto da visita e palcoscenico allo stesso tempo. Si inizia a seguirsi, poi arriva un like, poi una storia vista e rivista, poi finalmente un messaggio in dm. Da lì, se le cose si fanno interessanti, si migra su WhatsApp — e questo passaggio, spiega Volpi, non è banale: rappresenta il primo salto verso una dimensione più intima, quasi privata. «Il filtro dello schermo rende tutto più facile», racconta la psicoterapeuta. «Si parla con più scioltezza, ci si confida prima, si abbattono le difese con una velocità che nella vita reale richiederebbe settimane. Ma questo può mettere a rischio i ragazzi: pensano che non ci siano rischi, che lo schermo li protegga. E invece li espone».

Il paradosso è evidente: si cerca intimità attraverso uno strumento che per definizione mantiene una distanza. Si fa l'amore attraverso uno schermo, ci si addormenta in videochiamata anche quando si abita a dieci minuti l'uno dall'altra. Non perché ci sia lontananza geografica, ma perché quella modalità è diventata la norma, quasi un codice sentimentale condiviso.

Elsa Morante e i like: le dinamiche restano, il tempo no

Per raccontare questo fenomeno senza banalizzarlo, la psicoterapeuta, che parteciperà il prossimo 21 febbraio al Festival sull'Intelligenza artificiale di Modena, ha fatto una scelta editoriale coraggiosa: richiamare Elsa Morante, voce altissima dell'amore nella letteratura italiana. Non per fare un confronto ingenuo tra passato e presente, ma per dimostrare che le dinamiche affettive di fondo — il desiderio, la gelosia, il timore dell'abbandono, la ricerca di conferma — sono le stesse di sempre. «Quello che è cambiato radicalmente è il tempo», spiega la psicoterapeuta. «Prima l'attesa di una lettera, di una telefonata, ci permetteva di elaborare, di sognare, di costruire internamente il rapporto. Oggi quella latenza non esiste più. Il messaggio arriva, e se non arriva nel giro di pochi minuti, scatta il panico».

È in questo cortocircuito temporale che si annidano molte delle fragilità affettive che Volpi osserva nel suo lavoro clinico. Nella prima adolescenza, tra i 12 e i 14 anni, i parametri con cui si valuta un potenziale partner si sono spostati in modo significativo. Non si chiede più solo se è simpatico, carino, se ti fa ridere. Si chiede: quanto è attivo sui social? Manda il buongiorno ogni mattina? Risponde subito? «Ho sentito ragazze dire», racconta Volpi con tono fermo ma non giudicante, «cose come: "è bravo nella vita reale ma non è bravo sui social, non mi manda il buongiorno, non va bene per me". È uno spostamento del sistema di valori affettivi che dovrebbe farci riflettere molto».

Il ghosting e il tilt emotivo: come si lascia nell'era digitale

Se nuovi sono i modi di innamorarsi, nuovi — e per certi versi più brutali — sono anche i modi di lasciarsi. Il ghosting, cioè l'atto di sparire senza spiegazioni bloccando il contatto o smettendo semplicemente di rispondere, è oggi la forma di rottura più diffusa tra gli adolescenti. Non è solo maleducazione, avverte Volpi: è qualcosa di psicologicamente più insidioso. «Quando si rompe una relazione senza dare alcuna spiegazione, la mente resta in un sistema di attaccamento senza conforto», spiega. «Non c'è elaborazione possibile, non c'è un "perché" a cui aggrapparsi. Questo porta a quello che io chiamo un tilt emotivo, e nei soggetti con maggiore vulnerabilità affettiva può innescare dinamiche di controllo, stalking, dipendenza. Non è una reazione sproporzionata: è una risposta a un vuoto relazionale reale».

Non è un caso che il paper di Save the Children intitolato Stavo solo scherzando abbia documentato come molte delle dinamiche di violenza nelle relazioni giovanili nascano proprio da questi spazi grigi digitali, dove il confine tra il gioco e il controllo, tra il flirt e la coercizione, è sempre più sottile. Le liti nelle coppie adolescenziali, conferma Volpi, nella maggior parte dei casi nascono dai comportamenti sui social: chi segue chi, chi ha messo like a cosa, chi ha visto una storia senza rispondere.

L'IA in mezzo al cuore: quando si chiede a ChatGPT di interpretare un messaggio

C'è un dettaglio che Volpi racconta e che colpisce più di ogni statistica: oggi molti adolescenti, di fronte a un messaggio ambiguo ricevuto dal ragazzo o dalla ragazza che gli piace, non lo mostrano a un'amica, non ne parlano con la mamma. Lo incollano su ChatGPT e chiedono all'intelligenza artificiale di interpretarlo. Cosa voleva dire con "ok"? Era un segnale positivo o negativo? «Questo mi dice una cosa precisa», osserva la psicoterapeuta. «Significa che non c'è un adulto disponibile all'ascolto, qualcuno con cui elaborare i propri vissuti affettivi. Dobbiamo aiutare i ragazzi a riprendere in mano la propria dimensione emotiva, a non delegarla a una macchina. Per la prima volta nella storia, le macchine parlano e si relazionano. Ma l'intimità autentica non si costruisce con un algoritmo».

Il richiamo al film Lei di Spike Jonze non è casuale: Volpi lo cita come esempio perfetto di proiezione di innamoramento su un'entità non umana. Una fantasia che sembrava fantascienza e che oggi, con i chatbot sempre più sofisticati, si avvicina pericolosamente alla realtà quotidiana di molti giovani.

La colpa (anche) dei genitori: il tatto come primo algoritmo

Sarebbe comodo, e sbagliato, dare tutta la responsabilità ai social network o alle piattaforme tecnologiche. Volpi è chiara su questo punto, e non risparmia una riflessione scomoda rivolta agli adulti. «Molto dipende dai genitori», dice senza mezzi termini. «Le regole dell'educazione digitale devono partire dall'infanzia, non dall'adolescenza quando i comportamenti sono già consolidati. Oggi il 30% dei bambini di un anno si calma con il cellulare. Ma un bambino da zero a tre anni deve imparare a regolare il proprio stato emotivo attraverso lo specchio del genitore, non attraverso uno schermo. Se gli diamo in mano il telefono, questo processo non avviene». Il tema è quello dell'apprendimento per imitazione: i ragazzi guardano gli adulti e replicano. Se un genitore è sempre con gli occhi sul telefono, se a tavola non c'è conversazione ma scorrimento di feed, se la geolocalizzazione del figlio adolescente diventa un surrogato del dialogo, il messaggio che passa è preciso. E non sorprende, allora, che quegli stessi adolescenti controllino le password del partner, si geolocalizzino a vicenda, confondano il controllo con la cura.

Amore su Instagram
Amore su Instagram  (getty images)

«Il tatto è il primo algoritmo esistente», afferma Volpi, e la frase vale come manifesto del suo lavoro. Il contatto fisico, lo sguardo, la presenza: non come alternative romantiche e nostalgiche al digitale, ma come fondamenta senza le quali nessuna relazione — reale o virtuale — può reggersi davvero.

Si tornerà indietro? Un cauto ottimismo

C'è spazio per l'ottimismo? Volpi sembra crederci, con la prudenza di chi conosce bene la complessità del tema. I dati scientifici, intanto, segnalano qualcosa di interessante: c'è un abbassamento della libido tra i giovani, paradossalmente proprio nell'era in cui bastano pochi tap per trovare un partner sessuale disponibile. Come se l'eccesso di offerta stesse producendo una forma di saturazione, di disillusione. «Sono convinta che si tornerà indietro», dice Volpi. «I ragazzi hanno bisogno di relazioni autentiche. Senza di esse, si rischia di perdere non solo la connessione affettiva, ma anche il rapporto con se stessi. Il collegamento vero collega le menti, non solo i dispositivi».

La strada è quella dell'educazione affettiva e digitale fin dall'infanzia, dell'ascolto senza giudizio, della condivisione delle esperienze. «Una madre fa un errore ogni 19 secondi», ricorda la psicoterapeuta con un sorriso. «L'importante è accorgersene e ripararlo. Dobbiamo parlare con i nostri ragazzi dei loro vissuti amorosi, dei loro tormenti. Senza sminuire, senza giudicare. Essere quel ponte comunicativo di cui hanno disperatamente bisogno».

Perché alla fine — lo dicevamo all'inizio — il primo amore non si scorda mai. Ieri come oggi. Ma perché lasci una traccia bella, e non una ferita aperta in attesa di risposta, qualcuno deve insegnare a viverlo. E quel qualcuno, ancora oggi, siamo noi adulti.