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Aggiornato alle 3 minuti di lettura

Non solo mamme: la depressione post-partum colpisce anche i padri

depressione postpartum
depressione postpartum  (getty images )

Anche gli uomini possono vivere un profondo senso di inadeguatezza, stress e depressione dopo la nascita di un figlio.

di Giulia Cimpanelli

La paternità non è più quello che eravamo abituati a immaginare. Fortunatamente stiamo uscendo dalle immagini stereotipate del padre "forte e solido, autoritario", e si sta iniziando a delineare una genitorialità alla pari con la paternità che diventa anche un percorso complesso di trasformazione emotiva e fisica che coinvolge profondamente l'identità maschile.

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“La genitorialità non è quella che siamo stati abituati a conoscere tramite film e pubblicità - spiega Silvia Bonapace, psicologa perinatale, una tra le poche operatrici donna in attività nel centro dei padri (Väterzentrum), il primo aperto piú di 10 anni fa in Germania a Berlino, dove vive -. Maternità e paternità sono momenti di profonda trasformazione e crisi, intendendo la crisi come una rottura degli schemi e delle sicurezze costruite fino a quel momento".

Quando cambia tutto: dal corpo all'identità

Sorprendentemente, questo cambiamento è così profondo che può persino manifestarsi a livello fisico. Esistono casi documentati di "sindrome della covata", dove il padre sviluppa sintomi simili a quelli della gravidanza: mal di schiena, nausee, persino aumento di peso. Ma i cambiamenti vanno molto oltre il corporeo. Si tratta di una trasformazione che investe l'identità personale, la coppia e le relazioni sociali. "Ogni figlio aggiunge complessità alla situazione", sottolinea Bonapace. “Questi cambiamenti possono portare a sentimenti ambivalenti nei confronti del processo, della nuova situazione e del neonato, senza però rappresentare un problema o una patologia, bensì quella che viene definita una fisiologica ambivalenza della paternitá”. 

depressione post partum paterna
depressione post partum paterna  (getty images)

Le difficoltà della neo paternità

Diverse condizioni peró possono aumentare il rischio di sviluppare sintomi lievi ansioso/depressivi fino a una vera e propria depressione perinatale o post partum paterna. Tra i fattori più rilevanti vi sono la privazione del sonno e le alterazioni dei ritmi biologici, che influenzano profondamente il benessere psicologico sia dei padri che delle madri, soprattutto in presenza di una storia pregressa di disturbi depressivi o psichiatrici. Condizioni precarie di vita e insicurezza esistenziale sono tra i fattori piú facilmente accettabili anche a livello del senso comune.

Un ulteriore elemento critico è la scarsa preparazione dei padri alla nascita del figlio: rispetto alle madri, infatti, loro arrivano spesso senza un’adeguata consapevolezza di come cambierà la loro vita. Diversi studi mostrano che, sebbene quasi tutti i neo-padri riconoscano lo sforzo fisico della madre nei primi mesi, uno su tre ignora il possibile impatto emotivo, come la tristezza o le oscillazioni dell’umore materne. Queste credenze, insieme ad altre distorsioni cognitive, possono amplificare insicurezze personali legate al ruolo genitoriale, facendo emergere sentimenti di inadeguatezza o convinzioni errate sul proprio valore come padre e persino sul proprio bambino. Non è raro, infatti, che i padri si trovino a combattere con pensieri ossessivi come “sono intrappolato nelle mie responsabilità” o “mio figlio è più esigente degli altri”, che possono contribuire all’insorgere di un disagio psicologico significativo.

La depressione non è solo "sua"

Se la madre soffre di disturbi psichici perinatali, la probabilità che anche il padre ne sia colpito aumenta di 2,5 volte, rendendo la questione non solo un problema individuale, ma sistemico. Tuttavia, le manifestazioni possono variare tra i due genitori: mentre le donne tendono a esprimere la depressione attraverso tristezza e pianto e ci sono sintomi condivisi come umore basso, perdita di interesse nelle attività quotidiane, negli uomini può manifestarsi attraverso episodi di rabbia, verso gli altri, minore coinvolgimento nella cura del bambino e, nei casi più gravi, il ricorso ad alcol, droghe o un’eccessiva dedizione al lavoro come forma di fuga emotiva.

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Quale soluzione?

La chiave, secondo Bonapace, è la rottura del tabù, il lavoro preventivo e la creazione di una rete di supporto. "Le famiglie non devono rimanere isolate. Devono essere inserite in una rete sociale e la coppia non deve rimpallarsi il problema, ma imparare a chiedere aiuto, se non direttamente a specialisti, alla famiglia di origine o a quella “scelta”, fatta da amici e persone con cui si è molto vicini". Gli operatori sanitari hanno un ruolo cruciale: dai ginecologi alle ostetriche sia prima che dopo il parto, passando per i pediatri durante le visite di controllo ai piccoli, è fondamentale che chiedano, e non solo alla madre, ma anche al padre: "Come stai? Come ti senti?".

Un cambiamento culturale

La buona notizia è che qualcosa sta cambiando. Paesi come la Germania hanno modificato le leggi per permettere ai padri maggiore flessibilità, aumentando il loro coinvolgimento nella cura dei figli e creando opportunità di inclusione, socializzazione e riflessione. "Il padre non è solo colui che sostiene la donna o porta a casa lo stipendio - conclude Bonapace. -. Ha bisogno di uno spazio di riconoscimento, dove poter esprimere le proprie emozioni ed elaborare in una realtà protetta, eventualmente anche informale e collettiva il proprio divenire tale".