Molti genitori USA vietano i pigiama party, è la regola del "no sleepover rule" (ed è sbagliata)
Ne parliamo con Antonella Questa, divulgatrice di Pedagogia Nera.
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Per intere generazioni, il pigiama party ha rappresentato un piccolo, ma grandissimo, rito di passaggio: la prima notte lontano da casa, guardare un film fino a tardi, le prime confidenze sussurrate alle amiche (o agli amici) e una sensazione di libertà mai sperimentata prima (ovviamente non vera: vigilata).
Che fine fa il valore pedagogico di questa tradizione quando entra in un dibattito tutto genitoriale?. Sempre più famiglie negli Stati Uniti scelgono di non permettere ai loro bambini e alle loro bambine di partecipare ai pigiama party e sui social la questione ha preso il mome di "no sleepover rule", la "regola del no, per i pigiama party".
Ne parliamo con Antonella Questa, attrice e divulgatrice del tema della pedagogia nera: "La prima cosa da fare, sarebbe chiedersi cosa si è passato durante l'infanzia e capire come condiziona il loro metodo genitoriale oggi".
"no sleepover rule": la regola che vieta i pigiama party
Altri genitori partecipano alla bagarre difendendo il valore sociale e appunto formativo di queste esperienze. ma, contemporaneamente, si domandano se sia legittimo il retroscena del "no". E il retroscena del "no" è la paura degli abusi.
Non c'è stato un aumento di rischio in tal senso, visto che rischi come questo sono sempre esistiti, ma nella consapevolezza. I social media, e piattaforme come TikTok in particolare, hanno accolto e poi amplificato racconti personali di adulte e adulti che hanno deciso di condividere col grande pubblico esperienze di abusi, spesso avvenuti proprio in contesti familiari o considerati sicuri come per esempio dovrebbero essere la casa degli zii, dei nonni o quella dei genitori della migliore amica o migliore amico.
Questo triste "trend" ha contribuito a spostare il focus: il pericolo non è più percepito come qualcosa di esterno e riconoscibile, ma come una possibilità diffusa che può annidarsi anche tra persone fidate. Niente di nuovo rispetto al fatto, solo una presa di coscienza. E di conseguenza, il pigiama party è diventato simbolo di una questione più ampia: fino a che punto è giusto proteggere i propri figli, le proprie figlie, e a quale prezzo?
la paura che bambini e bambine subiscano abusi
Da un lato, molti genitori sottolineano i rischi concreti come abusi, esposizione a comportamenti inappropriati, mancanza di supervisione, contesti familiari sconosciuti. Dall’altro, c’è chi teme che un’eccessiva protezione possa limitare lo sviluppo sociale dei bambini e delle bambine, la loro autonomia e la capacità di costruire relazioni fuori dalla cerchia familiare.
Un elemento presentissimo nel dibattito è la consapevolezza che il pericolo non si limita agli estranei. Numerose testimonianze evidenziano come gli abusi avvengano spesso all’interno della cerchia familiare o tra conoscenti. Questo dato destabilizza un presupposto fondamentale della genitorialità tradizionale: l’idea che conoscere i genitori degli amichetti e delle amichette sia sufficiente a garantire sicurezza.
Per molti genitori non lo è più. Allo stesso tempo, emerge una critica verso quella che alcuni definiscono una genitorialità iperprotettiva. Secondo questa visione, vietare i pigiama party non elimina i rischi che possono presentarsi in qualsiasi contesto (palestre, piscine, pomeriggi di gioco in casa, perfino scuola) ma rischia di creare bambini e bambine figli di campane di vetro, che non sanno abitare il mondo reale.
non esiste un'opinione giusta ma i rischi sono dappertutto
In tal senso alcuni adulti raccontano di essere cresciuti in ambienti troppo controllati e di aver sviluppato, in seguito, difficoltà legate all’autonomia, ai confini personali e alla gestione del rischio.
Tra queste due posizioni si potrebbe inserire una terza via, niente sì o no assoluti ma un approccio selettivo e consapevole verso gli "sleepover party". Alcuni genitori concedono ai figli e alle figlie di dormire fuori quando conoscono bene la famiglia ospitante, oppure scelgono di stabilire comunicazioni a cadenza regolare (non crediamo abbia senso) oppure ancora insegnano ai figli concetti come il consenso, l’autonomia corporea e il diritto di dire di no (molto sensato).
"iperprotezione e divieti sono due facce della pedagogia nera"
In riferimento agli abusi, è "evidente che il pericolo c'è ma nella maggior parte dei casi arriva, come la violenza sulle donne, dalla famiglia", dice Antonella Questa. "La differenza è che della violenza di genere abbiamo preso atto e sempre più capita di intervenire quando vediamo qualcuno che la agisce anche nello spazio pubblico. Con i bambini è diverso - continua - resiste l'idea che se prende uno schiaffone se lo è meritato, se viene strattonato o sgridato ha fatto qualcosa".
Questa visione, figlia della pedagogia nera che per primi subiamo da piccoli e dell'idea che i panni sporchi si lavano in casa, "determina una condizione in cui anche l'iperprotezione nei loro confronti è una forma di sopraffazione - spiega la divulgatrice - le pressioni sociali sui genitori, i traumi subiti durante l'infanzia e altri dogmi determinano i metodi genitoriali: volendo evitare ai figli di subire abusi che a volte hanno subito loro si sostituiscono ai piccoli, non li ascoltano e non li vedono, impedendo loro di fare esperienze".
In conclusione, "Stigmatizzare i genitori che vietano è sbagliato, vanno aiutati come va aiutata tutta la società a capire da dove nascono le ansie eccessive nei confronti dei bambini e delle bambine: in tal senso l'educazione sessuoaffettiva è importantissima per i piccoli ma anche per gli adulti, perchè rimaniamo per sempre potenziali allieve, allievi"
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