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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Molti genitori USA vietano i pigiama party, è la regola del "no sleepover rule" (ed è sbagliata)

Molti genitori USA vietano i pigiama party, è la regola del no sleepover rule (ed è sbagliata)
(getty)
Niente pigiama party: la paura di esporre i bambini e le bambine a rischi e comportamenti abusanti diventa un divieto ferreo di partecipare agli "sleepover".
Ne parliamo con Antonella Questa, divulgatrice di Pedagogia Nera.
di Eugenia Nicolosi

Per intere generazioni, il pigiama party ha rappresentato un piccolo, ma grandissimo, rito di passaggio: la prima notte lontano da casa, guardare un film fino a tardi, le prime confidenze sussurrate alle amiche (o agli amici) e una sensazione di libertà mai sperimentata prima (ovviamente non vera: vigilata).

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Che fine fa il valore pedagogico di questa tradizione quando entra in un dibattito tutto genitoriale?. Sempre più famiglie negli Stati Uniti scelgono di non permettere ai loro bambini e alle loro bambine di partecipare ai pigiama party e sui social la questione ha preso il mome di "no sleepover rule", la "regola del no, per i pigiama party".

Ne parliamo con Antonella Questa, attrice e divulgatrice del tema della pedagogia nera: "La prima cosa da fare, sarebbe chiedersi cosa si è passato durante l'infanzia e capire come condiziona il loro metodo genitoriale oggi". 

"no sleepover rule": la regola che vieta i pigiama party

Altri genitori partecipano alla bagarre difendendo il valore sociale e appunto formativo di queste esperienze. ma, contemporaneamente, si domandano se sia legittimo il retroscena del "no". E il retroscena del "no" è la paura degli abusi.

Non c'è stato un aumento di rischio in tal senso, visto che rischi come questo sono sempre esistiti, ma nella consapevolezza. I social media, e piattaforme come TikTok in particolare, hanno accolto e poi amplificato racconti personali di adulte e adulti che hanno deciso di condividere col grande pubblico esperienze di abusi, spesso avvenuti proprio in contesti familiari o considerati sicuri come per esempio dovrebbero essere la casa degli zii, dei nonni o quella dei genitori della migliore amica o migliore amico.

Questo triste "trend" ha contribuito a spostare il focus: il pericolo non è più percepito come qualcosa di esterno e riconoscibile, ma come una possibilità diffusa che può annidarsi anche tra persone fidate. Niente di nuovo rispetto al fatto, solo una presa di coscienza. E di conseguenza, il pigiama party è diventato simbolo di una questione più ampia: fino a che punto è giusto proteggere i propri figli, le proprie figlie, e a quale prezzo?

la paura che bambini e bambine subiscano abusi

Da un lato, molti genitori sottolineano i rischi concreti come abusi, esposizione a comportamenti inappropriati, mancanza di supervisione, contesti familiari sconosciuti. Dall’altro, c’è chi teme che un’eccessiva protezione possa limitare lo sviluppo sociale dei bambini e delle bambine, la loro autonomia e la capacità di costruire relazioni fuori dalla cerchia familiare.

Un elemento presentissimo nel dibattito è la consapevolezza che il pericolo non si limita agli estranei. Numerose testimonianze evidenziano come gli abusi avvengano spesso all’interno della cerchia familiare o tra conoscenti. Questo dato destabilizza un presupposto fondamentale della genitorialità tradizionale: l’idea che conoscere i genitori degli amichetti e delle amichette sia sufficiente a garantire sicurezza.

Per molti genitori non lo è più. Allo stesso tempo, emerge una critica verso quella che alcuni definiscono una genitorialità iperprotettiva. Secondo questa visione, vietare i pigiama party non elimina i rischi che possono presentarsi in qualsiasi contesto (palestre, piscine, pomeriggi di gioco in casa, perfino scuola) ma rischia di creare bambini e bambine figli di campane di vetro, che non sanno abitare il mondo reale.

non esiste un'opinione giusta ma i rischi sono dappertutto

In tal senso alcuni adulti raccontano di essere cresciuti in ambienti troppo controllati e di aver sviluppato, in seguito, difficoltà legate all’autonomia, ai confini personali e alla gestione del rischio.

Tra queste due posizioni si potrebbe inserire una terza via, niente sì o no assoluti ma un approccio selettivo e consapevole verso gli "sleepover party". Alcuni genitori concedono ai figli e alle figlie di dormire fuori quando conoscono bene la famiglia ospitante, oppure scelgono di stabilire comunicazioni a cadenza regolare (non crediamo abbia senso) oppure ancora insegnano ai figli concetti come il consenso, l’autonomia corporea e il diritto di dire di no (molto sensato).

"iperprotezione e divieti sono due facce della pedagogia nera"

In riferimento agli abusi, è "evidente che il pericolo c'è ma nella maggior parte dei casi arriva, come la violenza sulle donne, dalla famiglia", dice Antonella Questa. "La differenza è che della violenza di genere abbiamo preso atto e sempre più capita di intervenire quando vediamo qualcuno che la agisce anche nello spazio pubblico. Con i bambini è diverso - continua - resiste l'idea che se prende uno schiaffone se lo è meritato, se viene strattonato o sgridato ha fatto qualcosa".

Questa visione, figlia della pedagogia nera che per primi subiamo da piccoli e dell'idea che i panni sporchi si lavano in casa, "determina una condizione in cui anche l'iperprotezione nei loro confronti è una forma di sopraffazione  - spiega la divulgatrice - le pressioni sociali sui genitori, i traumi subiti durante l'infanzia e altri dogmi determinano i metodi genitoriali: volendo evitare ai figli di subire abusi che a volte hanno subito loro si sostituiscono ai piccoli, non li ascoltano e non li vedono, impedendo loro di fare esperienze".

In conclusione, "Stigmatizzare i genitori che vietano è sbagliato, vanno aiutati come va aiutata tutta la società a capire da dove nascono le ansie eccessive nei confronti dei bambini e delle bambine: in tal senso l'educazione sessuoaffettiva è importantissima per i piccoli ma anche per gli adulti, perchè rimaniamo per sempre potenziali allieve, allievi"