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Il metodo Pizzigoni: la scuola (Stem) dove si impara facendo

Bambini guardano una serra 

A Milano, esiste un'unica scuola pubblica al mondo che applica il metodo inventato da Giuseppina Pizzigoni nel 1927. Bambini che coltivano, vendono ortaggi, pigiano l'uva e imparano la matematica con i conti veri. Una scuola che si concentra sulle materie Stem. L'interesse verso il metodo è in crescita e forse ne nasceranno altre.

C'è una scuola statale a Milano dove i bambini di quarta elementare fanno il vino. Non come gioco o come simulazione: lo fanno davvero. Coltivano la vite, vendemmiano, pigiano, imbottigliano e poi - dettaglio che dice tutto - devono mettersi d'accordo su come chiamarlo. Venticinque bambini, venticinque idee, una sola etichetta. Chi ha detto che la negoziazione si impara solo in ufficio?

Come gestire il rientro a scuola dei bambini alle elementari (senza drammi)

Benvenuti alla Rinnovata Pizzigoni, l'unica scuola in Italia - e nel mondo - che applica il metodo pedagogico ideato da Giuseppina Pizzigoni. Si trova in via Castellino da Castello 10, in un edificio di mattoncini rossi di cotto lombardo inaugurato il 30 ottobre del 1927. Un posto che sembra fermo nel tempo eppure, a sentire la dirigente scolastica Anna Teresa Ferri, è tutto il contrario: è una scuola che il tempo lo anticipa.

Chi era Giuseppina Pizzigoni (e perché dovreste conoscerla)

Giuseppina Pizzigoni nasce nel 1870, lo stesso anno di Maria Montessori e di una delle sorelle Agazzi. Un'annata straordinaria per la pedagogia italiana, come fa notare Ferri con una punta di orgoglio: «È stato un anno particolarmente brillante, ha dato alla luce donne che hanno saputo mettere in campo intuizioni pedagogiche importanti».

Pizzigoni, però, ha una storia personale che la rende unica. Non voleva fare la maestra: voleva fare l'attrice. La famiglia borghese - padre professore di francese, ambiente culturale di un certo livello - la convince a ripiegare sull'insegnamento, che all'epoca era considerato più rispettabile. Lei si adegua, prende ottimi voti, entra subito in ruolo. Ma non si rassegna al modello scolastico che trova: bambini immobili sui banchi, apprendimento passivo, nessun aggancio con il mondo reale. «La direttrice didattica dell'epoca scrisse di lei: mente brillante e geniale, poco incline al rispetto delle regole», racconta Ferri. Ed è proprio da questa insofferenza che nasce il metodo.

Prima di proporre qualcosa di nuovo, Pizzigoni fa quello che oggi chiameremmo benchmarking: visita scuole in Francia, Germania, Svizzera. Non trova niente che la convinca pienamente. Decide allora di costruire qualcosa di proprio, mettendo insieme un comitato scientifico di nomi importanti (tra cui Treves) e ottenendo i fondi dal Comune di Milano per sperimentare prima in padiglioni temporanei, poi nell'edificio definitivo.

Il metodo: la scuola è il mondo (non il contrario)

Il cuore del metodo Pizzigoni si può riassumere in una frase che la pedagogista stessa amava ripetere: la scuola è il mondo. Non una preparazione al mondo, non una rappresentazione semplificata: il mondo stesso, portato dentro le aule e nei campi della scuola.

I tre pilastri del metodo sono l'apprendimento attivo (i bambini imparano facendo), il metodo scientifico (osservazione, ipotesi, verifica) e il collegamento con l'ambiente circostante. «I bambini sono sollecitati a ragionare su ciò che li circonda, hanno la possibilità di fare deduzioni e imparano», spiega Ferri. «È un metodo che non passerà mai di moda perché si evolve con il mondo circostante».

Questo significa, nella pratica, che le scienze non sono una materia come le altre: sono la colonna vertebrale di tutto. La scuola ha due serre (una originale dell'epoca, in fase di ristrutturazione) e dei campi coltivati dove ogni classe lavora con un tecnico di agraria e l'insegnante di scienze.

Un dettaglio che dice molto del livello di serietà con cui si affronta tutto: «Sai l'alfabetiere con la C di cane o la C di casa? Per i nostri bambini la C può diventare la C di cariosside», racconta Ferri. Cariosside: il frutto dei cereali, come il chicco di mais. Una parola tecnica, corretta, non "bambinizzata". «Le cose si chiamano con il loro nome», dice la dirigente. «Questa base scientifica è importante».

Dalla prima alla quinta: cosa si fa davvero

Ogni anno ha il suo progetto agricolo, sempre più complesso man mano che si cresce. In prima si semina il mais: i bambini osservano la pannocchia, la studiano, la toccano, fanno la polenta. In quarta arriva la vite: si vendemmia, si pigia, si imbottiglia. E poi - ed è qui che il progetto diventa qualcosa di straordinario - si costruisce l'etichetta, si sceglie il nome, si porta il vino a casa alle famiglie.

In quinta, il salto di complessità è netto: ogni classe riceve un appezzamento di terra da un tecnico di agraria, deve decidere cosa seminare, progettare le parcelle, calcolare le superfici. E deve pagare un affitto simbolico. «Serve per dare l'idea di fare i conti su cose molto pratiche», spiega Ferri.

Bambina vendemmia 

In primavera si raccoglie, si pubblicizza il raccolto alle altre classi e ai genitori, si gira per la scuola con i cestini e si vende - a prezzi simbolici, ma si vende davvero. Poi arriva il momento più interessante: i conti. Quanto abbiamo speso per le sementi? Le zappette si sono rotte e abbiamo dovuto ricomprarle. Togliamo l'affitto. Qual è il nostro guadagno?

«E con questa piccola somma cosa decidiamo di fare?», racconta Ferri. «Nel 90% dei casi mangiano una pizza o un gelato tutti insieme. Ma c'è sempre anche una destinazione più grande: un anno hanno voluto regalare alla scuola le reti nuove delle porte da calcio. Un altro anno hanno fatto una donazione all'ospedale Buzzi». Piccole cose, grandissime lezioni.

Interdisciplinare prima che fosse di moda

Quello che oggi le scuole chiamano "approccio interdisciplinare", qui è semplicemente come funziona, da quasi cent'anni. Un progetto agricolo diventa lezione di scienze, di matematica (le percentuali sul raccolto perso per la grandine), di italiano (scrivere l'etichetta del vino), di inglese con attività CLIL, di educazione civica (cosa fare con i soldi guadagnati), di economia di base.

Ferri racconta di essere entrata in una classe all'inizio dell'anno e di aver trovato i bambini alle prese con un problema reale: avevano piantato dieci chili di patate in quinta e si aspettavano un certo raccolto, ma ne avevano raccolti solo tre. Perché? «Hanno cominciato a fare ipotesi: sono state piantate troppo tardi, non sono state bagnate abbastanza, ha piovuto troppo poco. E poi hanno fatto tutto il calcolo delle percentuali: se abbiamo piantato dieci chili e ne abbiamo raccolti tre, qual è la nostra perdita?»

Calcolo della probabilità, metodo scientifico, problem solving. In una quinta elementare, partendo dalle patate.

Come è organizzata la scuola (e perché è diversa)

L'organizzazione didattica della Rinnovata è diversa da quella di una scuola tradizionale. C'è una figura chiamata "maestra tutor" che segue la stessa classe per italiano e matematica, avendo il maggior numero di ore con i bambini. Un'altra insegnante si occupa di storia, geografia e arte. Poi ci sono gli specialisti per inglese, educazione motoria e scienze - che qui è, come detto, materia cardine.

Alle medie - l'istituto è un comprensivo con circa 1.200 alunni - non esiste tecnicamente un «metodo Pizzigoni per la secondaria di primo grado», ma quando nel 2008 è avvenuta la fusione con la scuola media, il connubio è risultato naturale. «Non c'è mai stato un matrimonio migliore», dice Ferri, «perché la metodologia della scuola media è laboratoriale e attiva tanto quanto quella pizzigoniana». I ragazzi e le ragazze continuano a essere messi in situazione, a sperimentare, a scegliere.

Perché solo qui? E cambierà?

Una domanda sorge spontanea: se il metodo è così efficace, perché non si è diffuso? In realtà qualcosa si sta muovendo. Il metodo Pizzigoni è riconosciuto dal Ministero della Pubblica Istruzione, e secondo Ferri è in arrivo un decreto che permetterà di istituire un corso abilitante specifico per docenti che vogliono insegnare con questo metodo — esattamente come avviene per le scuole Montessori.

Nel Dopoguerra esistevano molte più scuole pizzigoniane in Italia - una famosa a Belluno, un'altra a Palermo - ma sono andate via via scomparendo. «Non sappiamo darne una spiegazione», ammette Ferri. Oggi però l'interesse sta tornando. Diverse scuole dell'hinterland milanese hanno già chiesto di poter sperimentare una «contaminazione» del metodo. «Non hai bisogno di essere nell'edificio storico», spiega la dirigente. «Una volta che capisci come lavorare, come sollecitare i bambini, come metterli in situazione, può bastare il giardino della scuola. Il 90% delle scuole ha una zona verde».

Pizzigoni, Montessori e lo Stem che non lo sapeva

Parlare di metodo Pizzigoni oggi significa inevitabilmente fare i conti con le parole d'ordine del dibattito sull'educazione contemporanea: Stem, competenze trasversali, apprendimento per competenze, spirito imprenditoriale. Giuseppina Pizzigoni le aveva già tutte, cent'anni fa, senza saperlo — o forse sapendolo benissimo.

«Adesso è ritornato in auge il metodo Pizzigoni, proprio per l'interconnessione col mondo naturalistico e soprattutto sulla parte del metodo scientifico», dice Ferri. E aggiunge qualcosa che suona come una piccola rivoluzione nel panorama scolastico italiano: «Noi lavoriamo tutto sull'apprendimento per competenze, sullo spirito di imprenditorialità. Non lavoriamo sulla competizione tra chi è migliore, ma proviamo a mettere insieme le nostre idee affinché abbiano delle gambe per camminare».

Non mancano nemmeno le competenze emotive: condividere con gli altri significa mettersi in relazione, trovare empatia, imparare ad ascoltare. Elementi che nelle scuole tradizionali spesso si danno per scontati - e che invece andrebbero, come tutto il resto, coltivati. Letteralmente.

Quello che resta

Se stai spiegando il fiume, dice Ferri citando Pizzigoni, non puoi farlo solo sul libro di geografia. Forse dovresti vedere un fiume. Questa frase, che sembra ovvia, è in realtà sovversiva: implica che la scuola deve muoversi, uscire, sporcarsi le mani. Implica che imparare e fare siano la stessa cosa.

In un'epoca in cui si moltiplicano i convegni su come rendere la scuola più efficace, più inclusiva, più preparatoria al mondo del lavoro, esiste già da quasi cent'anni un posto a Milano - tra City Life e la Ghisolfa, in un edificio di mattoncini rossi - dove bambini di sei anni imparano che il mais si chiama cariosside, che il campo si affitta, che il guadagno si condivide. E che il vino, alla fine, si chiama come decidono loro.