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Aggiornato il: 5 minuti di lettura

Metal detector a scuola: l'abdicazione educativa degli adulti

Dopo l'omicidio al liceo di La Spezia si propongono metal detector nelle scuole. Ma il problema non è la sicurezza: è educativo. Abbiamo parlato con uno psicologo e un educatore di cosa manca davvero ai nostri ragazzi. E di come gli adulti abbiano abdicato al loro ruolo.

 

di Giulia Cimpanelli

L'ennesimo episodio di violenza in un liceo ligure ha riacceso il dibattito sulla sicurezza nelle scuole. La proposta? Installare metal detector all'ingresso degli istituti. Una soluzione che appare tanto immediata quanto inefficace, l'ennesima dimostrazione di come il mondo degli adulti abbia abdicato alla propria responsabilità educativa, cercando rifugio in strumenti di controllo invece che nell'ascolto e nell'accompagnamento. Ne abbiamo parlato con Shady Dell'Amico, psicologo, e Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina e presidente della cooperativa sociale Pepita, per provare a guardare oltre l'emergenza e intercettare le radici profonde di un disagio che attraversa le nuove generazioni.

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Il rischio degli slogan facili

"C'è un equivoco di partenza su come viene raccontata la violenza dei giovani maschi", esordisce Dell'Amico. "Viene presentata come un residuo del passato, un aspetto legato alla cultura dei nostri bisnonni che ancora ci accompagna. Ma mi domando se non sia invece una caratteristica specifica dei nostri giorni. Bisogna partire dal nostro contesto, altrimenti si rischia di ragionare solo attraverso slogan". Lo psicologo invita a considerare i diversi volti che assume oggi la violenza giovanile: il ragazzo che viene arruolato in gruppi pronti al conflitto con altri giovani altrettanto violenti; quello incapace di rinunciare a una donna, che sente il fatto di desiderarla come un diritto su di lei; o ancora chi uccide a scuola, sfidando tutto il mondo degli adulti che lo circonda, mostrando che la loro legge non offre più margine al proprio potere distruttivo. "Siamo di fronte a una difficoltà profonda rispetto all'esperienza del limite", spiega Dell'Amico. "Dal punto di vista culturale viviamo in un contesto governato da alcune narrazioni precise: puoi avere tutto e puoi godere di tutto, la rinuncia e il limite sono intollerabili, persecutori, contro di te. Il problema è proprio la relazione con questa narrazione consumistica".

Quando gli adulti hanno paura del limite

Ma c'è un aspetto ancora più inquietante: gli adulti stessi faticano ad avere un rapporto sano con il limite. "L'adolescente dice: io spero che l'adulto dia un limite alla mia autodistruttività, ma siccome non lo fa...", osserva lo psicologo. "Dobbiamo testimoniare che il senso della vita è nella comunità e che i limiti ci sono. Invece intrecciano filo spinato sugli adolescenti perché proiettano su di loro le proprie paure profonde". Secondo Dell'Amico, il fenomeno va considerato come storico e non ci sono affatto soluzioni facili o pratiche. "Insegniamo educazione affettiva, usiamo metal detector... ma noi adulti testimoniamo di essere i primi in grado di rinunciare? Testimoniamo che il limite, in quanto base dell'organizzazione della vita in comunità, ha un senso? Nei soggetti fragili questo porta al sintomo di un'angoscia collettiva che riguarda tutti".
L'idea di blindare le scuole tradisce una grande impotenza e paura. "Ma gli insegnanti non possono aver paura degli adolescenti", conclude Dell'Amico. "Siamo di fronte al prodotto di una storia che abbiamo costruito noi".

Eserciti di vetro e genitorialità della noncuranza

"Invochiamo sempre la resilienza, ma siamo noi adulti che abbiamo creato eserciti di vetro, esposti e sempre sulla difensiva. Siamo nella genitorialità della noncuranza", incalza Zoppi e sottolinea: "Questa è l'ennesima dimostrazione del fatto che gli adulti che dovrebbero gestire la responsabilità educativa hanno abdicato. Dobbiamo mettere uno strumento che blocca, che controlla, che gestisce le vite dei nostri adolescenti, perché noi non lo stiamo facendo". La proposta del ministro Valditara di dotare le scuole di metal detector rivela tutta la sua inadeguatezza: "Quando succede un episodio come questo, si vuole fare la legge perché non accada più. Il problema è che non è questo focus, non si sta sul problema, che è educativo. Questi ragazzi non hanno bisogno di metal detector. Hanno bisogno di adulti che intercettino, che ascoltino, che capiscano, che comprendano".
Il messaggio dei giovani, secondo Zoppi, è inequivocabile: "Stanno semplicemente dicendo che sono in crisi, sono in difficoltà e che sono privi di un sistema relazionale che li protegga, che li accompagni, che li guidi, che dia loro un esempio".

Il deficit emotivo parte dall'infanzia

Questa incapacità di gestire le emozioni che porta alla violenza deriva dal fatto che fin da quando sono piccoli non vengono accompagnati a riconoscere e gestire le emozioni. L'esempio del caso ligure è emblematico: "Per una foto, questa è la reazione? Vuol dire che la frustrazione, la rabbia, la delusione non riesci a gestirle. E l'unico linguaggio che conosci è quello della vendetta e della violenza. Se togli la vita a una persona, vuol dire che non conosci il valore che ha la vita", commenta Zoppi. La chiave è partire dall'educazione emotiva fin dall'infanzia: "Se vogliamo arrivare a fare la vera prevenzione – continua - dobbiamo parlare di educazione e non di repressione. Il punto è che stiamo rincorrendo qualcosa che abbiamo generato noi. Nel momento in cui manca una rete, manca la presenza di un adulto che dà le regole, che dà l'esempio e che intercetta il tuo bisogno".
Ma le cose sono sempre andate così? "Non così", risponde Zoppi. "Non così. In passato esisteva un sistema di regole e di rispetto. Stiamo guardando al gesto estremo e mettiamo un cerotto. Questo è il caso limite, è l'esasperazione. Ma sotto, dietro, nella quotidianità, cosa c'è ancora? Non vogliamo vederlo, ma non abbiamo il coraggio di tornare a educare".

Chi educa oggi?

Non si può quindi pensare che sia un problema esclusivo della famiglia o esclusivo della scuola. È un problema che coinvolge tutti, è un problema della società. "E non può essere una questione che non venga affrontata con priorità", osserva Zoppi. Durante un recente incontro con le istituzioni - Regione Lombardia, Comune di Milano, alla presenza della vicesindaco Anna Scavuzzo - Zoppi ha lanciato una proposta: "Un assessorato all'educazione: qui non stiamo capendo che tutto quello che riguarda la questione educativa deve essere una priorità e non frammentata dentro la sicurezza, l'istruzione, la sanità. È un'emergenza che deve essere la nostra priorità". Perché, come sottolinea Zoppi, "noi diciamo che i ragazzi sono il nostro futuro, ma il nostro futuro si costruisce oggi".

Ragazzino con coltello
Ragazzino con coltello  (getty images)

La scuola impreparata

Anche la scuola mostra le sue fragilità. Alcune studentesse, intervistate dopo i fatti di La Spezia, hanno denunciato l'assenza degli insegnanti, la loro incapacità di cogliere i segnali, di essere presenti quando serviva. "Nel caso specifico non posso commentare, non conosco il contesto", precisa Zoppi. "Ma in generale sì, c'è il segnale di una disattenzione e di una mancanza di analisi dei segnali che ci possono essere. Se l'adulto non è in grado di cogliere quei segnali che sono manifesti - perché non c'è bisogno di arrivare ad accoltellare - bisogna però avere la capacità, la disponibilità e il coraggio di leggere questi segnali e di intercettarli". Il problema è che gli insegnanti "fanno fatica, hanno paura e forse non hanno tutti gli strumenti per poter leggere". Mancano gli strumenti formativi, la preparazione. "Diciamo che dobbiamo mettere lo psicologo nella scuola, va bene. Ma facciamo anche la formazione agli insegnanti".

La proposta: educare deve essere centrale

Pepita, cooperativa sociale da vent'anni a fianco di ragazzi e famiglie, propone un nuovo modello: valorizzare il ruolo territoriale degli educatori professionali a beneficio di tutta la comunità. L'idea, sperimentata con successo nel Municipio 3 di Milano, è quella dell'educatore intra-territoriale: una figura capace di costruire reti, favorire relazioni, attivare processi educativi che abbiano impatto non solo dentro le strutture in cui opera, ma nell'intero contesto comunitario. Come spiega Zoppi: "I ragazzi non vivono soltanto nei luoghi deputati, dove vogliamo o immaginiamo che siano presenti. Abitano le strade, i cortili degli oratori, i bar, i parchetti, le panchine. Attraversano soglie, entrano ed escono da spazi che troppo spesso rimangono senza presidio educativo".
Da qui l'idea di valorizzare gli oratori come ultimi avamposti educativi a disposizione di tutta la cittadinanza, punto di partenza per connettere la capacità di rispondere ai nuovi bisogni delle generazioni in termini di ascolto, presenza, orientamento e supporto. Non si tratta di snaturare l'oratorio, ma di riconoscere e valorizzare quella vocazione all'apertura che gli è connaturata.
Un'educazione senza barriere, capace di cogliere opportunità, di generare progetti e percorsi, per costruire valori e identità, restituendo alle nuove generazioni un mondo adulto che possa davvero rappresentare un riferimento.

Oltre gli slogan, la responsabilità

Tornando alle parole di Dell'Amico, il rischio è quello di continuare a ragionare per slogan e soluzioni semplicistiche di fronte a un fenomeno storico che richiede ben altro. Educare deve essere centrale e dentro un sistema integrato. L'educazione non è un "da cui", un "di cui", ma il fulcro attorno al quale riorganizzare le priorità della società. Altrimenti continueremo a intrecciare filo spinato attorno agli adolescenti, proiettando su di loro le nostre paure più profonde, invece di assumerci la responsabilità che ci compete: essere adulti capaci di testimoniare che il limite ha un senso, che la vita in comunità richiede rinunce, che la frustrazione si può gestire senza violenza. I metal detector potranno forse intercettare le armi, ma non fermeranno mai la rabbia, la solitudine, il senso di abbandono di giovani che chiedono solo di essere visti, ascoltati, accompagnati. E che invece trovano adulti impauriti, fragili, incapaci di dare loro ciò di cui hanno più bisogno: presenza, regole, esempi credibili. Come conclude Dell'Amico: "Siamo di fronte al prodotto di una storia che abbiamo costruito noi". È tempo di avere il coraggio di riconoscerlo e di cambiare rotta, prima che sia troppo tardi.