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Ma certo che esiste il favoritismo: i genitori tendono a preferire il figlio (o la figlia) che considerano "debole"

Non è una scelta, ovvio: ma i genitori hanno eccome un figlio, o una figlia, che preferiscono.
Accade a causa di diversi fattori tra cui il carattere, il bisogno inconscio di proteggere quello percepito come più debole e l'ordine di nascita.

Ovviamente non è che i genitori si alzano la mattina con l’intenzione di avere un figlio preferito o una figlia preferita: succede. E basta. Sono moltissime le ricerche psicologiche che mostrano che esistono modalità sistematiche di trattamento differenziato fra fratelli e sorelle, che finiscono per configurare forme di favoritismo.

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Per esempio una meta-analisi recente condotta su circa 20mila persone partecipanti ha evidenziato che genitori in Nord America e Europa tendono a essere più dolci con le figlie piuttosto che con figli, e - ed è più rilevante per la nostra riflessione - tendono a dedicarsi (emotivamente) a quei figli che percepiscono come  "più coscienziosi, responsabili, ordinati". 

preferire (inconsapevolmente) quello/a che ci sommiglia

In parallelo alcuni fattori esterni influenzano la scelta - inconscia, ribadiamo - di uno o entrambi i genitori: l’ordine di nascita è correlato al modo in cui i genitori distribuiscono attenzione, insegnano l'autonomia ed esercitano il controllo. Nel senso che i figli  / le figlie maggiori spesso ricevono maggiore autonomia e pure a volte la adultizzazione precoce, quelli più piccoli più supporto esplicito perché sono "piccoli" per sempre. Qui esiste anche un tema di pregiudizi di genere, ovvio. Le figlie sono più spesso adultizzate anche quando sono le "piccole", a causa di stereotipi di cura e supposta maturità.

C'è anche un tema di personalità: il figlio o la figlia percepito come “responsabile”, sulla base soggettiva di ogni genitore, viene apprezzato/a di più perché più "gestibile". Da'altro canto, il figlio, la figlia, meno impegnativi o che hanno più bisogno di protezione (sempre secondo le idee dei genitori) ricevono più attenzione emotiva, mentre chi appare forte e autonomo/a può essere dato per scontato.

Il figlio “privilegiato” per comodità (non per scelta)

È sempre utile chiarire che non stiamo parlando (o non necessariamente) di un preferito dichiarato, o di un amore più grande e più profondo. Piuttosto, di una dinamica non voluta ma che si aggancia a esigenze ed esperienze familiari, percezioni e comfort psicologico. Per esempio: un genitore può percepire un figlio più fragile e dedicargli più tempo e protezione, lasciando che quello che secondo quello stesso genitore è più forte se la spicci in autononomia. Oppure, al contrario, il figlio che genera meno conflitti viene premiato con minor attenzione, e quindi diciamo meno cura.

Perché avviene, in parole semplici? Tra i fattori che la ricerca elenca (e che possono aiutare a fare luce, non a colpevolizzare) ci sono come detto l'ordine di nascita (i figli più piccoli spesso ricevono più attenzione protettiva), il carattere (un bambino tranquillo e collaborativo è percepito come “meno impegnativo”, quindi meno bisognoso di attenzioni) e la somiglianza percepita (il genitore che si ritrova somigliante nell'indole a un figlio o una figlia può inconsciamente preferirlo/a o preferire l'altro/a). 

E inoltre esiste il piano del "bisogno emotivo percepito": alcuni genitori possono (inconsciamente) dedicare più energie al figlio o alla figlia che appare “più bisognoso/a” e di converso dare meno tempo a quello, quella, che sembra in grado. Una ricerca spiega che questa distribuzione differenziata di risorse affettive, di controllo, di investimenti emotivi non è neutra: può influenzare sentimenti di autostima, relazioni fra fratelli e benessere emotivo. 

Il risultato è l'invisibilità apparente dell'altro, dell'altra (e della sua infanzia)

Il figlio affidabile rischia di vivere una doppia dinamica: da un lato viene considerato “buono”, “responsabile”, “non da sorvegliare”. Dall’altro, può sentirsi trascurato nei suoi bisogni più profondi (riconoscimento, sostegno, vulnerabilità). Il sentimento può essere quello di percepirsi come adulto quando non lo è ma soprattutto quello di chiedersi, vita natural durante, dove trovare l'appoggio emotivo quando ne ha bisogno, visto che in famiglia nessuno gli ha detto che può cadere anche lui (o lei).  

In una dinamica sana, ogni figlio, ogni figlia – indipendentemente dal carattere – ha diritto a sostegno, riconoscimento, vulnerabilità. Ma siamo umani e non possiamo controllare il modo in cui percepiamo le persone, anche quando sono persone piccole. Così quando la preferenza implicita sceglie chi “ha bisogno” o chi “è più facile”, allora la responsabilizzazione può diventare una forma di delega emotiva: il figlio affidabile diventa facilitatore dell’equilibrio familiare, anziché centro della propria esperienza.

Le implicazioni non sono cose da niente: il figlio meno favorito può sperimentare – a vari livelli – autostima più bassa, maggiori difficoltà relazionali, maggiore senso di ingiustizia. Il figlio “responsabile” può finire per interiorizzare un ruolo e avere meno spazio per mostrare fragilità, chiedere aiuto, esplorare parti di sé non conformi al quel “ruolo”.

ripensare la cura

A livello familiare, la mancanza di consapevolezza di queste differenze può ostacolare la comunicazione e generare traumi a lungo termine: il figlio “facile” viene dato per scontato, e il figlio “più complesso” può generare sensi di colpa nei genitori, o evitamento.

I genitori hanno sempre un figlio preferito, una figlia preferita. Anche se negano (e cos'altro dovrebbero fare?) Ma non è da intendersi come favoritismo dichiarato. Riconoscere che questa dinamica esiste non significa colpevolizzarsi, o colpevolizzare i genitori ma per riconsiderare il valore dell'equità e della cura. Anche di quelli che, o perché sono tranquilli e docili, o perchè sono forti e spigliati, sembrano non averne bisogno.