Leggere insieme è un atto d'amore: come avvicinare i bambini ai libri (senza fare l'errore che fanno tutti)
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Quando i genitori parlano di lettura e bambini, usano sempre più spesso una parola precisa: riavvicinare. Non avvicinare — riavvicinare. Come se il legame si fosse già spezzato, o non si fosse mai formato abbastanza. Come se ci fosse una distanza da recuperare, e non si sapesse bene da dove cominciare. Barbara Franco — autrice di libri per bambini e ideatrice della collana Quid+, con oltre 100 titoli pubblicati e 750.000 copie vendute in Italia — quella parola la conosce bene. E sa anche che dietro spesso si nasconde un equivoco di fondo: non sono i bambini ad essersi allontanati dai libri. Sono gli adulti che, senza saperlo, glieli hanno resi estranei.
Il primo sbaglio: aspettare che imparino a leggere
La convinzione più diffusa è che il momento giusto per avvicinare un bambino ai libri sia quando inizia a leggere in autonomia. Prima elementare, più o meno. È un pensiero comprensibile — ma è un errore. «Il problema è che di solito quando si impara a leggere, si impara a leggere a scuola», spiega Barbara Franco. «E quindi il libro diventa automaticamente il medium del compito, del dovere. Ha già un significato carico, diverso».
Ecco perché, secondo lei, il momento giusto è molto prima — da quando il bambino è piccolissimo, da quando ancora non sa nemmeno parlare. Non per insegnargli la letteratura, ovviamente. Ma per fare in modo che il libro sia, fin dall'inizio, un oggetto familiare, ludico, associato al piacere e non all'obbligo.
«Quello che consiglio sempre è di inserire il libro in mezzo agli altri giochi», dice Franco. «Nella cesta dei giocattoli, su uno scaffale basso in camera, a portata di mano. Così il bambino, quando inizia a muoversi in autonomia, può andare a prendere un libro come prende un giocattolo — non perché glielo dicono i genitori, ma perché è lì, fa parte del suo mondo».
E la fisicità conta, tanto quanto il contenuto. «Il libro è anche un oggetto fisico», ricorda l'autrice. «Sentirne il profumo, sfogliarne le pagine, maneggiarlo. Un approccio multisensoriale, quasi alla Montessori. Un bambino a sei mesi può già sfogliare i libri cartonati — ed è già un primo, prezioso incontro».
La "bolla magica": quindici minuti al giorno che cambiano tutto
Il secondo pilastro su cui si costruisce l'amore per i libri è la lettura condivisa. Quella ad alta voce, quella "insieme". Barbara Franco ne parla come di un dono — e usa questa parola con una certa deliberatezza. «Ritagliarsi anche solo dieci, quindici minuti al giorno per leggere insieme al proprio bambino è un dono potentissimo», dice. «Lo dico soprattutto per i papà, che a volte vivono questo con senso di colpa perché non riescono a farlo. Non devono essere ore. Anche solo prima di dormire, anche se si riesce solo a tardi. Ma quei minuti esclusivi, senza telefono, senza televisione — solo io e te — sono un momento d'amore».
La chiama "bolla": uno spazio chiuso al mondo, in cui genitore e figlio viaggiano insieme verso altre storie, abitano altri mondi, condividono emozioni. «Il legame genitore-figlio si costruisce anche così. E l'amore per i libri passa attraverso quell'amore».
Una visione che non è solo pedagogica, ma profondamente emotiva. La lettura, nei primissimi anni, non è un'attività solitaria e silenziosa: è prima di tutto un gesto di connessione.
Non smettere di leggere quando imparano a farlo da soli
Uno degli errori più sottili — e più comuni — arriva proprio quando i bambini cominciano a leggere in autonomia. Prima, seconda elementare: la tendenza naturale dei genitori è smettere di leggergli ad alta voce. Adesso sa farlo da solo.
Ma è proprio lì che bisogna insistere, dice Franco. «Dobbiamo avere la forza e la pazienza di non vedere il libro, in quel momento, come un esercizio di lettura autonoma, ma di nuovo come quella bolla. Magari venti minuti, mezz'ora, prima di andare a dormire. Di nuovo insieme, in un'avventura condivisa. Cambiano le letture — dai piccoli libri illustrati si passa ai capitoli — e cambia la storia che si costruisce sera dopo sera. Ma il senso è lo stesso: è un regalo che si fa ai propri figli».
Gianni Rodari lo sapeva già nel 1964
Nel lontano 1964, Gianni Rodari pubblicava sul Giornale dei Genitori un elenco provocatorio e lungimirante: Nove modi per insegnare ai bambini a odiare la lettura. Quasi sessant'anni dopo, quelle regole sono ancora attualissime — e fanno ancora più effetto oggi, nell'era degli schermi.
Non presentare il libro come alternativa alla tv (ai tempi c'era solo quella; oggi ci sono mille schermi). Non dire ai bambini che "quelli di una volta leggevano di più". Non ordinare di leggere. Non trasformare il libro in uno strumento di punizione. Non rifiutarsi di leggere ad alta voce. Non offrire una scelta sufficiente di titoli.
E poi, la più sottile di tutte: non dare la colpa ai bambini se non amano la lettura. Perché i bambini copiano quello che vedono. Se crescono intorno a persone che leggono, saranno più portati a farlo. Se non amano i libri, spesso è perché sono stati gli adulti — con le migliori intenzioni — a non trasmettere quella passione.
«Mostrare passione per quello che si fa è il trucco più potente», concorda Barbara Franco. «I bambini ci guardano. Sempre».
Il fumetto è letteratura. Anche Minecraft conta
Uno degli aspetti più interessanti dell'approccio di Franco è il pragmatismo — quello sano, che non giudica e non esclude nessun genere. «Se a un bambino piace il fumetto, benissimo. L'importante è continuare a coltivare quella passione per vivere mondi nuovi». Suo figlio, a dodici anni, ha attraversato un periodo di "down" nella lettura e si è buttato sui fumetti. Non è stata una sconfitta, ma un'opportunità: «Gli ho presentato tutte le grandi scuole di fumetto — quella italiana con Tex, quella americana con i Marvel, quella giapponese con i manga. Fa parte della nostra cultura. C'è una storia, ci sono scuole di pensiero, autori importanti. È letteratura a tutti gli effetti». Oggi quel ragazzo legge One Piece in parallelo a romanzi fantasy da cinquecento pagine, alternando il leggero con il mattonazzo, a seconda dell'umore della serata.
E per i bambini più restii, quelli che sembrano impermeabili ai libri? La risposta è sempre la stessa: partire dalle loro passioni. «Anche un libro che parla di Minecraft o di videogiochi può essere un tramite. Se si regala a qualcuno un libro di cucina e quella persona non ama cucinare, non lo aprirà mai. Se invece il libro parla di qualcosa che la appassiona, il meccanismo scatta da solo. Vale lo stesso per i bambini».
L'illustrazione non è "da piccoli"
C'è anche la fretta di togliere le immagini. Come se le illustrazioni fossero una concessione temporanea, e arrivasse un momento in cui si "passa ai libri veri", quelli senza figure. «Non bisogna forzare», dice Franco. «Per un bambino le illustrazioni sono fondamentali. Non sono una cosa in meno rispetto al testo: sono un modo di vedere, di capire, di immaginare. Ci sono molti libri di prime letture con ancora tantissime illustrazioni, adatti anche a bambini di cinque o sei anni che non leggono ancora in autonomia. L'importante è preservare il momento magico, non forzare il passaggio a un formato "per grandi" prima che sia il momento».
In libreria, non online
Poi c'è l'esperienza. Quella fisica, sensoriale, di entrare in una libreria — possibilmente una piccola, di quartiere, con un libraio che conosce il catalogo e i propri clienti. «Entrare in libreria e non sapere da dove cominciare, girare tra gli scaffali, guardare le copertine, annusare i libri, leggere le quarte di copertina: è un'esperienza bella», dice Franco. «Più che andare a fare shopping di vestiti, a volte. E quella stessa esperienza va trasmessa ai bambini — portarli in libreria come si porta dal parrucchiere o in qualsiasi altro posto. Fargli toccare i libri, scegliere, parlare con il libraio. Imparare a chiedere: "Cosa mi consiglieresti?" È qualcosa che rimane dentro».
Lo stesso vale per la biblioteca. L'acquisto online, ricorda Franco, è un'altra cosa. Comodo, efficiente — ma completamente diverso sul piano dell'esperienza. E un'esperienza che non si vive, non si può trasmettere.
E se un adolescente si è già allontanato?
La domanda che molti genitori si pongono quando i figli entrano alle medie, o alle superiori, e smettono di leggere. L'antidoto esiste? «Mi è difficile pensare che se hai la lettura dentro, poi passi davvero», risponde Franco. «Ci possono essere alti e bassi, un libro sbagliato, il libro giusto. Ma se ce l'hai dentro, ci rimane. È qualcosa di molto profondo».
Se invece non ci si è mai avvicinati abbastanza da piccoli, la strada è più in salita. «Riavvicinare è difficile. I nostri figli hanno tantissime distrazioni, molto più di quando eravamo bambini. Quindi prima si inserisce il libro nella loro vita, meglio è. Perché rimane profondamente dentro. Far appassionare di nuovo qualcuno che si è allontanato, o che non si è mai davvero avvicinato, è molto difficile». Non è una sentenza definitiva. È, piuttosto, un invito urgente: iniziare adesso, qualunque sia l'età del proprio bambino. Perché oggi è sempre il momento giusto per aprire un libro insieme.
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