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Oltre i pregiudizi: comprendere e affrontare l'infertilità di coppia

come affrontare l'infertilità 

L'Oms la riconosce come patologia, ma la società la vede ancora come un fallimento personale, soprattutto per le madri. Un problema che colpisce il 15% delle coppie e che richiede un approccio medico e psicologico integrato.

Una persona su sei nel mondo è colpita da infertilità. Secondo i dati della World Health Organization circa il 16% delle coppie ha difficoltà a concepire. Mese dopo mese, numerose donne si trovano a fare i conti con la delusione di un test di gravidanza negativo, in un percorso emotivo complesso e spesso invisibile agli altri. Ma cos'è l'infertilità? Quali sono le sue cause? E soprattutto, come si può affrontare da un punto di vista psicologico questa condizione? 

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Infertilità: una patologia riconosciuta dall'OMS

"Sarebbe fondamentale creare una maggiore sensibilità sul fatto che l'infertilità sia una patologia a tutti gli effetti, come definita oltretutto dall'Organizzazione Mondiale della Sanità, e quindi come tale andrebbe considerata e trattata proprio al pari di altre patologie che non subiscono lo stesso stigma", spiega la dottoressa Martina Cussino, psicoterapeuta. Nonostante oggi l'infertilità, che riguarda sia uomini che donne, sia un tema molto diffuso, è ancora troppo radicato un retaggio culturale che vede il ruolo della donna relegato nella funzione di madre. "L'infertilità viene vista in primis come un fallimento nella natura della donna e questo comporta che la maggior parte delle pazienti che arrivano in studio tendono ad addossarsi la colpa oppure condividono il giudizio che sentono di ricevere quando parlano del proprio percorso di procreazione medicalmente assistita", continua Cussino.

Quando preoccuparsi se non si riesce a concepire?

Prima di tutto, è importante capire quando è il momento di preoccuparsi. Secondo studi medici il 75% delle coppie fertili, che hanno almeno due rapporti non protetti a settimana, riesce a raggiungere la gravidanza entro sei mesi di tentativi o, in molti casi, entro un anno. Se dopo dodici mesi di infruttuosi tentativi (che scendono a sei se la donna ha più di 35 anni) non si riesce a concepire, è consigliabile parlare con il proprio ginecologo o rivolgersi a uno specialista in infertilità.

In assenza di patologie pregresse, una donna ha maggiori possibilità di concepire se ha un'età compresa tra i 20 e i 35 anni. Le probabilità di ottenere una gravidanza spontanea si riducono con l'avanzare dell'età: tra i 34 e i 39 anni si ha circa il 30% di possibilità di concepire, mentre dai 40 ai 43 questa probabilità scende al 10%. Tuttavia, è bene non lasciarsi ingannare dalla comune credenza secondo cui rimanere incinta quando si è giovani è sempre facile. Si è portati a pensare che la capacità fertile nelle persone giovani sia sempre assicurata, e che quindi sia possibile concepire in ogni momento. Tuttavia, in molti recenti studi sono emersi dati preoccupanti sulla fertilità maschile giovanile: in oltre il 45% di essi il parametro dello sperma risulta alterato.

Coppia dal medico per infertilità 

Non solo un problema femminile

Un altro luogo comune da sfatare è che l'infertilità sia principalmente un problema femminile. "È ovvio che ci possono essere dei casi in cui c'è una problematica femminile o una maschile, ma è su questo che bisogna proprio mettere molto l'accento: è una questione di coppia, non del singolo", spiega Cussino.

"Solitamente si parla di un 50-50", aggiunge. L'età di entrambi i membri della coppia incide sul concepimento. In passato si riteneva che solo la donna fosse responsabile di un'eventuale infertilità, ma gli studi attuali hanno dimostrato come l'uomo contribuisca al mancato concepimento in egual misura. Inoltre anche non riuscire a portare avanti una gravidanza non dipende solo dalla componente femminile: l'aborto spontaneo in molti casi può essere causato da un fattore maschile.

L'impatto psicologico dell'infertilità

L'infertilità può avere un impatto emotivo devastante. "L'impatto psicologico dell'infertilità si manifesta sia nel momento in cui mi rendo conto che faccio fatica ad avere una gravidanza e mi viene fatta una diagnosi di questo tipo, sia negli eventuali aborti che ci possono essere durante questo periodo o a seguito di tecniche di Pma (Procreazione Medicalmente Assistita) che creano uno stress molto importante", spiega Cussino. Questi sono i cosiddetti "traumi della riproduzione" e sono molto associati a sintomi psichiatrici e psicopatologie, fino ad arrivare molto spesso a un vero e proprio disturbo post-traumatico da stress.

"Purtroppo,  e su questo tutti gli studi concordano, nella donna l'impatto psicologico dell'infertilità è più pesante - aggiunge Cussino -. A livello sociale ci si identifica maggiormente in questo ruolo e quindi c'è una grande importanza simbolica rispetto alla gravidanza. In più, la ricerca del concepimento comporta uno stress biologico e psichico molto più rilevante nella donna che nell'uomo".

Questo è particolarmente vero nei programmi di fecondazione assistita, dove ci sono ripetuti controlli ecografici, prelievi di sangue, stimolazione ovarica, inseminazione, prelievo degli ovociti - procedure che passano tutte dal corpo della donna. "È anche per questo che nelle donne molto più spesso c'è un'attribuzione di colpa", sottolinea la psicoterapeuta.

L'infertilità sine causa: quando non si trova una spiegazione

In alcuni casi, circa nel 15% delle coppie, l'origine dell'infertilità rimane sconosciuta. Si parla in questi casi di "infertilità sine causa", caratterizzata dall'assenza di cause organiche apparenti. "Nel momento in cui l'infertilità è sine causa è veramente disorientante - spiega Cussino -. C'è un impatto sul benessere emotivo significativo, con sentimenti di confusione, ansia e stress emotivo". Il modo in cui ciascuno reagisce a questa condizione è molto individuale e dipende dalla propria personalità, dalla propria storia, dalla relazione di coppia in cui si è immersi e dalla cultura circostante.

Come sostenere una problematica di infertilità a livello psicologico

Come reagire allora? Secondo la dottoressa Cussino, il primo passo dovrebbe essere un sostegno precoce. "è fondamentale consigliare da subito, affiancare da subito a una diagnosi di questo tipo un intervento di sostegno precoce", suggerisce. Gli interventi di sostegno psicologico possono variare dal più classico supporto all'individuo o alla coppia fino a una vera e propria psicoterapia. La psicoterapeuta sottolinea l'importanza di un approccio orientato al trattamento del trauma, perché di trauma si tratta. "Più sono consapevole e a conoscenza, e soprattutto mi viene anche molto legittimato e validato il mio dolore, tanto meglio sarà – dice -. Quante volte arrivano delle pazienti da me che mi dicono che al terzo, quarto, quinto aborto spontaneo vengono trattate come se non fosse successo nulla: la negazione di quello che invece è un dolore ovviamente ed è un lutto a tutti gli effetti". È fondamentale che ci sia un'accoglienza empatica, di validazione e legittimazione, che poi si prenda in carico gli effetti di quello che è un evento traumatico di questo tipo e quindi possa aiutare la persona o la coppia ad elaborare tutto questo.

Le opzioni disponibili: dalla Pma all'adozione

Quando si affronta una diagnosi di infertilità, si aprono diversi scenari. "Cosa facciamo? Andiamo avanti? Capiamo? Anche questo è importantissimo all'inizio, perché se io non sono sostenuto non capisco anche che cosa ho davanti come possibilità", spiega Cussino.

Le opzioni possono includere percorsi di procreazione medicalmente assistita, l'elaborazione del lutto per prevedere una vita senza figli, o l'adozione. "Prima però, se io non ho elaborato questo lutto, è molto difficile anche poter prendere delle decisioni che abbiano poi davvero a che fare con me, con quello che voglio io", sottolinea la psicoterapeuta. Nel caso della fecondazione eterologa, dove si utilizza materiale genetico di un donatore, il percorso può essere ancora più complesso.