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Aggiornato il: 3 minuti di lettura

Bambini e noia: perché “non fare nulla” è il superpotere educativo che stiamo dimenticando

Bambino annoiato
Bambino annoiato  (getty images)
Un recente studio di Harvard, insieme a molte ricerche internazionali, suggerisce che proprio la noia così temuta sia invece uno degli ingredienti più potenti per lo sviluppo della creatività, dell’autonomia e della capacità di problem solving
di Giulia Cimpanelli

Le agende dei bambini sono diventate fitte, iperorganizzate, spesso pensate per ottimizzare ogni minuto libero. Sport, laboratori, lingue, musica, compiti, schermi, attività strutturate: il tempo non deve andare sprecato, la noia è vista come una falla da riparare immediatamente. Eppure un recente studio di Harvard, insieme a molte ricerche internazionali, suggerisce che proprio quel “tempo morto” così temuto sia invece uno degli ingredienti più potenti per lo sviluppo della creatività, dell’autonomia e della capacità di problem solving.

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Il professor Michael Rich lo riassume in modo eloquente sulle pagine di Harvard Medical School: “Stimoliamo i nostri figli 24 ore su 24, come se la noia fosse tossica. Ma è proprio in quei momenti che nascono le idee: costruire una casa sull’albero, inventare un gioco, scrivere una storia”. Di noia si parla spesso come di una condizione sterile, un tempo sospeso da cui fuggire. Eppure, se la guardiamo da vicino, è una porta socchiusa su una dimensione interiore profonda. La neuroscienziata Susan Greenfield lo ricorda con lucidità: “Un tempo la noia forniva lo stimolo per creare la propria narrazione”. Oggi invece i bambini tendono a vivere in un flusso continuo di stimoli che colmano ogni vuoto. Quelle narrazioni pronte, disponibili on demand, rischiano però di sostituire il pensiero divergente, la capacità di immaginare e di inventare.
 “Quando un bambino sperimenta la noia e non riceve immediatamente stimoli esterni, si trova nella condizione di doversi pensare, di stimolarsi da solo, di trovare idee e strategie per superare quello stato”, commenta Martina Cussino, psicologa, psicoterapeuta, supervisore Emdr. Non è dunque un vuoto da riempire, ma uno stato emotivo che attiva processi interni preziosi. La creatività nasce proprio da questa sospensione: “Se io non ho compiti predefiniti -continua - posso esplorare nuove possibilità, immaginarmi giochi e soluzioni”.

Un problema degli adulti

A fare più fatica, spesso, non sono i bambini ma gli adulti. “La noia fa più paura ai genitori che non ai bambini”, sottolinea la terapeuta. . L’idea che un bambino che si annoia sia un bambino che provi disagio, genera ansia, senso di colpa, il timore di non star offrendo abbastanza. E così si moltiplicano gli stimoli: attività extracurriculari, intrattenimento tecnologico, giochi sempre nuovi. Una sorta di ansia da performance educativa, figlia della cultura odierna che esalta l’iperproduttività,  che, invece di proteggere i più piccoli, rischia di togliere loro strumenti fondamentali. “Abbiamo interiorizzato l’idea che se un bambino non ha 200 attività allora sia trascurato - spiega Cussino - Ma è o una proiezione dell’adulto, non un problema del bambino”. Il paradosso è evidente: più stimoli forniamo, più indeboliamo la capacità dei bambini di tollerare la frustrazione. E la frustrazione, come ricorda Cussino, è un passaggio essenziale: “Proprio queste piccole frustrazioni allenano la tolleranza e l’autoregolazione emotiva”. È un allenamento che riguarda le funzioni esecutive, quelle che sorreggono l’autonomia, la pianificazione, il problem solving e la capacità di muoversi nel mondo senza dipendere costantemente da input esterni.

Ragazzino annoiato in auto
Ragazzino annoiato in auto  (getty images)

Il problema non riguarda solo il tempo libero, ma anche la scuola e la vita quotidiana. “Non tutto interessa sempre -ricorda Cussino -. A scuola ci sono momenti in cui ci si annoia, e in quei momenti il bambino deve imparare a tollerare la frustrazione”. Lo stesso accade in macchina, nei tempi d’attesa, nei tragitti: spesso i genitori corrono a proporre un cartone o un tablet pur di evitare che il figlio protesti o appaia infastidito. Ma questo intervento costante priva il bambino dell’occasione di imparare a gestire il disagio. “Se riempiamo ogni vuoto il bambino diventa qualcuno che appena ha un momento di vuoto si disregola”, commenta Cussino.

La noia attiva processi di crescita

È interessante notare come i momenti di noia infantile, se accolti, non durino quasi mai a lungo. L’inventiva dei bambini, lasciata libera di muoversi, costruisce mondi in pochi minuti: un gioco improvvisato, un disegno, un castello immaginario, un racconto interiore. Secondo la terapeuta, “una volta che il bambino trova la sua soluzione, lo vediamo immerso nelle sue attività: la sua mente si struttura per riempire quello spazio”. E quando la soluzione arriva da sé, senza interventi adulti, la gratificazione è molto più profonda.

In fondo, la vita adulta è piena di momenti di attesa, frustrazioni piccole e grandi, tempi morti inevitabili. Preparare un bambino ad affrontarli significa permettergli di allenarsi da subito. “Nella vita la frustrazione esiste”, ricorda Cussino. “Imparare a tollerarla da piccoli rende più facile affrontarla da grandi”. La noia, da questo punto di vista, non è un ostacolo ma una palestra emotiva.

Bambini più creativi e autonomi

È qui che lo studio di Harvard trova il suo senso più profondo: i bambini che sperimentano momenti di noia non crescono solo più creativi, ma più autonomi, più flessibili, più capaci di navigare il mondo reale. La noia non è un lusso, né un difetto educativo: è il terreno su cui si innestano immaginazione, resilienza, autoefficacia. Lasciare spazio alla noia significa fidarsi. Fidarsi del bambino, della sua mente, dei suoi tempi. Significa anche mettere a tacere per un momento l’ansia adulta di “fare”, e accettare che la crescita passa da quei silenzi sospesi che a noi fanno paura ma ai bambini no. Perché è proprio lì, in quel vuoto apparente, che iniziano a scrivere la loro storia.