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Gifted kids burnout: quando l'etichetta di "primo della classe" diventa un peso insostenibile

Gifted kid burnout
Gifted kid burnout  (getty images)

La sindrome del perfezionismo che colpisce bambini e ragazzi considerati "speciali": la visione della psicoterapeuta.

di Giulia Cimpanelli

Bravi, speciali, più capaci degli altri. Sono gli aggettivi che accompagnano fin dall'infanzia i cosiddetti "gifted kids", i bambini dotati di talento particolare, quelli che vengono definiti "primi della classe". Ma cosa succede quando questa etichetta, che dovrebbe essere un vanto, si trasforma in un fardello troppo pesante da portare? La risposta ha un nome preciso: gifted kids burnout, un fenomeno sempre più diffuso che merita attenzione.

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"È detta sindrome del primo della classe, però non è nulla di clinico - spiega la psicoterapeuta Chiara Recupero - viene usata per descrivere un vero e proprio crollo psicologico che colpisce quei bambini o ragazzi che sentono un bisogno costante di essere perfetti e impeccabili in tutto ciò che fanno".

Il fenomeno, che negli Stati Uniti ha trovato ampia risonanza mediatica, riguarda studenti che mostrano segni di esaurimento mentale, emotivo e fisico dovuto alla pressione costante di dover eccellere. Come descrive la dottoressa Monika Roots, psichiatra infantile e cofondatrice di Bend Health, essere dotati può talvolta sembrare "una corsa senza una linea d'arrivo". Nonostante gli sforzi, l'obiettivo continua a spostarsi a causa di standard sempre più elevati, lasciando i ragazzi in un'eterna ricerca di una perfezione irraggiungibile.

Le radici del problema: società, famiglia e personalità

Ma cosa si nasconde dietro quest'attitudine? "Spesso bambini o ragazzi con una profonda insicurezza, quella paura di sbagliare e deludere gli adulti di riferimento, in primis i genitori, soprattutto se hanno anche delle aspettative su di loro, ma anche i docenti, piuttosto che gli allenatori nel mondo dello sport", risponde Recupero. Il perfezionismo dei gifted kids non nasce nel vuoto. "Sicuramente è una proiezione della società odierna, dove vengono sempre esaltati i modelli di perfezionismo e di performance", continua la psicoterapeuta. A livello implicito, questi bambini e ragazzi associano in modo improprio il valore personale al loro successo scolastico, al voto che prendono.

Sono bambini "abituati a sentirsi dire dall'infanzia che sono bravi, che sono speciali, più capaci rispetto ai pari. E questo in una fase di evoluzione in cui la personalità non è ancora ben definita rappresenta un po' un fardello, che ha delle ricadute sull'aspetto psico-emotivo".

Rachel Goldberg, psicoterapeuta e fondatrice di Rachel Goldberg Therapy a Los Angeles, sottolinea come le pressioni esterne giochino un ruolo determinante. Una volta etichettati come dotati, i genitori e, in misura minore, gli insegnanti, diventano tipicamente entusiasti di far capitalizzare al proprio figlio il suo talento per il successo futuro. Di conseguenza, stabiliscono aspettative più alte e possono spingere il bambino più intensamente rispetto ad altri fratelli o ai loro coetanei.

Il peso dell'iper-protezione e delle aspettative

Recupero evidenzia un paradosso educativo che contribuisce al problema: "Talvolta senza accorgersene, un po' i genitori contribuiscono a questo atteggiamento, a volte riponendo nei figli aspettative molto alte e anche sottoponendoli a corsi e impegni costanti: ogni giorno frequentano un'attività, dando l'idea che fare tanto vuol dire acquisire tanto valore". Ma c'è anche l'altra faccia della medaglia: l'iper-protezione. "A volte si sbaglia anche iper proteggendoli e creando intorno una bolla che impedisce poi di sperimentare emozioni spiacevoli e anche di incorrere in qualche errore - spiega la psicoterapeuta -. In questo ultimo caso il livello di autostima ne risente, perché permettere ai figli di fare esperienze, di commettere errori, è importante per far percepire che abbiamo fiducia nelle loro capacità e che crediamo nelle loro risorse". L'effetto può essere devastante: "Se il genitore si sostituisce al figlio può abbassare la sua autostima. Potrebbe pensare: se il papà o la mamma non me lo fa fare, forse è perché non sono in grado di farlo".

Le manifestazioni del burnout

Come si riconosce il gifted kids burnout? I segnali possono essere molteplici. La dottoressa Becca Wallace, psicologa pediatrica clinica al Children's Hospital di New Orleans, evidenzia come spesso si manifesti attraverso sintomi fisici: "Vediamo bambini che arrivano con dolori addominali funzionali, nausea, mal di testa, vertigini, insonnia o ipersonnia". Recupero invita i genitori a prestare particolare attenzione: "È importante osservare i segnali di stress che vanno a intaccare le aree primarie, i bisogni primari quindi il sonno, l'alimentazione. Questi sono sicuramente degli aspetti che ci devono dire: ok, forse è il momento di rivolgersi a uno specialista". Altri campanelli d'allarme includono l'insonnia, la carenza di alimentazione oppure aver più appetito del solito, i mali di pancia, i pianti e l'irritabilità.

Le conseguenze a lungo termine

"La fatica a tollerare la frustrazione è un tema di queste generazioni - osserva Recupero, riferendosi specificatamente alle generazioni Zeta e Alpha.

Ma le conseguenze possono essere ben più serie e durature. "Oltre a impedire la consapevolezza dei propri limiti, rende anche difficile accettare i propri fallimenti: se associ il valore alla capacità di riuscita, nel momento in cui non riesci pensi di non valere niente", spiega la psicoterapeuta.

Wallace sottolinea come il burnout possa sviluppare una forte tendenza perfezionistica. Se non possono fare qualcosa alla perfezione, non la fanno affatto.

Le implicazioni sulla salute mentale sono significative: il burnout può portare allo sviluppo di ansia, depressione, disturbi alimentari, disturbo ossessivo-compulsivo e persino autolesionismo. "Il burnout può trasformarsi in ansia o depressione poiché gli studenti non sanno come affrontare la situazione o non conoscono la propria identità al di là della loro etichetta di studente dotato", spiega Wallace.

Prevenire è meglio che curare

Ma cosa possono fare i genitori per prevenire questo fenomeno? "Prevenire è meglio che curare - conferma Recupero -. Bisogna anche educare i genitori ad affrontare con i figli i temi degli insuccessi". Il primo passo è l'autoriflessione: "Prima di tutto, dal punto di vista del genitore, è importante chiedersi: ma che adulto sono? Come affronto i miei fallimenti, i miei errori? E come lo trasmetto nella mia vita?". L'esempio è fondamentale: " Se dico a mio figlio che non deve arrabbiarsi se sbaglia, poi io sono il primo a farlo, sarà poco credibile il mio insegnamento".

Recupero suggerisce alcuni approcci pratici: "Aiutare a valorizzare l'impegno, non il risultato. Far comprendere che l'errore è un modo anche di imparare e che è importante quanto impegno ci ho messo".

Gifted kid burnout
Gifted kid burnout  (getty image)

Strategie concrete per genitori ed educatori

Wallace fornisce una lista di consigli pratici per i genitori:

  • Non enfatizzare la perfezione o che i bambini abbiano bisogno di voti massimi in tutte le materie
  • Insegnare ai figli a imparare dai fallimenti e ad avere una "mentalità di crescita"
  • Incoraggiare i bambini a crescere in aree diverse dall'accademico, come hobby e attività extracurriculari
  • Insegnare ai bambini a fare pause dallo studio
  • Non confrontare il proprio figlio con fratelli, amici, compagni di classe o le proprie prestazioni scolastiche
  • Non collegare il successo accademico con l'essere amati o accettati
  • Se il bambino viene accettato in un programma per dotati o in una classe accelerata, discutere con lui i pro e i contro e permettergli di dire "No"

La responsabilità non è solo dei genitori

È importante però non cadere nella trappola dell'autoaccusa. Come spiega Recupero: "Un po' è la società, un po' possono essere gli adulti di riferimento, un po' è legato proprio agli aspetti caratteriali del bambino. Quindi il genitore può attribuirsi la responsabilità di quello che lui fa o che può fare, ma c'è una compartecipazione dei diversi fattori che si intrecciano tra di loro. Non è solo una responsabilità del genitore".

Anche le scuole hanno la loro parte di responsabilità. Come evidenzia Roots, è fondamentale che i sistemi educativi offrano supporto adeguato ai bambini dotati, che spesso "tendono ad avere certi tratti della personalità e temperamenti che possono renderli più vulnerabili al burnout. Sono spesso molto sensibili, temono il fallimento e il rifiuto, sono perfezionisti e talvolta hanno difficoltà sociali".

Il messaggio finale è chiaro: essere dotati non deve essere un peso. Come genitori, educatori e società, abbiamo la responsabilità di creare ambienti in cui i bambini possano sviluppare i loro talenti senza che questi diventino gabbie dorate. L'obiettivo non è spegnere l'eccellenza, ma permettere ai ragazzi di essere eccellenti senza perdere se stessi nel processo. Perché, come ci ricorda Recupero, "ogni bambino ha tempi e talenti diversi" e il vero valore di una persona non può mai essere ridotto a un voto o a una performance. È tempo di ridimensionare le aspettative e valorizzare l'impegno, insegnando ai nostri figli che sbagliare non solo è umano, ma è anche il modo migliore per imparare e crescere.