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Bambini esclusi dai compleanni: quando i genitori si sfogano sui social

Festa di compleanno di bambini 

Il fenomeno delle mamme che denunciano pubblicamente l'esclusione dei figli dalle feste. Parla l'esperta: "È l'adulto che è ferito, non il bambino"

L'immagine è sempre la stessa: una torta di compleanno circondata da bambini festanti, mentre qualcuno rimane a casa con l'amaro in bocca per non essere stato invitato. Negli ultimi tempi, però, a questa scena si aggiunge un nuovo elemento: il genitore che impugna lo smartphone e denuncia sui social l'accaduto, trasformando una delusione privata in un caso pubblico.

Cose che non voglio più sentirmi dire in quanto mamma

Il fenomeno non è nuovo, ma sta assumendo proporzioni sempre più evidenti. Mamme che pubblicano video di denuncia, genitori che si presentano arrabbiati da altri genitori, storie che finiscono sui giornali. Ma cosa c'è dietro questa tendenza? E soprattutto, è davvero nell'interesse dei bambini?

Quando l'emozione del genitore prevale su quella del bambino

“Quando un bambino o una bambina vive un'esclusione o non è invitata/o a una festa di compleanno, è importante distinguere le sue emozioni da quelle dell'adulto, perché spesso il genitore confonde e le unisce - spiega la pedagogista Annalisa Falcone -. Sovente succede che il dolore o la frustrazione provati dal genitore vengano proiettati sul piccolo o sulla piccola, generando confusione emotiva”.

Il primo passo, secondo l'esperta, è proprio questo: separare i vissuti. «Per essere davvero una figura di riferimento stabile e solida, è fondamentale tenere separati il nostro sentire, le percezioni dell'adulto da quelle, invece, dei bambini e delle bambine”, aggiunge.

Ma come dovrebbe reagire un genitore di fronte al dispiacere del figlio? “Il secondo passaggio da fare – aggiunge - è non sminuire ciò che il bambino o la bambina prova, magari anche nel tentativo di consolarlo. Quella frustrazione, quella tristezza va accolta e, dunque, vuol dire anche dare la possibilità ai bambini di viverla”.

Il diritto di essere tristi (e di attraversare il dolore)

Contrariamente a quello che spesso si pensa, non bisogna cercare di eliminare immediatamente la sofferenza del bambino. “È importante lasciare che il bambino attraversi quel dolore, senza tentare di eliminarlo a tutti i costi. Anche ai più piccoli serve tempo per elaborare, piangere, interrogarsi, arrabbiarsi. Questo tempo va concesso”. Solo dopo aver dato spazio all'emozione si può aprire un dialogo costruttivo. Una volta che l'emozione ha trovato spazio per essere espressa, attraverso le lacrime, le parole, si apre poi un'opportunità preziosa, aiutare il bambino a rileggere quanto accaduto. “Quando è più sereno, con parole semplici e vere, chiedendosi come si è sentito e, secondo lui, cosa è successo”, suggerisce l’esperta.

La qualità conta più della quantità

Un aspetto spesso trascurato riguarda la natura stessa delle amicizie infantili. “Dobbiamo anche insegnare ai bambini che anche le amicizie sono scelte. Non possiamo andare d'accordo con tutti -, sottolinea la pedagogista -. Essere amici di tutti è un valore che abbiamo noi adulti, ma che poi neanche noi esplicitiamo. I bambini hanno delle preferenze, come è normale che sia”.

L'esempio è illuminante: “Sui social leggevo di una mamma che si lamentava che in una classe di 20-25 bambini erano andati al compleanno solo 9, ma 9 bambini sono tanti, sono 9 relazioni. Per cui non focalizzarci sulla quantità, ma sulla qualità dei rapporti”.

Quando i genitori diventano il problema

Ma cosa spinge un adulto a esporre pubblicamente la delusione del figlio? “Siamo di fronte a un altro fenomeno adulto centrico, perché qui è l'adulto che è ferito, non è il bambino - analizza l'esperta -. Un adulto equilibrato, strutturato, non dovrebbe avere come strategia emotiva quello di sfogarsi sui social o quello di chiamare i giornali”.

Questo denota proprio un’era di adulti molto fragili e vulnerabili, che vedono lo smartphone come il mezzo unico ed esclusivo per comunicare. Questo manifesta una profonda solitudine e fragilità degli adulti.

Festa di compleanno 

Compleanno: il (potenziale) errore dell'invito universale

Spesso la soluzione adottata dalle famiglie è quella di invitare tutta la classe per evitare esclusioni. Ma è davvero la strada giusta? “L'idea della festa sempre tutti insieme non è universalmente giusta, è una visione molto adulto-centrica - osserva la pedagogista -. Da una parte perché è più facile dal punto di vista logistico, dall'altra perché siamo di fronte a una iper protezione genitoriale, per cui se non riesco ad accogliere la frustrazione, la tristezza, la soluzione è quella di eliminare il problema”.

Questa strategia, però, non tiene conto delle reali esigenze dei bambini: “Avete mai chiesto al vostro bambino: come vuoi organizzare la tua festa? Chi vuoi che partecipi? Nessun bambino ha un rapporto con tutti i compagni di classe. È giusto anche che i bambini possano scegliere e vivere un compleanno più a loro dimensione, invitando solamente gli amici più stretti”.

Senza contare che per alcuni bambini le feste affollate possono essere fonte di stress: “Spesso le feste di compleanno possono essere degli elementi di sovrastimolazione sensoriale. Per tanti bambini, immagino dei bambini con neurodivergenze o bambini altamente sensibili, le feste di compleanno possono essere anche particolarmente intense dal punto di vista sensoriale e percettivo”, sottolinea Falcone.

Una questione di maturità adulta

Il problema, secondo l'esperta, va ben oltre le feste di compleanno e tocca una questione più profonda: “Dovremmo capirci su che cosa significa essere adulto, se adulto vuol dire pagare le bollette e lavorare, o adulto vuol dire chi ha fatto dell'esperienza della propria infanzia, della propria crescita, strumenti per utilizzarle ed essere figura di riferimento per i bambini e le bambine. Essere figura di riferimento vuol dire essere solidi, strutturati, riuscire anche a cogliere il loro dolore e a sostenere il proprio. Ma se non riusciamo neanche a farlo con la nostra frustrazione... Come facciamo con la loro? Questa è oggettivamente la crisi attuale della genitorialità”. 

Forse è ora di chiedersi se, prima di insegnare ai nostri figli a gestire le delusioni, non dovremmo imparare noi adulti a farlo.