Generazione Odio: quando la violenza giovanile smette di sorprendere
Un tredicenne accoltella la sua professoressa e riprende tutto in diretta. Un diciassettenne pianifica una strage scolastica ispirandosi alla Columbine. Un diciottenne viene ucciso da un compagno di scuola alla Spezia. Non sono episodi isolati. Sono i sintomi di qualcosa che covava da tempo, sotto i nostri occhi, e che abbiamo scelto di non vedere
C'è un momento preciso in cui una cosa smette di essere un'eccezione e diventa la regola. Non lo si riconosce subito, perché il cervello umano — e ancor più quello collettivo, mediatico, politico — è molto bravo a trattare ogni episodio come se fosse il primo. Si accende il dibattito, arrivano gli esperti, partono i talk show. Poi cala il silenzio. Poi arriva il prossimo caso.
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Lo dice con la brutalità che lo contraddistingue lo psichiatra Paolo Crepet: ogni volta si ripete lo stesso copione, tra proclami e allarmi, e poi tutto torna esattamente come prima, fino alla tragedia successiva. Parole scomode, difficili da contestare.
Perché ci sono ragazzi che portano coltelli nello zaino come se fosse normalissimo. E in un certo senso, per loro, lo è diventato.
Tre storie, un unico punto cieco
Lo scorso 26 marzo un tredicenne accoltella la sua insegnante di francese, mentre trasmette tutto in diretta su Telegram. Il video viene poi rimbalzato anche su alcuni siti di informazione, con buona pace della deontologia professionale e dei diritti elementari della vittima. Qualche giorno dopo, in provincia di Perugia, i carabinieri del Ros arrestano un diciassettenne con accuse che lasciano senza fiato: propaganda e istigazione a delinquere per motivi di discriminazione razziale, detenzione di materiale con finalità di terrorismo. Il ragazzo stava pianificando una strage in un liceo, con un piano scritto nelle chat criptate e costruito nel tempo. E ancora, a gennaio, alla Spezia: un diciannovenne uccide con un coltello di oltre ventidue centimetri il compagno di scuola Abanoud Youssef all'interno dell'istituto Einaudi-Chiodo, con modalità che il giudice definirà di una brutalità e una disinvoltura che non lasciano spazio a interpretazioni rassicuranti. Tre storie diverse, tre contesti diversi. Ma con qualcosa in comune: un mondo adulto che, in modi diversi, non stava guardando.
Il sottobosco digitale che abbiamo lasciato senza presidio
Chi era il diciassettenne di Umbertide? Un ragazzo con ottimi voti, descritto come introverso, trasferitosi in Umbria da Pescara anche — si dice — per prendere le distanze da certe frequentazioni. Nel suo immaginario però abitavano terroristi trattati come martiri, mass shooter come Tarrant e Breivik celebrati quasi fossero eroi romantici, il negazionismo della Shoah, l'ideologia della superiorità razziale. Gestiva un canale Telegram attraverso cui rendeva disponibili manuali per la fabbricazione di armi da fuoco — comprese istruzioni per stamparle in 3D — e guide per la sintesi di esplosivi già tristemente noti per essere stati usati in attentati internazionali. Aveva persino cercato una maglietta con la scritta «Natural Selection», tributo esplicito agli autori della strage del Colorado. Era in contatto con la «Werwolf Division», rete suprematista di origine statunitense con ramificazioni in tutto il mondo, già al centro nel 2024 di un'inchiesta della Procura di Napoli. Quella stessa organizzazione che pianificava attentati contro esponenti politici italiani e che recluta i propri affiliati cominciando dai social, per poi spostarli su piattaforme sempre più chiuse e sempre più radicali. Come finisce dentro lì un diciassettenne che prende buoni voti? Il meccanismo è meno misterioso di quanto vorremmo credere. Ci entra perché cerca, come chiunque alla sua età, riconoscimento e appartenenza. E certi ambienti digitali sono costruiti apposta per intercettare quella ricerca, soprattutto quando si presenta nella forma della solitudine.
Non è una sensazione: l'intelligence italiana ha rilevato nell'ultima relazione annuale una tendenza consistente verso l'abbassamento dell'età nei processi di radicalizzazione. La quota dei minorenni coinvolti cresce. E la tecnologia, secondo gli analisti, è spesso il fattore decisivo.
Incel, manosfera, pillola rossa: il manuale dell'odio per adolescenti
C'è un'altra tessera di questo puzzle che non possiamo eludere, e che nel caso di Umbertide emerge in modo esplicito: il mondo degli incel e della cosiddetta manosfera.
Incel — da involuntary celibate, celibe involontario — nasce nei primi anni Duemila come spazio di confronto per chi soffriva di isolamento affettivo. Con il tempo si è trasformato in qualcosa di molto più oscuro: una subcultura nutrita di misoginia, vittimismo e risentimento, in cui gli uomini — spesso giovanissimi — imparano a considerare le donne responsabili del proprio fallimento sociale. La «pillola rossa», la red pill, è il simbolo di questa presunta illuminazione: la convinzione che la società avvantaggi le donne e sopprima gli uomini. Un'ideologia semplice, binaria, che offre risposte facili a domande complesse — ed è proprio per questo che funziona così bene sugli adolescenti in difficoltà. Il ragazzo di Umbertide si identificava come incel, frequentava piattaforme maschiliste, e tributava ammirazione a figure come Filippo Turetta e Angelo Izzo. Non è un dettaglio marginale: è la chiave per capire come certi ambienti digitali riescano a fare di un ragazzo introverso e solitario un potenziale autore di stragi.
Chi ha guardato la serie Adolescence su Netflix ha visto rappresentato questo mondo con una precisione che ha lasciato molti genitori a disagio — non per la finzione in sé, ma per quanto risultasse credibile. C'è una scena in cui un ragazzo spiega al padre il significato di certi simboli che circolano tra i suoi coetanei. Il padre pensa di capire, tira fuori un riferimento cinematografico degli anni Novanta. Il figlio lo guarda come se venisse da un altro pianeta: parlano due lingue che non si incrociano mai.
Quella scena è una fotografia fedele di dove siamo. E non riguarda solo i casi estremi: riguarda milioni di famiglie in cui ogni sera, a cena, ci si chiede distrattamente «come è andata?» senza avere gli strumenti per capire davvero la risposta.
«La violenza è diventata cool»
Crepet non cede alle attenuanti: c'è qualcosa nell'immaginario contemporaneo che ha reso la violenza attraente, persino desiderabile. E pone una domanda disturbante nella sua semplicità: come mai una ragazza frequenta un ragazzo sapendo che tiene un coltello in tasca? Come si è arrivati a un punto in cui portare un'arma è normale, è un segno di rispetto, è quasi un accessorio? I dati non rassicurano. Save the Children documenta un aumento consistente, nell'ultimo decennio, del numero di minori segnalati o denunciati per lesioni personali, rapina e rissa. Le statistiche Istat mostrano un incremento significativo, negli ultimi cinque anni, della percentuale di giovani donne che dichiarano di aver subito violenza fisica o sessuale. Il suicidio si conferma tra le principali cause di morte nella fascia adolescenziale. L'Oms segnala una crescita di ansia, depressione e comportamenti autolesivi tra i giovani di tutto il mondo.
Non sono numeri astratti. Sono le classi dei nostri figli, i corridoi delle loro scuole, le piazze in cui li mandiamo la sera.
Il problema è che per troppo tempo questo disagio è stato archiviato in fretta: fragilità passeggera, fase, capriccio. Gli adulti hanno imparato a minimizzare. E il disagio non ascoltato ha trovato altri canali, altri spazi, altri interlocutori. Quasi sempre online e spesso tossici.
Il progresso che non somiglia più a un progresso
Già nel 2020 alcuni ex tecnici e dirigenti della Silicon Valley ammettevano pubblicamente — in quello che divenne un documentario visto in tutto il mondo — che le piattaforme erano progettate per generare dipendenza, per tenere le persone connesse il più a lungo possibile, per orientare i comportamenti attraverso meccanismi persuasivi sofisticati. Quella consapevolezza non ha prodotto grandi cambiamenti strutturali. Il vuoto lasciato dalla presenza adulta è stato occupato da algoritmi, da community chiuse, da linguaggi estremi che hanno trovato terreno fertile nelle solitudini adolescenziali.
E nel frattempo, all'estremità più visibile di questo fenomeno, si è estesa una deriva che non è più possibile liquidare come marginale: challenge pericolose, reti in cui si scambiano contenuti autolesivi, cyberbullismo, usi distorti dell'intelligenza artificiale come surrogato della relazione umana. E, più in profondità, reti di radicalizzazione ideologica che reclutano ragazzi soli e arrabbiati, li portano gradualmente verso posizioni sempre più estreme, li convincono di far parte di qualcosa di più grande.
I procedimenti legali in corso contro le grandi piattaforme descrivono una responsabilità industriale concreta. Ma nessun risarcimento restituisce gli anni in cui certi contenuti hanno formato — o deformato — l'immaginario di un adolescente.
La scuola non può farcela da sola. Nessuno può
Ivano Zoppi, segretario generale di Fondazione Carolina, che lavora ogni giorno sulla prevenzione del disagio giovanile, ripete sempre una cosa che sembra ovvia ma evidentemente non lo è abbastanza: se ne parla solo quando accade qualcosa di grave, e poi si smette di parlarne fino alla volta successiva. Non funziona così la prevenzione. Non può funzionare così. La soluzione, aggiunge, non è nel controllo e nel divieto. È nella qualità della relazione. Nel sedersi accanto ai propri figli e chieder loro come stanno — anche sui social, anche lì, perché oggi la vita online non è separata dalla vita reale: è la vita, con tutto ciò che comporta.
Non si tratta di diventare investigatori dei propri figli, di sorvegliarne ogni messaggio. Si tratta di costruire una relazione abbastanza solida da far sì che, quando un ragazzo si trova in un posto buio, abbia un adulto a cui rivolgersi. Non un bot. Non un canale Telegram. Una persona in carne e ossa, capace di stare nella complessità senza scappare. E si tratta di fare rete: insegnanti, famiglie, allenatori, educatori. La prevenzione non è un lavoro individuale. È collettivo per definizione.
Un vademecum per uccidere. Scritto da un ragazzo di diciassette anni
Quando i carabinieri hanno concluso l'operazione «Hate», hanno descritto il materiale sequestrato come il profilo operativo di un soggetto pronto a colpire. Un diciassettenne. Ottimi voti. Introverso. E in sette città italiane, contemporaneamente, altri sette minorenni venivano perquisiti. Non è un film. Non è una serie. È Italia, fine marzo 2026. La sicurezza non si costruisce con le dichiarazioni di allarme che seguono puntualmente ogni tragedia. Si costruisce ogni giorno, nel modo in cui parliamo con i nostri figli, nei limiti che sappiamo dare e spiegare, nella conoscenza — anche parziale, anche imperfetta — degli strumenti digitali che abitano le loro giornate. Si costruisce riconoscendo che certi segnali — l'isolamento, il ritiro, l'irritabilità, la fascinazione per certi contenuti — non sono capricci da adolescente ma spie di qualcosa che merita attenzione. E si costruisce smettendo, una volta per tutte, di aspettare che accada qualcosa di irreparabile per tornare a parlarne.