Il fratello maggiore non è un genitore: cosa ci insegna davvero il caso di Trieste
Delegare ai figli più grandi è comune, ma può cambiare gli equilibri familiari più di quanto immaginiamo. Uno psicologo spiega dove sta il confine tra aiuto e “adultizzazione”
La notizia ha fatto il giro d'Italia in poche ore. Una coppia di Trieste ha fatto le valigie, ha documentato la partenza sui social e se n'è andata a Sharm el-Sheikh per festeggiare un compleanno — lasciando a casa i cinque figli minorenni. A scoprirlo è stata un'insegnante, che ha segnalato il caso ai Servizi sociali. Dopo un sopralluogo con il Nucleo della polizia giudiziaria della polizia locale, i cinque bambini e ragazzi — i più piccoli alle elementari, il più grande (16 anni) alle superiori — sono stati trasferiti in una comunità . Al netto dell'aspetto legale — abbandonare minori è un reato, punto — la vicenda apre una domanda che riguarda molte famiglie: fin dove si può spingere la responsabilizzazione di un figlio più grande nei confronti dei fratelli più piccoli? E soprattutto, come si fa in modo che quella responsabilizzazione sia sana, e non diventi qualcosa che gli pesa addosso per anni?
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Il rischio che nessuno nomina: l'eccesso di autonomia
Il caso di Trieste è estremo, certo. Ma il meccanismo che lo alimenta — delegare al figlio maggiore una fetta sempre più grande della cura familiare — è più comune di quanto si pensi. E ha conseguenze che non sempre si vedono subito.
«Quello che si può riconoscere in questi casi è che l'eccesso di responsabilizzazione comporta poi che un adolescente difficilmente si possa separare dal ruolo che gli è attribuito nella famiglia. Se lui è rappresentato come la colonna portante del contesto familiare, difficilmente si può immaginare una separazione dai genitori e dalla famiglia senza il timore che il contesto familiare crolli. L'eccessiva responsabilizzazione comporta una difficoltà successiva nella separazione dai genitori, dal momento che l'adolescente sente come indispensabile la propria presenza per la sopravvivenza del gruppo familiare», spiega Shady Dell'Amico, psicologo. In altre parole: pensando di renderlo autonomo, si ottiene l'effetto opposto. Un ragazzo che sente di essere il "collante" della famiglia non riesce a immaginarsi lontano da essa — e questo interferisce con uno dei compiti evolutivi fondamentali dell'adolescenza, che è proprio quello di separarsi, poco a poco, dai genitori.
Il fratello maggiore non è un terzo genitore
C'è poi un altro problema, più sottile. Quando il fratello più grande viene percepito dai più piccoli come una figura genitoriale — o peggio, come il "custode delle regole" — i normali conflitti che i figli hanno con mamma e papà si spostano. E vanno a incastrarsi nel rapporto tra fratelli. «Se il fratello maggiore è sentito come il custode delle regole della famiglia, il conflitto che normalmente i figli hanno con i genitori può essere spostato nel rapporto con il fratello. Quindi mi sembra importante tenere conto che, anche quando c'è un fratello più grande che si occupa dei figli più piccoli, i ruoli siano definiti e le differenze generazionali siano riconoscibili all'interno dell'organizzazione della famiglia, in modo che l'esperienza anche del conflitto resti nella giusta sede. Il fratello può essere un testimone di quella che è la regola del genitore, ma deve fare parte di un'altra squadra» dice Dell'Amico.
"Un'altra squadra": i fratelli sono fratelli — non genitori mancati, non babysitter fissi, non figure di autorità sostitutive. Possono collaborare alla cura, partecipare, fare la loro parte. Ma la struttura deve restare chiara.
Allora cosa si può chiedere a un figlio più grande?
Sia chiaro: non si tratta di non responsabilizzare mai. Coinvolgere i figli più grandi nella vita familiare — anche nella cura dei fratellini — è normale, anzi è positivo. Li aiuta a sviluppare empatia, senso di responsabilità, capacità relazionali.
Il punto è come e quanto. Un conto è chiedere al figlio di 14 anni di tenere d'occhio il fratellino per un'ora mentre si fa la spesa, o di giocare con lui nel pomeriggio. Un conto è affidargli la gestione emotiva e pratica di quattro bambini mentre i genitori sono dall'altra parte del Mediterraneo.
La differenza sta nel fatto che la cura resti un'esperienza condivisa — qualcosa che si fa insieme in famiglia, non qualcosa che si delega in toto. E che le competenze richieste siano adeguate all'età: un adolescente può avere abilità pratiche, ma non è detto che abbia ancora gli strumenti per gestire i bisogni emotivi di bambini piccoli. Anche in questo, va accompagnato.
La famiglia come esperienza di cura reciproca
C'è una frase di Dell'Amico che colpisce e che riassume tutto: «L'esperienza della famiglia è l'esperienza di una cura reciproca. Questo non vuol dire che non va adultizzato, quindi va infantilizzato. Dopodiché questa cura è possibile proprio perché ci sono delle strutture simboliche all'interno della famiglia che devono essere riconosciute e riconoscibili. Quando c'è confusione tra queste strutture, poi c'è confusione anche nella mente di un figlio».
Strutture simboliche. Ruoli riconoscibili. Sembra complicato, ma in fondo è semplice: i genitori fanno i genitori, i figli fanno i figli — anche quando collaborano, anche quando si aiutano, anche quando il fratello più grande dà una mano. La linea non va cancellata. Perché quando sparisce, a pagarne le conseguenze sono sempre i più giovani.