Italiani all'estero: "Fare figli fuori dall'Italia è più facile. E i dati lo dimostrano"
Il nuovo libro di Eleonora Voltolina, "Crescere Expat", raccoglie le storie e i numeri di oltre 1.250 genitori italiani che hanno scelto di crescere i propri figli oltre confine. Il risultato è uno specchio impietoso — ma costruttivo — di tutto ciò che manca nel nostro Paese
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Tre quarti degli italiani che vivono all'estero con i propri figli, quando viene chiesto loro se fare famiglia sia più facile nel paese d'adozione rispetto all'Italia, rispondono senza esitazione: sì. Non è un'impressione, non è nostalgia al contrario. È un dato, raccolto su un campione di oltre 1.250 persone, elaborato con rigore scientifico e restituito in forma leggibile nel libro Crescere Expat di Eleonora Voltolina, giornalista e imprenditrice sociale, appena uscito per le edizioni Tau.
Voltolina ha costruito una ricerca a due gambe: un questionario online compilato da più di 1.250 genitori italiani residenti all'estero, con ampie sezioni di risposta libera, e trentuno interviste in profondità che danno voce, volto e storia ai numeri. Il risultato è un libro che si legge come un romanzo — con le vite vere di mamme e papà dalla Danimarca alla Nuova Zelanda, dalla Francia al Mozambico — ma che ha le fondamenta di una ricerca seria. E quello che emerge è, a tratti, clamoroso.
Il problema non è (solo) l'economia
Quando si parla di denatalità in Italia, il dibattito ruota quasi sempre intorno al costo della vita, alla precarietà lavorativa, agli affitti impossibili. Tutto vero, tutto reale. Ma Crescere Expat aggiunge una dimensione che spesso viene sottovalutata: quella dei servizi, delle policy, della cultura sociale che circonda la famiglia. "Gli aiuti pratici sono stati la prima cosa che le persone hanno citato," spiega Voltolina, "e in assoluto il più votato è stato quello degli sgravi fiscali. In Francia, per esempio, si dice scherzando che a partire dal terzo figlio tu virtualmente non paghi più le tasse — e questo vale indipendentemente dal reddito, che tu sia un insegnante o un manager". Un sistema, quello francese, che non distingue per fascia di reddito: gli aiuti sono universali. Ed è proprio questo il secondo elemento più segnalato dai partecipanti alla ricerca. "In Italia il problema è che esiste una crisi della classe media," racconta Voltolina. "Molto spesso hai delle facilitazioni, dei supporti economici, ma la soglia Isee richiesta per accedervi è molto bassa. E così famiglie che fanno fatica, ma che hanno buoni stipendi o una casa di proprietà, vengono escluse dalla misura o ricevono un assegno minimo. All'estero invece tantissimi ci hanno risposto che gli aiuti sono universali e indipendenti dal reddito familiare."
Il congedo di paternità: quella proposta bocciata in Parlamento
C'è un capitolo del libro — e un dato — che brucia più degli altri. Il 76% dei genitori intervistati considera che andare in congedo di paternità nel proprio paese d'adozione sia meglio rispetto a farlo in Italia. Non è una questione di dettagli: in Italia il congedo obbligatorio per i padri dura ancora soltanto dieci giorni. Una proposta di allungarlo è stata bocciata dal Parlamento proprio nelle settimane in cui il libro usciva in libreria.
Voltolina non nasconde l'amarezza: "Quando noi abbiamo chiesto come fa lo Stato ad aiutarti come famiglia, tantissimi ci hanno scritto spontaneamente — ancora prima di trovare le domande specifiche nel questionario — che il congedo di paternità è molto più lungo e meglio congegnato nei loro paesi. Il che vuol dire che queste persone considerano il congedo di paternità un supporto per tutta la famiglia, non solo per il padre. Ed è triste che il Parlamento abbia bocciato la proposta di allungarlo: a volte uno parla e a chiacchiere dice di voler sostenere le famiglie, però poi non le sostiene".
Un congedo paterno più lungo non è solo una questione di equità: distribuisce fin da subito gli oneri tra i genitori, favorisce l'occupazione femminile, permette agli uomini di costruire da subito un legame più forte con il neonato. È, in sintesi, una misura che funziona su più livelli contemporaneamente.
L'assistenza post parto: il grande assente
Se c'è una cosa che i partecipanti alla ricerca vorrebbero "regalare all'Italia", emerge in modo nettissimo: l'assistenza post parto. "In Italia le donne hanno un'ottima assistenza durante la gravidanza e durante il parto," spiega Voltolina, "c'è una mortalità per parto molto bassa, tutto funziona. Poi al giorno quattro vieni dimessa col bambino in braccio e arrivederci".
Nel libro c'è la storia di una donna che ha partorito il primo figlio a Napoli e il secondo in Francia. Quando le ostetriche francesi le hanno chiesto com'era andata la prima riabilitazione del pavimento pelvico, lei le ha guardate e ha risposto: "Riabilitazione? Mi hanno messo i punti e mi hanno mandato a casa." Quella frase, dice Voltolina, racchiude tutto. In Francia — come in molti altri paesi europei — dopo il parto arrivano a domicilio ostetriche e fisioterapisti, si valuta il benessere fisico e psicologico della mamma, si lavora sulla prevenzione della depressione post partum. Non è un lusso: è prevenzione, ed è cura.
Ambiente family friendly: la dimensione culturale
C'è poi una dimensione meno misurabile, ma altrettanto reale, che i partecipanti alla ricerca hanno segnalato con forza: la sensazione di vivere in luoghi più a misura di famiglia. Spazi per i bambini nei posti pubblici, negli esercizi commerciali, negli uffici. L'idea, culturalmente radicata, che il bambino abbia un diritto di cittadinanza — che la famiglia non sia una rottura di scatole, ma una normale configurazione sociale. "Vedere un ambiente più family friendly, e una società in cui il tasso di natalità è più alto, può essere anche un po' da ispirazione," racconta Voltolina. "Perché tu senti che puoi fare una scelta e che questa scelta è supportata dalla società, e non ti porterà ad avere svantaggi o troppi svantaggi."
La scuola: i libri li paga lo Stato (quasi ovunque, tranne che da noi)
Tra i risultati più sorprendenti — e meno noti — del libro c'è quello che riguarda le spese scolastiche. In Italia le famiglie si fanno carico di tutto: libri, quaderni, materiale, e spesso anche la carta igienica per le classi (le famose collette di inizio anno, che chi ha figli alle elementari conosce benissimo). Ebbene, questa situazione riguarda soltanto circa il 10% dei paesi rappresentati nella ricerca. Nel 40-45% dei casi tutte le spese scolastiche sono a carico dello Stato; in un altro 40-45% sono parzialmente coperte. L'Italia è, di fatto, un'anomalia.
Anche il calendario scolastico viene messo sotto accusa: la schiacciante maggioranza dei partecipanti giudica i tre mesi estivi italiani difficilissimi da gestire, e preferisce i calendari con vacanze più distribuite durante l'anno — come avviene in Germania, uno dei paesi più rappresentati nella ricerca insieme a Regno Unito, Francia e Stati Uniti. Perché la Francia, vale la pena ricordarlo, è anche il paese con il tasso di natalità più alto d'Europa. Non è una coincidenza.
Le madri lavoratrici: i dati sulla discriminazione
C'è infine un capitolo del libro — "All'estero i padri si occupano di più dei figli" — che raccoglie dati definiti dalla stessa autrice "abbastanza clamorosi". Circa la metà delle donne italiane all'estero, già madri prima di partire, racconta che avere figli le ha penalizzate nel mondo del lavoro italiano. La stessa domanda riferita al paese d'adozione produce una percentuale enormemente più bassa — intorno al 10%. "Nessun mondo è il paradiso," tiene a precisare Voltolina, "quindi ci possono essere casi brutti anche all'estero. Ma il grado di discriminazione delle madri lavoratrici che c'è in Italia è, all'estero, infinitamente più basso."
E adesso?
Crescere Expat non è un libro di nostalgia, né di condanna. È uno specchio — a tratti scomodo — che chiede all'Italia di guardare cosa funziona altrove e di chiedersi perché non possa funzionare anche qui. Voltolina ha già avviato una nuova ricerca, questa volta sulle famiglie rientrate in Italia dopo un periodo all'estero: cosa le ha spinte a tornare, come si sono ritrovate, se il paese ha saputo accoglierle. Le risposte, c'è da scommetterci, saranno altrettanto istruttive. Nel frattempo, quei tre quarti di italiani all'estero che dicono di trovare più facile fare famiglia lontano da casa restano lì, come una domanda aperta a cui il paese dovrebbe rispondere.
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