La leggenda del bimbo incuriosito dal "sesso a tre" e l'educazione sessuale e affettiva alle Medie
Alunni e alunne i cui genitori non daranno il consenso non parteciperanno.
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A dare il consenso informato per la partecipazione di ragazzi e ragazze alle ore di educazione sessuoaffettiva in classe saranno quegli stessi genitori che non hanno gli strumenti per educare al sesso e all'affettività i loro figli e figlie, motivo per cui è necessario portare la materia in classe.
Ma andiamo con ordine: nella fitta trama legislativa che in questi mesi avvolge il tema dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, la Lega ha improvvisamente cambiato rotta. Infatti, dopo aver sostenuto a ottobre 2025 un emendamento che vietava ogni forma di educazione sessuale anche nelle scuole medie, il partito di Matteo Salvini ha depositato alla Camera una versione correttiva al disegno di legge di Valditara sul consenso informato, eliminando quel divieto e equiparando così le scuole secondarie di primo grado (le medie) alle superiori.
Il nuovo testo, attualmente in discussione a Montecitorio, mantiene il divieto per infanzia ed elementari, ma apre alle medie, a patto che vi sia il consenso informato dei genitori. Genitori che dovranno essere messi a conoscenza con anticipo dei contenuti, dei materiali didattici e di eventuali esperte ed esperti coinvolti nei percorsi di educazione sessuale o affettiva. In sostanza, l’educazione sessuo-affettiva nelle scuole italiane resta possibile solo dove l’età degli studenti lo consente e sempre sotto la supervisione preventiva delle famiglie.
Dal divieto assoluto al parental control: un compromesso tutto politico
Per capire la portata di questa correzione, vale la pena ricordare che la proposta iniziale della Lega – a prima firma di Giorgia Latini – estendeva il divieto anche alle scuole medie, escludendo così dalle attività formative sul tema ragazze e ragazzi tra gli 11 e i 14 anni. Un divieto che aveva scatenato una bufera politica e civile.
Le associazioni, in primis Save the Children, avevano parlato di un passo indietro culturale, ricordando che secondo gli standard dell’UNESCO e dell’Organizzazione Mondiale della Sanità, i programmi di educazione alla sessualità e all’affettività sono tanto più efficaci quanto più vengono avviati precocemente, in modo graduale e ovviamente adeguato, nei temi e nei linguaggi, all’età.
Di fronte alle critiche la Lega ha corretto la rotta e il divieto per le scuole medie sparisce, sostituito da un meccanismo di consenso informato, già previsto per le superiori. In pratica, il testo oggi dice che gli istituti dovranno chiedere un’autorizzazione scritta ai genitori, fornendo loro in anticipo materiali e obiettivi delle attività. Se il consenso non arriverà, gli studenti saranno esclusi dalle lezioni e impegnati in attività alternative. Resta invece intatto il divieto per l’infanzia e la primaria: qui “sono escluse, in ogni caso, le attività didattiche e progettuali aventi ad oggetto temi attinenti all’ambito della sessualità” il che è grave, anche perché abbiamo vari report, tra cui quello della Children’s Commissioner, a dirci che il 10 per cento dei bambini frequenta siti pornografici già sotto i 9 anni e il 27 per cento entro gli 11.
la bocca delle famiglie su temi che non sanno gestire
Il ddl “Disposizioni in materia di consenso informato in ambito scolastico”, presentato dal ministro Giuseppe Valditara a maggio, è costruito attorno a un principio chiave: nessuna attività scolastica che riguardi la sessualità può essere proposta senza l’esplicito consenso scritto delle famiglie. Il Patto educativo di corresponsabilità dovrà quindi essere adeguato a questa nuova previsione, sancendo una visione della scuola come spazio condiviso ma controllato, dove la formazione civica e personale passa sotto la lente genitoriale.
La ratio è quella della trasparenza: evitare che nelle scuole si svolgano attività “non conformi alle indicazioni nazionali” o, come aveva denunciato il deputato leghista Rossano Sasso, “iniziative di indottrinamento ideologico da parte di attivisti di estrema sinistra Lgbt”. Sappiamo che il rischio è quello opposto, cioè di un’educazione amputata: un sistema che pretende di educare all’affettività e al rispetto, ma che al contempo nega la possibilità di parlarne fuori dal perimetro indicato da quelle stesse famiglie che non hanno alcuno strumento per occuparsene (diversamente non avremmo la necessità di portarla nelle scuole).
la leggenda del bambino che chiede di rapporti di gruppo
Qualche settimana fa è venuta fuori una storia interessante in un podcast curato da un noto giornalista italiano: un bambino delle scuole elementari avrebbe chiesto alla maestra se è giusto, se é normale, fare sesso a tre. Avere cioè rapporti di gruppo. L'autore del podcast consigliava di glissare, non rispondere alla domanda quando è scomoda. Opinioni, ok. Ma c'è un problema: se a quella domanda non risponde la comunità educante allora chi? Sembrerebbe evidente, d'altro canto, che il bambino in questione sappia già che esiste il sesso e che esiste il sesso a tre: a quel punto di cottura della frittata l'unica cosa sensata da fare sarebbe parlare di consenso.
Ma l'Italia dell’educazione sessuale e affettiva ha paura ed è un chiaro sintomo della dilagante sessuofobia dalla quale non riusciamo a emanciparci. Ogni volta che si pronuncia la parola “sessualità” in relazione ai minori, scatta un riflesso di sospetto: si teme la “corruzione dei giovani”, si invoca la tutela della famiglia, si confonde l’educazione con l’istigazione. Ma "educazione sessuale" non significa parlare di sesso in senso erotico o politico, significa formare persone consapevoli del proprio corpo, delle relazioni, del consenso, del rispetto reciproco. Ignorare questi temi non protegge le ragazze e i ragazzi, li lascia disarmati e sempre più curiosi davanti alla realtà.
altrove hanno molti meno problemi e le cose vanno molto meglio
Basta guardare fuori dai confini nazionali per accorgersene. In Olanda, l’educazione sessuale comincia a quattro anni, con lezioni sull’amicizia, i confini personali e il consenso. In Svezia è obbligatoria dal 1955 e affronta in modo integrato biologia, identità e affettività. In Germania, i programmi includono anche l’educazione digitale e la prevenzione della pornografia. Tutti Paesi, guarda caso, con tassi più bassi di gravidanze adolescenziali e maggiore consapevolezza sui temi del rispetto e della diversità. Ed ecco il problema: la diversità. L’Italia continua a trattare l’educazione sessuale come un’intrusione morale anziché come un diritto formativo.
E così, mentre altrove si parla di consenso e di empatia, noi discutiamo ancora se parlarne sia lecito, se non sia meglio tacere davanti a un bambino di dieci che afferma di essere attratto da bambini del suo stesso sesso ma fare le orgogliose congratulazioni se alla stessa età dice che gli piacciono le compagnette di classe. Ok, l’emendamento della Lega è evidentemente un passo avanti rispetto al divieto totale, ma siamo ancora sideralmente distanti dal giusto approccio. Il timore, in sostanza, è che un'educazione sessuale e affettiva così concepita possa far più danni che altro.
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