Educazione bilingue: come crescere figli poliglotti (anche se non siamo madrelingua)
Come introdurre una seconda lingua in famiglia fin dai primi mesi di vita, creare routine efficaci e superare le paure più comuni.
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È possibile crescere un bambino bilingue anche se in famiglia non si è madrelingua? La domanda assilla molti genitori italiani che vorrebbero offrire ai propri figli l'opportunità di parlare una seconda lingua fin da piccoli. La risposta, fortunatamente, è sì. Ma come ogni obiettivo importante, richiede strategia, costanza e qualche accorgimento fondamentale.
Partiamo dalle basi: non serve essere madrelingua
"La cosa bella è che grazie a internet anche i genitori italiani possono farlo – commenta Sara Ellis, esperta di educazione bilingue e fondatrice di Inglese Bimbi, che da anni aiuta famiglie italiane a introdurre l'inglese nella quotidianità dei più piccoli -. Quando ho iniziato nel 2008 con il mio primo figlio, non si usava internet nella stessa maniera. La rete oggi è davvero un grande aiuto".
Il primo passo, secondo l'esperta, è decidere insieme al partner quale lingua introdurre e quale genitore se ne occuperà principalmente. "Nella mia esperienza c'è una prevalenza delle mamme che porta avanti questa missione”, osserva Sara, sottolineando però l'importanza che entrambi i genitori siano d'accordo sul progetto.
La regola d'oro: creare routine sostenibili
Qui arriva il consiglio più prezioso: "È importantissimo stabilire delle regole di base, perché sennò prevarrà sempre la routine e prevarrà sempre la lingua maggioritaria, ovvero l'italiano", dice. La chiave del successo non è nelle ore di studio intensivo, ma nella costanza quotidiana. Sara suggerisce di iniziare con i "nursery rhymes", le canzoncine tradizionali inglesi, da cantare durante i momenti strategici della giornata: il cambio del pannolino, l'allattamento, il momento prima della nanna: "Bastano due o tre canzoncine per iniziare - rassicura -. La ripetizione aiuta tantissimo. All'inizio sembra difficile perché stai facendo qualcosa di non naturale, ma più lo fai, più ti senti spontanea".
I bambini non si confondono: lo dice la scienza
Una delle paure più comuni dei genitori è che esporre i bambini a più lingue contemporaneamente possa confonderli. Ma le ricerche scientifiche dimostrano il contrario. "La professoressa Patricia Kuhl dell’Institute for Learning & Brain Sciences dell’Università di Washington ha fatto una ricerca con bambini piccolissimi, 0-11 mesi, e ha notato che sin dai primissimi mesi di vita sono in grado di distinguere le lingue", spiega Sara. Non solo: i bambini sviluppano naturalmente la capacità di separare le lingue e utilizzarle con gli interlocutori giusti. "Altri ricercatori, Paradis, Genesee e Crago, hanno preso 30 bambini di 2/3 anni esposti al francese da un genitore e all'inglese dall'altro, e hanno notato che erano in grado di parlare francese con il signore francese e inglese con quello inglese". Il nostro cervello è plastico e c'è spazio per più lingue. Anzi, più è regolare l'esposizione, più il bambino rimane in grado di separarle e usarle appropriatamente.
Routine pratiche per ogni età
Per i più piccoli, dalla nascita ai tre anni, è utile iniziare con attività semplici e quotidiane. La lettura serale rappresenta un momento ideale: si può introdurre un libro in inglese nella routine della buonanotte, creando un'associazione positiva tra la lingua straniera e un momento di intimità. Durante le cure quotidiane, come il cambio del pannolino o il bagnetto, si possono accompagnare i gesti con le canzoncine tradizionali inglesi. Molto utile è anche la descrizione delle attività mentre le si svolge, narrando quello che si sta facendo con frasi semplici come "Now we're cooking" o "Look, it's raining".
Per i bambini dai tre-quattro anni in poi, quando l'attenzione si fa più sostenuta, è possibile introdurre i cartoni animati in lingua originale, sempre guardandoli insieme al genitore per poter interagire e spiegare. I libri possono avere una difficoltà leggermente inferiore rispetto all'età del bambino, per non scoraggiare ma al tempo stesso stimolare. In questa fase diventano preziosi i giochi e le conversazioni più articolate, dove si può davvero iniziare a dialogare. "Il bambino è il nostro primo conversation partner. Dobbiamo coinvolgerlo, parlargli anche quando è neonato. Anche se pensiamo che non stia capendo niente, sta assorbendo tantissimo. Non sto parlando di imparare i colori, le forme, gli animali - precisa Sara – ma di dialogare. Chiediamo anche, per esempio, informazioni relative alle emozioni, a cosa prova: 'How are you today?', 'What's the weather like?', 'What do you want to eat?'. Domande aperte dove il bambino riesce a esprimersi".
I migliori alleati: libri e cartoni
Esiste poi una selezione di risorse che possono fare la differenza. Per i bambini più piccoli, da zero a quattro anni, Sara consiglia alcuni libri che si sono rivelati perfetti per iniziare: "Brown Bear, Brown Bear, What Do You See?" di Bill Martin Jr. e Eric Carle, "The Very Hungry Caterpillar" di Eric Carle, "Where's Spot" e "Giocare in inglese per i più piccoli" di Barbara Franco. Questi testi hanno il vantaggio di essere semplici, ripetitivi e visivamente accattivanti.
Per i bambini dai cinque ai sette anni, quando la comprensione si fa più sofisticata, si può passare a storie più articolate come "We're Going on a Bear Hunt" di Michael Rosen e Helen Oxenbury, "Room on the Broom" di Julia Donaldson e Axel Scheffler, o "Daniel Tiger goes to school".
Sul fronte dei cartoni animati, per i più piccoli (2-4 anni) sono ideali "Spot the Dog", "Daniel Tiger" e il sempre amato "Peppa Pig", che hanno il vantaggio di essere facilmente comprensibili e pieni di situazioni quotidiane. Dai cinque anni in poi si può sperimentare con contenuti leggermente più complessi come "Wooly and Tig", "Topsy and Tim" o "Sarah and Duck", che introducono vocabolari più ricchi mantenendo la semplicità narrativa.
Quando iniziare se non l'hai fatto da subito
"Se non si è cominciato prima dei sei anni diventa un po' più difficile", ammette Sara con onestà. I bambini più grandi hanno sviluppato una mente più analitica e razionale, e potrebbero opporre resistenza a cambiamenti nella routine familiare. Per i bambini in età scolare che non hanno avuto un'esposizione precoce, Sara suggerisce di continuare comunque con la lettura serale utilizzando libri di livello appropriato, di considerare l'iscrizione a corsi pomeridiani di lingua per una o due ore a settimana e di mantenere piccoli momenti quotidiani in inglese anche a casa. L'importante è non scoraggiarsi: ogni esposizione, anche tardiva, porta i suoi benefici. "Qualsiasi esposizione è positiva - rassicura Sara -, ma il genitore che fa qualcosina in più aiuta tanto".
I viaggi all’estero, quando possibili, rappresentano un'opportunità straordinaria per mostrare ai bambini che le lingue sono strumenti vivi, utili per comunicare con il mondo. Ma anche senza partire per l'altro capo del mondo, possiamo creare quella stessa apertura mentale attraverso la quotidianità.
L'importanza della costanza
"Chi ottiene maggiori soddisfazioni è chi riesce a farlo con costanza - sottolinea l’esperta -. Non è quella lezione settimanale, ma creare la routine. Anche dieci, venti minuti, mezz'ora, fatto tutti i giorni, porta tantissimi vantaggi". La costanza batte l'intensità. Meglio quindici minuti quotidiani che tre ore una volta a settimana. E questo vale sia per i genitori che per i bambini: la routine crea sicurezza e familiarità.
Il bilinguismo come stile di vita
L'educazione bilingue non è tanto una materia da studiare, quanto uno stile di vita da abbracciare. Non si tratta di trasformare casa in un'aula, ma di ampliare naturalmente gli orizzonti familiari. "L'educazione bilingue vuol dire educare, quindi creare apertura verso un'altra lingua", riassume Ellis. E questa apertura, una volta creata, accompagnerà i nostri figli per tutta la vita, regalando loro strumenti preziosi per navigare in un mondo sempre più interconnesso. Il messaggio finale è incoraggiante: non servono competenze da madrelingua né budget stratosferici. Servono costanza, creatività e la voglia di mettersi in gioco insieme ai propri figli. Perché alla fine, imparare una lingua straniera è un viaggio che si fa meglio in compagnia.
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