Bambini e cibo: cosa fare (e cosa non fare mai) per costruire un rapporto sano fin da piccoli
Un bambino su tre in Italia è in sovrappeso o obeso. I disturbi del comportamento alimentare sono aumentati del 35% e colpiscono bimbi sempre più piccoli, persino dagli 8 anni. Ma molto di quello che succede a tavola dipende dai genitori. La biologa nutrizionista Maria Vicini spiega come
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I numeri fanno impressione, e forse è giusto partire da lì per capire la portata del problema. In Italia, un bambino su tre tra i 3 e i 17 anni è in sovrappeso, e all'età di 8 anni il 17% è già obeso. Ma non è soltanto una questione di peso: i disturbi del comportamento alimentare — anoressia, bulimia, binge eating, fino al disturbo restrittivo Arfid — sono aumentati del 35% negli ultimi anni tra bambini e adolescenti, con un'età di esordio che si è abbassata drasticamente. Le diagnosi arrivano oggi con frequenza allarmante già intorno agli 11-12 anni, con casi precoci addirittura a 8-9 anni. Secondo i dati del Bambino Gesù di Roma, tra il 2019 e il 2024 i casi nei bambini con meno di 10 anni e tra gli 11 e i 13 anni sono aumentati del 50%.
Eppure, in mezzo a queste cifre che sembrano parlarci di destini già scritti, c'è una notizia confortante: molto — moltissimo — di quello che determina il rapporto di un bambino con il cibo dipende dall'ambiente familiare, dalle parole usate a tavola, dall'esempio quotidiano. Lo spiega con chiarezza Maria Vicini, biologa nutrizionista al Centro per i Disturbi della Nutrizione e dell'Alimentazione della Residenza Palazzo Francisci di Todi, che affronta ogni giorno le conseguenze — anche serie — di rapporti distorti con il cibo costruiti, spesso senza volerlo, proprio in famiglia.
I bambini imparano guardando (più che ascoltando)
Il punto di partenza, dice Vicini, è uno solo: «I bambini imparano guardando e ascoltando. I genitori sono il primo esempio. Figli di genitori che hanno un rapporto sano con il cibo sviluppano un rapporto sano». Sembra una verità ovvia, eppure le implicazioni pratiche sono tutt'altro che scontate. Avere un rapporto sano con il cibo non significa mangiare solo verdure o bandire i dolci dalla dispensa: significa avere un buon rapporto sia con il cibo che con il proprio corpo. E significa — attenzione — evitare ogni forma di attenzione esasperata verso l'alimentazione, anche quella che nasce da buone intenzioni.
«Quando passa un messaggio ansioso rispetto ai tipi di alimenti, o quando ci sono troppi divieti, questo non è funzionale», spiega la nutrizionista. «Anche se il genitore parte con il buono spirito di prevenire un eccesso alimentare, è importante farlo sempre nella serenità». Il bambino deve essere esposto a tutte le tipologie di alimenti, in un clima tranquillo, senza che nessun cibo venga demonizzato.
Un esempio pratico e immediato: un bambino che sente dire ai genitori che la pasta fa ingrassare riceve un messaggio sbagliato. Un genitore che cucina la pasta con la frequenza che preferisce, accompagnandola con verdure o un secondo, e che permette anche un po' di pane per la scarpetta, sta invece insegnando qualcosa di prezioso: che i cibi non sono nemici, e che si può mangiare di tutto con misura e piacere.
La parola chiave: autoregolazione
Se c'è un concetto che torna più di tutti nel ragionamento di Vicini, è quello di autoregolazione. «Il genitore deve favorire, sia con l'esempio che con le parole, l'autoregolazione del bambino. Non negare i suoi desideri o i suoi gusti, ma aiutarlo a imparare ad ascoltarsi».
Questo si traduce in scelte concrete e quotidiane. Forzare un bambino a finire tutto il piatto, per esempio, non è un buon metodo: «Le forzature, come finire tutte le cose nel piatto, o dire a un bambino che ha già mangiato troppo quando chiede ancora, non sono messaggi utili. Favorire il fatto che il bambino riconosca la sua fame e la sua sazietà è molto importante».
Se un bambino non riesce a finire quello che ha nel piatto, la domanda giusta è: «Sei sicuro che il pancino è pieno? Vuoi mangiare anche un po' di secondo?» Non: «Devi finire tutto, altrimenti non ti alzi». La differenza non è solo nel tono, ma nel messaggio profondo che arriva al bambino: nel primo caso, lo si aiuta ad ascoltarsi; nel secondo, lo si abitua a obbedire a una regola esterna, indipendentemente da quello che sente dentro.
Allo stesso modo, quando un bambino vuole ancora pasta o chiede un secondo dessert, la risposta non deve essere un no secco né una capitolazione automatica: «Guarda, abbiamo anche il secondo e il contorno. Vediamo se il pancino è pieno» è un modo per aiutarlo a riflettere, piuttosto che imporgli dall'esterno cosa deve fare.
Il ricatto a tavola: perché fa più danni di quello che sembra
«Se finisci la verdura ti do il gelato». «Se mangi tutto puoi guardare i cartoni». Quante volte lo abbiamo detto, o lo abbiamo sentito dire? Eppure, secondo Vicini, il ricatto alimentare è una delle cose da evitare con più decisione.
Il problema non è solo educativo in senso astratto: il ricatto insegna al bambino a mangiare per stimoli esterni — la ricompensa, l'approvazione, la televisione — anziché per stimoli interni come la fame e il piacere. «Il bambino mangia la verdura non perché impara che fa bene al pancino, ma per ottenere qualcos'altro. Questo non favorisce l'autoregolazione».
C'è poi un secondo messaggio implicito, forse ancora più pericoloso: «Se la verdura è la punizione e il gelato è il premio, al bambino arriva l'idea che la verdura sia qualcosa di brutto, che si mangia solo per forza». Esattamente l'opposto di quello che si vuole insegnare.
Esiste però un modo per comunicare la stessa cosa in modo diverso: «Adesso stiamo mangiando. Quando finiamo di mangiare, guardiamo tutti insieme la televisione». Il messaggio di fondo — prima si mangia, poi si fa altro — è lo stesso, ma senza il ricatto e senza il carico emotivo che trasforma la tavola in un campo di battaglia.
Il bambino sovrappeso: come aiutarlo senza farglielo pesare
Il tema dell'obesità infantile è, dice Vicini, «molto delicato». Quando un pediatra segnala che un bambino è in sovrappeso, la reazione istintiva di molti genitori è eliminare certi alimenti o ridurre drasticamente le porzioni. Ma questo approccio rischia di produrre l'effetto opposto. «Più togliamo una cosa e più loro ne avranno voglia, e non sapranno regolarsi con quell'alimento. I bambini a cui vengono tolti certi cibi rimangono con la fame oppure vanno a mangiare di nascosto appena il genitore si gira».
La strategia giusta, invece, è quella di cambiare l'offerta senza che il bambino se ne accorga troppo. «Il genitore può imparare a cucinare dei pasti un po' più bilanciati: che ci sia la pasta, il pane, la fonte di carboidrati, ma sempre accompagnata da una verdura. In questo modo il bambino si trova un piattino di pasta adeguato e si sazia anche con gli altri alimenti. Non gli arriva il messaggio che non può mangiare la pasta, ma già il pasto bilanciato fa la differenza».
La stessa logica vale per i dolci e gli alimenti cosiddetti "golosi". Non vanno eliminati, ma gestiti con intelligenza: «Come non va bene vietare totalmente i dolci o gli alimenti confezionati, ma bisogna offrire delle alternative, senza togliere del tutto certi alimenti». L'obiettivo è che il bambino in sovrappeso impari ad ascoltare di più i segnali interni — fame e sazietà — invece di mangiare per noia, frustrazione, o semplicemente perché il cibo è davanti a lui.
Demonizzare i cibi "cattivi"? Controproducente
C'è una tentazione comprensibile in molte famiglie attente alla salute: tenere fuori di casa merendine, biscotti, nutella, patatine. Nessuno di questi alimenti ha un valore nutritivo elevato, è vero. Ma bandirli completamente può avere conseguenze inaspettate.
«Se una cosa rimane una chimera — a casa mia non ci sono assolutamente merendine, non si mangia niente di niente — quell'alimento diventa speciale. E quando potranno procacciarselo, se lo procacceranno», avverte Vicini. Il cibo proibito diventa desiderato, e soprattutto il bambino non impara mai a regolarsi con quell'alimento.
L'alternativa è normalizzarlo: «Sapere che ci sono degli alimenti della festa, che si mangiano alle feste, ma che ogni tanto possiamo comprare anche noi, aiuta a sviluppare un autocontrollo più efficace». Non è un caso che uno studio citato dalla nutrizionista abbia dimostrato che quando si offrivano dolcetti ai bambini a ogni pasto, mettendoli vicino al piatto, nei primi giorni venivano mangiati subito, ma dopo un po' i bambini a volte li mangiavano e a volte no: la cosa si era normalizzata, perdendo il suo potere di attrazione irresistibile.
L'età dello svezzamento e la "fase difficile" dei 2-4 anni
Dal punto di vista delle fasi di sviluppo, Vicini indica lo svezzamento come il momento più importante: «Dallo svezzamento fino ai tre anni è il momento principale in cui si gioca tanto, ed è più facile che il bambino acceda a più gusti».
Poi, però, arriva quasi sempre una fase di ritorno: «Dai due ai quattro anni è fisiologico che tornino un pochino indietro». In questo periodo i bambini tendono a diventare più selettivi, a dire molti no, a mostrare diffidenza verso cibi che prima mangiavano senza problemi. È un momento evolutivo normale, e ha anche una spiegazione evolutiva affascinante: «La selettività alimentare è un comportamento protettivo. Se pensiamo alla preistoria, la maggior parte delle sostanze velenose sono vegetali, spesso di colore verde, viola, rosso. Il fatto che i bambini abbiano un po' più di timore verso questi colori e verso i sapori amari o aspri è un meccanismo di difesa».
Il che aiuta a spiegare perché i bambini preferiscano il dolce e il salato — sapori associati a sostanze nutritive e non pericolose — e abbiano difficoltà con frutta e verdura. «I bambini che si bloccano lì è perché c'è qualcosa che li blocca nell'esplorazione. Quelli che crescono in un ambiente sereno, dove si sentono protetti, invece vanno avanti e riaprono le porte a tutti i gusti».
Come stimolare la curiosità verso i cibi nuovi
Per i bambini che mangiano sempre le stesse quattro cose, la soluzione non è l'imposizione ma la curiosità. «È importante coinvolgerlo nella spesa, nella cucina, parlare di cibo. Proporre di assaggiare le cose che mangiano i genitori, descrivendo prima magari le caratteristiche del piatto». E per i bambini che hanno proprio paura di assaggiare, si può partire dagli altri sensi: «Magari non vuoi assaggiare le zucchine, però prova ad annusarle. Oggi le ho cucinate così, vuoi assaggiarne una piccola?»
Molto spesso, osserva Vicini, le tavole dove i bambini mangiano poche cose sono anche tavole dove c'è poca varietà tra gli adulti: «Entra molto in gioco l'esempio. Si scopre che c'è un'alimentazione molto routinaria, le verdure sono sempre le stesse, i genitori stessi non ne mangiano tanta». Prima di preoccuparsi della selettività del figlio, vale la pena chiedersi quanto sia varia la propria tavola.
Attenzione ai discorsi che si fanno a tavola (anche quelli non diretti ai bambini)
Un ultimo punto, spesso sottovalutato: non contano solo le parole rivolte direttamente al bambino, ma anche quelle che lui sente girare attorno a sé. I discorsi sulla dieta, i commenti sui corpi degli altri, le osservazioni sul peso.
«Se i bambini sentono continuamente la nonna e la mamma dire "hai visto come è ingrassata?" o "io non posso mangiare la pasta perché sto a dieta", questi sono messaggi che passano implicitamente», spiega Vicini. Così come fare differenze tra fratelli, cugini o amici — dare la frutta a quello in sovrappeso e le patatine agli altri — è un comportamento che fa sentire il bambino frustrato e incompreso, senza capire perché.
La tavola è un luogo educativo potentissimo. Non per le regole che si impongono, ma per il clima che si crea, per i messaggi che passano tra le parole e i silenzi, per quello che i bambini vedono fare — ogni giorno — dagli adulti che amano.
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