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Quando il cibo diventa il nemico: un'epidemia che tocca sempre di più i bambini

Dca 

Tre milioni di persone in Italia convivono con un DCA. Il 30% ha meno di 14 anni. E l'età di esordio si abbassa ogni anno. Ne parliamo con la dottoressa Laura Dalla Ragione, psichiatra e psicoterapeuta, tra i massimi esperti italiani nel settore, per capire come riconoscere i segnali e come comportarsi — da genitori.

C'è un numero che fa fermare il respiro: tre milioni. Tante sono, secondo l'ultima rilevazione del Ministero della Salute, le persone che in Italia soffrono di un disturbo del comportamento alimentare. Nei primi anni Duemila erano trecentomila. In vent'anni, un aumento di dieci volte. Ma il dato che più colpisce — e che dovrebbe accendere un campanello d'allarme nella testa di ogni genitore — è un altro: il 30% di quei tre milioni ha meno di 14 anni.

Bambine e bambini. Preadolescenti. Ragazze e ragazzi che ancora non hanno finito le medie. Corpi che stanno ancora crescendo, menti che si stanno ancora formando, e già portano il peso di una patologia che, nel caso dell'anoressia nervosa, è la seconda causa di morte tra gli adolescenti dopo gli incidenti stradali. 

Il 15 marzo ricorre la Giornata Nazionale del Fiocchetto Lilla, istituita nel 2012 per sensibilizzare l'opinione pubblica sui disturbi alimentari. Quest'anno, più che mai, vale la pena sedersi e fare i conti con una realtà che non è più possibile ignorare o rimandare a "quando saranno più grandi".

Disturbi alimentari: un'epidemia silenziosa che comincia sempre prima

«In questo momento noi abbiamo una vera e propria epidemia sociale», esordisce senza mezzi termini Laura Dalla Ragione, psichiatra, psicoterapeuta e fondatrice della Rete per i disturbi del comportamento alimentare della Usl 1 dell'Umbria, che con Raffaela Lanzetta ha scritto il libro Social Fame (2023, ed. Il Pensiero Scientifico). «L'ultima rilevazione del Ministero della Salute ci dà un numero in Italia di circa tre milioni di persone malate di questi disturbi, e il 30% è under 14, quindi parliamo di adolescenti, preadolescenti e bambini. E teniamo conto che questo è già un numero sottostimato, perché intercetta solo chi si è rivolto al sistema sanitario: tutte le persone che non hanno chiesto aiuto non sono conteggiate».

Il numero verde nazionale dedicato ai DCA — 800 180 969, attivato dalla Presidenza del consiglio — ha visto le chiamate raddoppiare nel 2020 e triplicare nel 2023. Un segnale che qualcosa si è rotto, o forse che si stava rompendo da tempo e che la pandemia ha semplicemente tolto il coperchio.

Il Covid, con i suoi lockdown e le sue misure restrittive, ha infatti lasciato un segno profondo. I dati del Ministero della Salute registrano un aumento del 30% dei casi nella fase pandemica, con esordi documentati già a 8 o 9 anni. Dalla Ragione ci tiene a precisare un punto: «Noi come comunità scientifica non pensiamo che il disturbo sia stato causato dalle misure restrittive in sé, ma che quel periodo abbia aperto una pentola, abbia portato in superficie una sofferenza che già esisteva». Quella pentola, purtroppo, non si è più richiusa.

Non solo anoressia: i nuovi volti dei disturbi alimentari

Quando si pensa ai disturbi alimentari, la mente va quasi sempre all'anoressia nervosa: la persona che non mangia, che si guarda allo specchio e vede qualcosa di diverso da ciò che c'è. Ma il panorama clinico è cambiato profondamente nell'arco di un decennio. La patologia prevalente oggi non è più l'anoressia, bensì i disturbi legati al discontrollo degli impulsi: bulimia e disturbo da alimentazione incontrollata (binge eating). Nella fascia tra i 15 e i 25 anni, l'anoressia nervosa rappresenta ormai solo il 30% dei casi, mentre il restante 70% riguarda bulimia e binge eating.

Cambiano anche le patologie emergenti nell'infanzia. La dottoressa Dalla Ragione descrive con attenzione il profilo dell'Arfid — Avoidant Restrictive Food Intake Disorder, inserito nel DSM-5 nel 2013 ma ancora poco conosciuto anche tra i pediatri: «I disturbi selettivi sono molto diffusi a partire dai 5 ai 10 anni. La diagnosi si fa quando la persona ha un repertorio di alimenti inferiore a 10 e non riesce ad ampliarlo in nessun modo. Generalmente questi bambini mangiano tre o quattro cibi scelti per colore, consistenza, temperatura — può essere pasta in bianco, un certo tipo di bastoncini di pesce, una specifica pizza bianca. Non c'è nessun elemento legato al desiderio di dimagrire: è una modalità ossessiva, un repertorio ristrettissimo che non riesce ad ampliarsi».

Il problema, spiega la specialista, è che questo disturbo è stato a lungo sottovalutato, anche perché i bambini non sempre perdono peso in modo visibile: se mangiano abbastanza carboidrati, il calo ponderale non è evidente. Ma nel frattempo si accumulano carenze di macronutrienti e vitamine che nel tempo possono avere conseguenze serie. E soprattutto, l'Arfid pesa enormemente sulla vita sociale: questi bambini non possono mangiare quello che mangiano gli altri, non possono condividere il pranzo a scuola, non possono partecipare alle feste di compleanno come tutti gli altri. E questo li espone all'isolamento, al bullismo, a una difficoltà relazionale che si stratifica nel tempo.

Accanto all'Arfid, il quadro dei Dca si è arricchito di altre forme: la diabulimia, che colpisce chi soffre di diabete di tipo 1 e usa la gestione dell'insulina come strumento di controllo del peso; l'ortoressia, ossessione per il mangiare "pulito" molto diffusa nel mondo delle palestre; la bigoressia, ovvero l'ossessione per la massa muscolare, che colpisce prevalentemente gli uomini. E poi c'è un dato che spaventa e che troppo spesso viene trascurato: nel 60% dei casi di disturbi alimentari si rileva la presenza di autolesionismo, fenomeno esploso con l'avvento dei social media.

I Dca non sono più "roba da femmine"

C'è un'altra trasformazione in atto che vale la pena nominare: i disturbi alimentari non riguardano più solo le ragazze. Oggi il 20% dei pazienti tra i 12 e i 17 anni è di sesso maschile, e i numeri sono in crescita. Tra il 2020 e il 2021, gli accessi di pazienti maschi alle strutture di cura sono aumentati di quattro volte. L'ARFID, per fare un esempio, riguarda per il 60% i maschi e per il 40% le femmine.

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«Il lockdown ha fatto emergere una sofferenza maschile che fino a quel momento era rimasta più nascosta», spiega la dottoressa Dalla Ragione. «Il motivo è collegato al diverso rapporto che anche i ragazzi hanno con il proprio corpo, divenuto sempre più teatro di forte disagio. Tra dieci anni, probabilmente, i Dca non saranno più un disturbo di genere».

Come riconoscere i segnali e trattare i disturbi alimentari: la guida per i genitori

Eccoci al punto più delicato, quello che più mi preme affrontare in questa rubrica dedicata alla genitorialità. Perché una cosa è sapere che il fenomeno esiste e cresce. Un'altra è capire come riconoscerlo nel proprio figlio, come parlargli, come agire senza sbagliare. La dottoressa Dalla Ragione è chiara: «Tu in un mondo dove tutti hanno comportamenti atipici dell'alimentazione, devi imparare a capire quando c'è un problema reale, non è facile». E allora — quando c'è? Il primo segnale è comportamentale: il bambino o il ragazzo comincia ad avere atteggiamenti particolari nei confronti del cibo — restrizioni, esclusione sistematica di intere categorie alimentari, attività fisica eccessiva finalizzata al dimagrimento, comportamenti ossessivi nel mangiare. Il secondo segnale, altrettanto importante, è caratteriale: un cambiamento vistoso nel tono dell'umore, un bambino o un adolescente che era solare e socievole che diventa triste, nervoso, insofferente, chiuso in sé stesso. «Se queste due cose si presentano insieme — comportamenti particolari nell'alimentazione e un vistoso cambiamento di carattere — e si protraggono per almeno quattro o cinque mesi, questo deve far sospettare che sta succedendo qualcosa», dice la specialista. La durata è un criterio importante: due giorni di capricci non sono un segnale d'allarme. Cinque, sei mesi di un bambino diverso da sé stesso, sì.

Nei bambini piccoli: l'Arfid e le anoressie precoci

Per i bambini più piccoli, il segnale da monitorare con più attenzione è la selettività alimentare persistente. Fino ai quattro anni, una certa diffidenza verso i cibi nuovi è normale — è addirittura un meccanismo biologico difensivo della specie. Ma se dopo i quattro anni il bambino continua a mangiare solo tre o quattro cibi, sempre gli stessi, e non riesce ad ampliare il suo repertorio, non si tratta di capriccio. È il momento di agire.

«Purtroppo molti bambini non sono stati trattati in tempo», sottolinea la dottoressa Dalla Ragione. «E adesso stiamo vedendo adolescenti di 15 anni che erano selettivi a 7, nessuno li ha trattati, e il disturbo si è cronicizzato. C'è stato un forte ritardo diagnostico, anche perché la tendenza dei pediatri era quella di dire: passerà da sola».

Esistono poi le anoressie precoci, quelle che insorgono a 10, 11 anni — bambine di prima o seconda media che non hanno ancora avuto il menarca. In questi casi, spiega la specialista, non si tratta solo di paura di ingrassare: «C'è piuttosto una paura di crescere. Il corpo che non mangia blocca lo sviluppo ormonale, non arriva il menarca, si ferma la crescita. In qualche modo, inconsciamente, questi bambini vogliono bloccare il diventare grandi.»

Alla radice di questi disturbi precoci, quasi sempre, c'è un trauma: la nascita di un fratellino, una tensione familiare importante, episodi di bullismo, abusi, eventi violenti. Ma può essere anche qualcosa di apparentemente più piccolo, come un episodio di soffocamento a tavola — il bambino o qualcuno vicino a lui che ha rischiato di strozzarsi con un pezzo di cibo — che lascia un'impronta di paura duratura.

In adolescenza: quando il disturbo cambia forma

Con l'ingresso nell'adolescenza il quadro si complica. Non perché i segnali siano più difficili da leggere in assoluto, ma perché il ragazzo o la ragazza ha una sua autonomia, una sua privacy, e il genitore non controlla più tutto quello che accade attorno al cibo. «In adolescenza il disturbo prevalente non è più l'anoressia restrittiva ma la bulimia — intesa come mangiare e vomitare», spiega la dottoressa Dalla Ragione. «Nella fascia tra i 15 e i 25 anni, anoressia, bulimia e binge eating si distribuiscono rispettivamente in un 30% e un 70%, quindi i disturbi legati al discontrollo degli impulsi sono largamente maggioritari».

Come ci si accorge della bulimia in casa? I segnali ci sono, basta sapere dove guardare: andare spesso in bagno dopo i pasti, fare attività fisica compulsiva, abbuffarsi. Un frigorifero che si svuota in modo inspiegabile, una ragazza che però non prende peso — o che dimagrisce. E poi, ancora una volta, il cambiamento di carattere: «I disturbi alimentari sono nuove forme di depressione, depressioni moderne», dice senza esitazione la specialista. Insofferenza, nervosismo, tristezza. Un figlio che non è più lui o lei.

DCA: come parlarne senza giudicare e senza forzare

Quando i segnali ci sono, la tentazione del genitore è di intervenire direttamente: forzare il bambino a mangiare quell'alimento che rifiuta, rimproverare la ragazza che non mangia, fare pressione sul figlio che vomita. È una tentazione comprensibile, ma quasi sempre controproducente.

«Se un bambino ha un disturbo selettivo è inutile forzarlo a mangiare gli alimenti che non riesce ad affrontare», spiega la dottoressa Dalla Ragione. «Per farlo ha bisogno di un percorso specifico di riabilitazione nutrizionale. Se il genitore comincia a dire o mangi questo o vai a letto senza cena, il bambino va a letto senza cena — e l'ansia aumenta moltissimo. Si può provare a introdurre piccole variazioni in piccoli quantitativi, incoraggiandolo con gentilezza. Ma se il disturbo c'è davvero, è necessario rivolgersi a uno specialista».

Con i bambini più piccoli, l'argomento che funziona meglio — lo dice l'esperienza clinica — è quello della socialità: «Così potrai mangiare tutto quello che mangiano anche gli altri bambini, insieme a loro.» Per un bambino che soffre dell'isolamento che il disturbo selettivo comporta, questa prospettiva è potente.

Con gli adolescenti, il dialogo è possibile ma deve essere condotto con cautela. Niente di giudicante, niente del tipo "è colpa tua" o "basta volerlo con la forza di volontà". Perché i Dca sono patologie psichiatriche, non scelte, non capricci. «La mente è in qualche modo inquinata dall'ossessione», dice la dottoressa Dalla Ragione. «E nell'anoressia, in particolare, il paziente spesso non ha nemmeno la percezione di essere malato. Non si può ragionare come se la persona fosse in piena lucidità rispetto al proprio stato».

Cosa fare in caso di disturbi alimentari di minori: il percorso da seguire

Se avete il sospetto che qualcosa non vada, il primo passo è il pediatra. Non per rimandare la questione, ma perché il pediatra può valutare il percentile, monitorare la crescita, fare una prima valutazione clinica in collaborazione con i genitori. Se i segnali ci sono, il passo successivo è rivolgersi immediatamente a un centro specialistico.

In Italia esistono 150 centri Dca (78 al Nord, 31 al Centro, 41 tra Sud e Isole), di cui 120 all'interno del Servizio sanitario nazionale. Per trovarli, la dottoressa Dalla Ragione consiglia di consultare la Mappa DCA dell'Istituto Superiore di Sanità, disponibile su www.piattaformadisturbialimentari.iss.it — lì c'è l'elenco completo, regione per regione.

Fondazione Cotarella, per esempio, si pone come obiettivi, da un lato, quello della prevenzione e del supporto alle strutture sanitarie dedicate, soprattutto nella fase iniziale di ascolto e indirizzo e in quella finale di riabilitazione sociale, e, dall’altro, quello di sensibilizzare la comunità e il territorio, con un’attenzione particolare all’inclusione giovanile. Ha, quindi, aperto un Centro di ascolto gratuito, prima a Orvieto, quindi, da fine 2025 a  Verdeluce, il centro realizzato a Montecchio, nella Tuscia umbra, al quale si possono rivolgere gratuitamente i pazienti e i loro familiari o amici per avere informazioni e supporto sul percorso da intraprendere, sia telefonicamente al 346/1185435 o via mail a info@fondazionecotarella.com

C'è anche un numero verde gratuito nazionale: 800 180 969, a cui risponde personale specializzato in grado di dare indicazioni telefoniche sul percorso da intraprendere.

Il consiglio della specialista è netto: non aspettare, non minimizzare. «In questo momento c'è un'epidemia in corso in Italia. Quando parliamo di tre milioni di persone non è più una patologia di nicchia, è una patologia come il diabete. Anche solo il sospetto che ci sia qualcosa che non va vale una visita — anche solo per sentirsi dire che va tutto bene».

E c'è un'altra cosa importante da dire, su cui la dottoressa Dalla Ragione insiste: molti genitori esitano a rivolgersi a un neuropsichiatra infantile o a un centro specializzato perché gli sembra "troppo", uno stigma. «Ma queste sono patologie curabilissime», dice. «Le terapie sono molto specializzate e i risultati ci sono. Se si interviene precocemente, le probabilità di guarigione sono molto alte».

Il ruolo dei social: un'amplificazione del dolore

Sarebbe incompleto parlare di DCA nel 2025 senza nominare i social media. Diversi studi hanno ormai documentato la correlazione tra l'uso problematico dei social e l'insorgenza o il mantenimento dei disturbi alimentari: l'esposizione continuativa a corpi idealizzati, la competizione visiva, l'interiorizzazione di standard irraggiungibili di magrezza producono una diminuzione dell'autostima, un'alterazione dell'immagine corporea, un aumento dei sintomi depressivi.

La sfida dei prossimi anni, secondo le indicazioni del Ministero della Salute, passerà proprio da quattro aree di intervento: la scuola, il mondo dello sport, la diet industry e i social media. Come spiega la dottoressa Dalla Ragione, «gli operatori dovranno lavorare soprattutto sui fattori protettivi da fornire ai ragazzi: aiutarli ad avere maggiore consapevolezza di sé e autostima, a gestire le emozioni, le abitudini alimentari e l'insoddisfazione corporea. E si dovrà lavorare a una vera alfabetizzazione digitale che dia ai ragazzi la capacità di gestire l'impatto emotivo che le piattaforme social sono in grado di generare».