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"Ti amo" ai figli: sbagliato o no? Il dibattito che ha fatto esplodere i social (e cosa dice davvero la psicologia)

Mamma e figlio si baciano sulla bocca 

"Ti amo" o "ti voglio bene"? Il dibattito che divide i genitori italiani svela una verità profonda: ecco come le parole che usiamo plasmano la struttura emotiva dei nostri figli.

Sarà capitato anche a voi di dirlo, quasi senza pensarci, mentre stringete forte vostro figlio prima di spegnergli la luce: ti amo. Due parole che escono naturali, calde, vere. Eppure, in questi giorni, quelle stesse due parole sono diventate l'epicentro di una delle discussioni più accese — e più rivelatrici — che si siano viste sui social italiani da tempo. Merito (o colpa?) di Stefania Andreoli, psicoterapeuta e scrittrice seguitissima, che ad Agorà ha detto una cosa semplice e dirompente: dire "ti amo" ai propri figli è sbagliato.

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La frase che ha fatto esplodere il dibattito

Intervistata da Marco Carara, Andreoli ha risposto senza giri di parole: «È tutto sbagliato». E poi ha spiegato il perché con la sua consueta precisione: «Io amo la persona con la quale sto, che mi fa battere il cuore». In italiano, ha argomentato, "ti amo" appartiene al linguaggio di coppia. Se lo diciamo ai figli, quel "ti amo" «chiama fuori il partner, confonde i ruoli, non permette di distinguere le sfumature dei sentimenti e rischia di far passare il "ti voglio bene" come un sentimento di serie B, quando è il numero uno, perché il bene non passa mai».

La clip ha fatto il giro del web in poche ore, e i commenti sono arrivati a valanga. «Amo i miei figli e amo mio marito. Sono attratta da mio marito e non dai miei figli. Non sono le parole che contano ma i sentimenti che esprimono», ha scritto qualcuno. «Io non voglio bene ai miei figli. Io li amo. È un amore così travolgente e forte che non ha paragoni», ha risposto un altro. E ancora: «L'amore ha diverse forme. Io amo i miei figli, darei la vita per loro. Si chiama amore materno».

C'è anche chi si è ritrovato in linea con Andreoli: «Non mi sembra che la dottoressa stia mettendo in discussione l'amore incondizionato verso un figlio, sta aprendo una riflessione sulla modalità linguistica con cui viene espresso che, in italiano, ha accezioni diverse».

La replica di Andreoli

Di fronte alle critiche — comprese quelle di alcuni colleghi — Andreoli è tornata sull'argomento con un video su Instagram, promettendo di essere «estremamente severa». Ha puntato il dito contro i professionisti che l'hanno attaccata pubblicamente, ricordando come siano spesso gli stessi che negli anni le avevano chiesto di collaborare. «Sono anni che parlo di come sia sbagliato dire "ti amo" ai figli e di dare i baci sulla bocca, non è una novità», ha sottolineato. Poi, con evidente ironia: «Trovo strano come oggi il mio impianto teorico, le cose che divulgo, le cose che scrivo da tempo nei miei libri, siano diventate opinioni personali non suffragate da esperienza».

"Sono d'accordo." La voce di Elena Cortinovis

Tra le professioniste che hanno preso posizione nel dibattito c'è Elena Cortinovis, educatrice e pedagogista, voce del podcast Disciplina Dolce. E la sua posizione non lascia spazio a equivoci: «Sono d'accordo sul fatto che dire ti amo ai figli e baciarli sulla bocca sia profondamente sbagliato. E non perché mi piace essere controcorrente, e nemmeno perché mi piace provocare. Ma perché quando iniziamo a parlare di amore, di relazioni, dobbiamo smettere di semplificare».

Cortinovis parte da una premessa che è insieme linguistica e relazionale. «Noi spesso partiamo da una convinzione molto diffusa: più amore do meglio è. E quindi se dire "ti voglio bene" è bello, dire "ti amo" sarà ancora più forte, più giusto, più potente. Ma è davvero così? Rischiamo di fare un errore sottile, perché stiamo pensando che tutte le forme di amore siano uguali e cambino solo per l'intensità, come se il "ti voglio bene" avesse meno valore del "ti amo". In realtà non è così». La pedagogista sottolinea quanto sia preziosa, in questo senso, la specificità della nostra lingua: «Abbiamo la fortuna di avere una lingua che ci dona due espressioni diverse. Quando diciamo "ti amo" non stiamo solo dicendo "ti voglio bene", stiamo dicendo qualcosa di estremamente diverso. "Ti amo" è una parola che appartiene alla relazione di coppia. È un amore tra pari, un amore scelto, reciproco, esclusivo. Dentro il "ti amo" c'è l'intimità, c'è una dimensione che riguarda due adulti che si incontrano, si vogliono e si scelgono».

Il "ti voglio bene", spiega Cortinovis, è qualcosa di strutturalmente diverso: «È un amore che non sempre richiede reciprocità, o perlomeno non la chiede allo stesso livello. È il "ti voglio bene" tra amici, è l'amore tra genitore e figlio. Perché non c'è desiderio, non c'è intimità, non c'è passione, ci può essere una relazione di disparità. E questa differenza non è solo linguistica: è relazionale».

Cosa dice la psicologia (davvero)

Al netto della polemica, vale la pena capire cosa ci dice la ricerca su questo tema. La prima cosa importante è che non esistono studi specifici sugli effetti del dire "ti amo" anziché "ti voglio bene" tra genitori e figli. È una distinzione tipica della lingua italiana, che non ha equivalente in molte altre culture. In inglese, per esempio, I love you vale per un partner come per un figlio, ed è il contesto a orientare il significato.

Cortinovis è consapevole di questo punto, ma lo supera spostando l'attenzione: «Il punto non è: "ma il bambino cosa capisce quando sente 'ti amo'?". Perché è vero, dobbiamo essere oggettivi: un bambino piccolo non pensa all'amore romantico, non ha quella struttura mentale. Ma dobbiamo domandarci: che tipo di relazione stiamo costruendo quando usiamo quella parola?».

E qui entra in gioco la psicologia dello sviluppo, su cui Cortinovis è netta: «I bambini hanno bisogno di confini relazionali chiari, hanno bisogno di sapere che i ruoli sono diversi. Il genitore non è un pari, il genitore non è un partner, non è qualcuno con cui costruire un legame simmetrico. È qualcuno che guida, che educa, che protegge. Ma non è il mio innamorato, non è il mio pari. Quando questi livelli si confondono, il bambino non capisce più il senso delle relazioni».

Valentina Tobia, professoressa di psicologia dello sviluppo all'Università Vita-Salute San Raffaele di Milano, aggiunge un elemento importante: l'età del bambino conta enormemente. Dirlo a un bambino di quattro o cinque anni, che non conosce ancora il significato romantico di quell'espressione, è ben diverso che dirlo a un adolescente, che «ha delle conoscenze di come sono le relazioni che provengono anche da fuori, dal contesto».

E i baci sulla bocca?

Nel mezzo del dibattito si è infilato anche l'altro grande classico delle polemiche genitoriali: i baci sulle labbra tra genitori e figli. Cortinovis affronta il tema con la stessa logica dei confini. «Nella nostra cultura la bocca è una zona intima, non è una zona neutra, ed è e deve essere associata alla relazione di coppia, alla dimensione intima degli adulti. Tantissimi professionisti in ambito psicologico ed educativo sottolineano che mescolare questi codici può creare una grande confusione nei bambini rispetto ai confini del corpo e delle relazioni».

A supporto del punto, cita un episodio concreto che Andreoli aveva condiviso nelle storie: quello di una maestra che, durante un compito in classe, si era vista avvicinare da un bambino che voleva ringraziarla con un bacio sulla bocca. «La mia mamma per ringraziarmi mi dà un bacio sulla bocca, quindi volevo ringraziarti così», aveva spiegato il piccolo, con tutta la sua innocenza.

«Nel 2026, dove il tema del consenso è così importante, è fondamentale insegnare ai nostri figli che se qualcuno si avvicina e ti vuole baciare sulla bocca bisogna dire no», commenta Cortinovis. «Non perché sia grave di per sé se un genitore bacia in bocca il proprio bambino, ma perché si perdono i confini. E allora se uno sconosciuto viene e ti bacia sulla bocca... è amore? È pericoloso. I bambini hanno bisogno di una visione semplice: questo è il mio corpo, quello è il tuo, questo è l'amore tra adulti, questo è l'amore tra genitori e figli. Se tutto si mescola, si crea un'enorme confusione».

La domanda scomoda: lo facciamo per loro o per noi?

«Quando difendiamo a tutti i costi certi gesti o certe parole, a volte dovremmo avere il coraggio di chiederci: lo sto facendo davvero per mio figlio? O lo sto facendo anche per me?», chiede Cortinovis. «Dire "ti amo" a un bambino può darci la sensazione di profonda connessione, di sentirci amati, di avere qualcuno che davvero ci può amare incondizionatamente. Ma i nostri figli non sono lì per soddisfare questo bisogno. I nostri figli non devono essere il nostro partner, i nostri figli non devono amarci in quel modo».

È una riflessione che può fare male. Ma che, proprio per questo, vale la pena tenere. «Dire "ti voglio bene" non è meno di "ti amo". È lo stesso livello. "Ti voglio bene" non è più freddo, non è più distante. È giusto. Perché "ti voglio bene" è un amore che resta al suo posto, che non confonde».

Il problema vero: la crisi della genitorialità (e i social)

C'è un ultimo livello di questa storia che spiega perché discussioni come questa generino reazioni così viscerali. Stiamo attraversando una stagione di diffusa crisi della genitorialità: molti genitori si sentono inadeguati, soli, costantemente giudicati. I social amplificano questa sensazione, premiando le posizioni nette e penalizzando le sfumature. La sicurezza viene facilmente scambiata per competenza; il dubbio, per debolezza. Il rischio, per chi comunica di psicologia online, è reale: esprimersi in modo troppo netto per essere premiati dall'algoritmo, perdendo di vista la complessità. Eppure, come ricorda chi lavora in questo campo, è necessario «preservare il valore del dubbio» e non ridurre tutto alla logica del principio di autorità.

Allora: "ti amo" sì o no?

La risposta onesta è: non esiste una risposta assoluta, e la scienza non ci fornisce dati univoci su questo specifico punto. Quello che sappiamo è che le parole contano, ma contano dentro una relazione. Se il "ti amo" si inserisce in un contesto equilibrato, fatto di cura e promozione dell'autonomia, probabilmente non farà danni. Se invece viene usato — consciamente o meno — per costruire un legame simbiotico, per trasferire sul bambino il peso del benessere emotivo del genitore, allora diventa problematico. Ma lo stesso potrebbe valere per "ti voglio bene".

Cortinovis chiude con un'immagine che difficilmente si dimentica: «Penso sempre a Madre Gothel di Rapunzel quando dice a Rapunzel che la ama immensamente — poi è una che la vuole tenere prigioniera solo per i suoi capelli. Non c'è bisogno di amare all'infinito, c'è bisogno di un amore chiaro». «I nostri figli non hanno bisogno di un amore più grande possibile», conclude. «C'è bisogno di essere consapevoli che abbiamo la possibilità di scegliere con cura le parole da usare. Le parole che scegliamo oggi sono le parole che nel tempo aiutano a costruire la struttura emotiva dei nostri figli».

Forse la domanda giusta, allora, non è "ti amo o ti voglio bene?", ma: sto amando mio figlio in un modo che lo aiuta a crescere, o in un modo che risponde a un bisogno mio? La risposta a questa domanda — quella sì — vale la pena cercarsela. Lontano dai commenti di Instagram.