Parte del gruppo e

Magazine
Forum
Argomenti
Aggiornato il: 4 minuti di lettura

Il sesso che non torna, le parole che mancano: sopravvivere (e rinascere) come coppia dopo un figlio

Avere un bambino cambia tutto: i ritmi, i corpi, le priorità. E la coppia spesso si ritrova a funzionare come un team efficiente, ma lontana. Una buona notizia c'è: è perfettamente normale (e - di solito - non è per sempre)

di Giulia Cimpanelli

C'è un momento, qualche mese dopo la nascita di un figlio, in cui ti accorgi che con il tuo partner parli quasi solo di turni, poppate, ruttini e pediatri. Che quando finalmente siete soli in cucina a mangiare qualcosa di caldo, non avete nulla da dirvi. O meglio: avete tutto da dirvi, ma non avete più le parole — né l'energia — per farlo. È un momento che capita a quasi tutte le coppie, eppure quasi nessuna ne parla davvero. Si tende a far finta di niente, convinte che passerà da solo. A volte passa. Altre volte no.

La differenza di libido in coppia può essere un problema?

Camilla Stellato, psicologa e psicoterapeuta, lavora molto con le coppie in transizione verso la genitorialità. La sua prospettiva è lucida, mai allarmista, e soprattutto non usa il tono da manuale che spesso trasforma le riflessioni sulla coppia in un elenco di cose da fare. Perché non si tratta di fare di più. Si tratta di capire cosa sta succedendo davvero.

La famiglia cambia sistema, non solo routine

"Tendiamo a guardare all'arrivo di un figlio come a un'aggiunta, quando in realtà è una trasformazione strutturale. Quando arriva un figlio cambia il sistema familiare, non solo il ruolo", spiega Stellato. "La famiglia passa da essere un sistema a due a un sistema a tre o più membri, e questo altera energie, spazi, identità, priorità. È una riorganizzazione profonda". Riorganizzazione. Non deterioramento, non fallimento. Una parola che dovremmo tatuarci da qualche parte nei primi mesi di vita del bambino, perché cambia radicalmente la prospettiva. Se sei nel mezzo del caos e pensi che la tua relazione stia andando a pezzi, è molto più difficile da attraversare che se hai chiaro che stai semplicemente riorganizzandoti.

Ma c'è una sfumatura importante, che colpisce. Secondo Stellato, la distanza che si crea nei primi mesi non è necessariamente emotiva. "Si parla più di logistica che di emozioni. Ci si coordina più di quanto ci si incontri". Ed è qui che molte coppie cadono in trappola: scambiano la gestione condivisa del quotidiano per vicinanza, senza accorgersi che nel frattempo ci si è allontanati. I partner lavorano fianco a fianco senza mai davvero vedersi.

C'è un lutto da elaborare, ma non quello che pensi

C'è poi quel senso di nostalgia sottile ma persistente che molte neo-mamme (e neo-papà) descrivono: la coppia che eravamo prima, le sere libere, la leggerezza. C'è un lutto da elaborare, in tutto questo? "Sì, ma non nel senso drammatico del termine", risponde l'esperta. "Esiste un passaggio da elaborare: la coppia che eravate prima non torna. Era più libera, più leggera, meno responsabile. È normale provare nostalgia. Il punto è che non è una perdita da negare, ma una trasformazione da riconoscere".

La differenza tra negare e riconoscere, mi spiega, è sostanziale. Chi nega finisce per restare incastrato in un confronto continuo con un passato idealizzato. "E nessuna relazione regge bene il confronto con una versione mitizzata di sé". Chi invece riconosce il cambiamento riesce a costruire qualcosa di nuovo, non necessariamente peggiore — semplicemente diverso.

Nelle conversazioni tra amiche dopo la maternità, ci si lascia spesso andare a descrizioni quasi idilliache della vita pre-bambino: "Prima uscivamo quando volevamo", "Prima dormivamo", "Prima ci bastava guardarci". Niente di sbagliato in quei ricordi. Ma se diventano il metro di paragone costante, può essere un problema.

Tenere viva la coppia non significa fare cose straordinarie

Il tempo è il grande nemico delle coppie con bambini piccoli. Non c'è tempo per sé, figuriamoci per la relazione. Stellato smonta subito questa narrazione: "La relazione non si tiene viva facendo cose straordinarie. Si tiene viva non riducendola solo a logistica". Non serve la cena romantica a lume di candela con la babysitter (anche se ogni tanto fa bene). Serve qualcosa di molto più semplice e molto più quotidiano: momenti in cui ci si incontra davvero, anche solo per pochi minuti. Non per discutere di chi porta il bambino dal pediatra. Non per decidere cosa fare per cena. Ma per essere presenti l'una all'altra, per un secondo, fuori dalla logistica.

Camilla insiste su un concetto che trovo prezioso: l'alleanza attorno al progetto della genitorialità. Quando i partner riescono a costruire un senso di squadra — non di co-gestione, ma di visione condivisa — questo protegge la relazione. "Quando la trasformazione non viene compresa, può essere vissuta come un fallimento e invece è una transizione". Sentirsi alleati in questa transizione cambia tutto.

L'intimità fisica: né aspettare, né forzare

È l'argomento su cui molte coppie fanno più fatica a parlare, anche tra di loro. Il sesso che non torna, il desiderio che sembra evaporato, il corpo che non sembra più il proprio. Come muoversi in questo territorio delicato? "Nei primi mesi è normale che il desiderio cali", mi dice con una chiarezza che già fa sentire meno sole. "Il corpo è stanco, spesso sovraccarico, a volte ancora in recupero fisico ed emotivo". Fin qui, niente di nuovo. Ma la parte interessante è quella successiva: cosa fare con questa normalità. "Aspettare che la sessualità torni da sola non sempre funziona. Ma nemmeno forzare". Una via di mezzo che richiede attenzione e, soprattutto, connessione. L'intimità fisica non può ripartire se vissuta come una performance, può esistere solo nella connessione. A volte serve intenzionalità — una giornata in cui si pianifica un tempo romantico — ma deve essere sentito, non dovuto. Quante volte l'intimità diventa un obbligo, una casella da spuntare nel tentativo di tenere in piedi la relazione? È esattamente il contrario di ciò che serve. L'intimità che nasce dalla connessione è tutt'altra cosa rispetto a quella che nasce dal senso del dovere, e i corpi — fortunatamente — se ne accorgono.

Coppia e famiglia: due dimensioni che non si escludono

C'è un senso di colpa diffuso tra i genitori — soprattutto le madri — nel coltivare la dimensione di coppia. Come se dedicare tempo ed energia alla relazione significasse sottrarlo ai figli. La psicoterapeuta smonta questa convinzione con una chiarezza rara: "Non è solo giusto. È strutturalmente sano". "La coppia non è un extra che viene dopo tutto il resto. È la base che sostiene il resto". Non si tratta di mettere la coppia davanti ai figli. Si tratta di non dimenticarsi di essere anche partner. Di coltivare quella relazione, perché se esiste solo la dimensione "famiglia" e sparisce quella "coppia", nel tempo la relazione si logora.

Crisi di coppia dopo la nascita di un figlio
Crisi di coppia dopo la nascita di un figlio  (getty images)

È una prospettiva che richiede un piccolo ribaltamento culturale. Siamo abituate a pensare che i bravi genitori mettano i figli al primo posto in modo assoluto e incondizionato. Ma i figli crescono meglio dentro una famiglia in cui la coppia genitoriale è anche una coppia vera, che si vede, si sceglie, si desidera.

Quando è una fase e quando serve aiuto

La domanda che prima o poi si pone ogni coppia in difficoltà: è normale o è un problema? Stellato offre dei criteri chiari per distinguere le due cose.

"È una fase quando c'è ancora stima reciproca, desiderio di capirsi; quando i conflitti, pur ripetuti, non diventano distruttivi; quando ci si sente affaticati, ma non lontani". Affaticati ma non lontani: una distinzione sottile ma fondamentale. La stanchezza è quasi inevitabile. La lontananza è il segnale a cui prestare attenzione.

Serve invece un supporto professionale quando nel conflitto c'è disprezzo o umiliazione, quando uno dei due si sente completamente solo nella relazione, quando i sentimenti negativi prevalgono stabilmente su quelli positivi. "Non tutte le crisi sono fallimenti", dice, "ma non tutte le crisi si risolvono da sole". Chiedere aiuto a uno specialista non è il segnale che la relazione è finita. È spesso il segnale che ci si tiene abbastanza da volerla attraversare insieme invece di lasciarla deteriorare in silenzio.

Ripartire da qui

L'arrivo di un figlio non distrugge le coppie. Le trasforma. E le trasformazioni fanno paura, soprattutto quando non le riconosci per quello che sono.

La coppia che eravate prima non tornerà. Ma quella che potete diventare — più consapevole, più scelta, costruita su qualcosa di reale e non su leggerezza — può essere altrettanto bella. Forse di più. Non serve fare cose straordinarie. Serve non dimenticarsi di essere, oltre che genitori, anche l'una/o per l'altro/a.