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Pagelle: perché non sono il valore di un figlio (e come reagire senza fare danni)

Padre e figlio leggono la pagella
Padre e figlio leggono la pagella  (getty images)

Il 46% degli studenti italiani lega la propria autostima ai voti, l'80% dei genitori ammette che i figli mostrano sintomi di stress scolastico. La pedagogista spiega cosa è meglio dire, cosa invece non dire mai e perché anche una pagella di tutti 9 può diventare un problema

di Giulia Cimpanelli

Giugno porta il profumo dell'estate, le valigie da preparare e, ancora prima, un rito che in tantissime case si trasforma in un piccolo terremoto domestico: la consegna della pagella. C'è chi la affronta con il fiato sospeso, chi la brandisce come un trofeo, chi la usa, senza accorgersene, come un termometro del proprio valore di genitore. I numeri raccontano un disagio sempre più diffuso.

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Secondo una ricerca GoStudent, il 46% degli studenti italiani lega la propria autostima ai voti, mentre l'80% dei genitori ammette che i figli mostrano sintomi di stress scolastico. Un'indagine LeTueLezioni di maggio 2026 rivela inoltre che il 40% degli studenti porta con sé ansia da prestazione già dalla prima sessione con un tutor privato. Una generazione cresciuta, troppo spesso, all'ombra del voto.
Per capire cosa sta succedendo davvero nelle famiglie in questi giorni, e soprattutto come uscirne, abbiamo parlato con Elena Bolzoni, pedagogista e consulente familiare.

La pagella non è una sentenza

Il primo equivoco da sgomberare è quello più radicato: «Spesso la pagella viene vista quasi come se fosse una sentenza, una misura definitiva del valore di un figlio», spiega Bolzoni. Invece è semplicemente «una fotografia di un periodo di tempo, di un percorso di apprendimento». Il rischio è che i voti si trasformino in un giudizio sulla persona — frasi come "sei bravo" o "sei incapace" che, ripetute nel tempo, finiscono per costruire o demolire un'identità. «La pagella non definisce l'identità di un figlio», ribadisce la pedagogista.

Anche la pagella perfetta può fare danni

Il problema, però, non riguarda solo i voti negativi. Secondo Bolzoni, anche davanti a pagelle eccellenti si commettono errori enormi: il genitore si concentra sul voto e non sull'impegno, fa paragoni con fratelli o compagni di classe, e in alcuni casi, racconta, di fronte a una pagella tutta di 8 e di 9 arriva a dire: «Però l'anno prossimo dai, tutti 10!». Una frase che secondo l'esperta «mette pressione» e trasmette un messaggio sbagliato: il valore di un figlio dipende sempre dal risultato, mai abbastanza buono.
C'è poi un meccanismo più sottile e per certi versi più inquietante: i voti dei figli che diventano lo specchio in cui il genitore misura il proprio valore. «Più un bambino ha voti alti, più un genitore pensa: bene, sto facendo giusto, sono bravo», racconta Bolzoni. Quando questo non succede, il genitore si convince — erroneamente — di aver fallito. Un cortocircuito che, avverte la pedagogista, si insinua «già a partire dalle scuole elementari».

Cosa non dire mai

Davanti a una pagella negativa, la prima cosa da fare riguarda i genitori stessi, non il figlio: «La primissima cosa che un genitore deve imparare a fare è regolare le sue emozioni», sottolinea Bolzoni, perché la delusione, se non gestita, diventa così amplificata da occupare tutta la scena, lasciando poco spazio all'ascolto reale. Sono da evitare rimproveri immediati, umiliazioni, minacce o punizioni senza senso. Frasi come «mi hai deluso con tutto quello che facciamo per te» o «vergognati» — che Bolzoni racconta di sentire pronunciare regolarmente — non fanno che spostare l'attenzione dal rendimento all'autostima e all'identità del ragazzo. Vanno evitati anche i confronti con fratelli, amici o compagni di classe: «Ognuno è fatto e funziona in un modo diverso», anche tra fratelli. Il confronto, spiega, non serve a nulla «se non a svegliare e umiliare».
Un'altra abitudine pericolosa, secondo la pedagogista, è screditare la scuola e gli insegnanti davanti ai figli. «Se la famiglia ti dice che il tuo insegnante fa le preferenze, che ce l'ha con te, non ti ha dato quello che ti meritavi, si finisce per minare l'autorità scolastica nel suo complesso». E poi, conclude Bolzoni, «ci lamentiamo che abbiamo dei giovani che non rispettano l'autorità, senza vedere che il problema nasce in casa».

Cosa fare, invece

La strada giusta passa dall'accoglienza: ascoltare il vissuto emotivo del figlio, capire insieme cosa è successo, costruire assieme una strategia. Le domande utili, secondo Bolzoni sono: «Cosa possiamo fare insieme per aiutarti?», «Come ti senti di fronte a questi voti?», «Quale materia trovi più difficile?». Non punizioni, ma collaborazione.
Se emerge una difficoltà reale, l'estate può diventare un'alleata preziosa: il momento ideale per «potenziare una determinata abilità in modo che a settembre si riparta più forti di prima», anche con l'aiuto di un tutor o degli stessi insegnanti. Su questo punto Bolzoni è categorica: chiedere aiuto non è un fallimento. «Farsi aiutare quando si ha bisogno è segno di intelligenza», non di debolezza, anche se la cultura della performance suggerisce il contrario.

Il vero segno che resta

«Non è il voto di per sé, per un ragazzo, che fa la differenza: è il modo in cui noi adulti reagiamo a quel voto»: è lì che si gioca la partita vera. Una reazione costruttiva non solo protegge l'autostima del figlio, ma rende anche più facile migliorare i risultati, perché agisce sulla motivazione interna e insegna resilienza: si può inciampare, lavorare, e ottenere comunque un risultato migliore. Un ultimo monito, secondo la pedagogista, riguarda il confine tra interesse e invadenza: «La scuola è dei figli, dei bambini, dei ragazzi, e non dei genitori». Anche il linguaggio quotidiano, ricorda Bolzoni, racconta molto: quel «dobbiamo ancora studiare due capitoli» che molti genitori pronunciano senza pensarci rivela quanto, a volte, ci si sostituisca proprio a chi quella pagella dovrebbe portarla a casa con le proprie gambe.