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Dopo Crans-Montana, la paura di lasciarli andare: ma i nostri figli hanno bisogno di vivere

Adolescenti in uscita serale 

La tragedia che ha sconvolto l'Europa ha riacceso l'ansia di ogni genitore: come proteggere i propri ragazzi senza soffocarli? L'analisi dello psicoterapeuta Matteo Lancini su una generazione cresciuta sotto sequestro.

“Quando mia figlia adolescente mi ha chiesto di uscire con gli amici, la sera dopo la strage di Crans-Montana, ho sentito lo stomaco stringersi. Un attimo dopo mi sono resa conto di quello che stava succedendo: stavo per dire di no a qualcosa che, fino a pochi giorni prima, mi sarebbe sembrato normalissimo”. Quaranta ragazzi morti in quella che doveva essere una festa dell’ultimo dell’anno. Un evento che ha saldato insieme due termini che raramente stanno vicini: morte e adolescenza e che ha scatenato una domanda collettiva, angosciante: come possiamo proteggere i nostri figli?

Matteo Lancini spiega come ascoltare e accogliere le emozioni negative dei nostri figli

«Quello che è accaduto ha generato una traumatizzazione collettiva enorme», mi spiega Matteo Lancini, psicologo e psicoterapeuta e scrittore di diversi saggi (l’ultimo, uscito nel 2025, s’intitola nuovo libro Chiamami adulto Come stare in relazione con gli adolescenti, edito da Raffaello Cortina Editore). «Eventi come questo terrorizzano sempre più gli adulti. Ma dobbiamo fare attenzione: se usiamo questa paura come filtro per le nostre scelte educative, rischiamo di diventare impotenti e di rendere impotenti anche i nostri figli».

Il paradosso della società del controllo

La conversazione con Lancini parte da un dato che sembra controintuitivo: nonostante la società sia mediamente meno pericolosa rispetto al passato, negli ultimi decenni è cambiato completamente il modo in cui consegniamo i corpi dei nostri figli al mondo. «Io ho 60 anni, a 7 anni tornavo da scuola da solo, nell'epoca delle stragi e dell'eroina. Si viveva nei cortili, fuori dal controllo degli adulti», racconta. «Oggi accompagniamo a scuola ragazzine di 10 anni. Vedo scene in cui le mamme, a volte insieme al papà, li salutano come se partissero per il militare. Stanno solo andando a scuola».
Non è nostalgia per un tempo che fu. È l'analisi di un cambiamento culturale profondo, in cui tre fattori si sono intrecciati: la trasformazione della famiglia (sempre meno figli, percepiti come "progetti" da proteggere), la caduta della comunità educante (sostituita da un individualismo in cui i figli degli altri non contano più come i propri), e una comunicazione mediatica pervasiva che amplifica ogni pericolo. «Un bernoccolo di un figlio oggi equivale come dolore per noi genitori a quando per mia madre io avevo una frattura al braccio», commenta l’esperto con un'immagine efficace. «Se non partiamo da questo concetto, non capiamo il presente».

La generazione del corpo sotto sequestro

Il risultato? Una generazione cresciuta sotto quello che Lancini definisce "un sequestro del corpo da parte dei genitori". Non c'è più il cortile, non ci sono più i campi, gli spazi di gioco spontaneo sono stati chiusi da tempo. «C'è scritto "vietato il gioco del pallone" nelle piazze. Se un adolescente tira una pallonata a un anziano in panchina, diciamo che è l'adolescente che non deve giocare».
I nostri figli fanno molte più attività di quante ne facessimo noi, ma sono tutte organizzate, strutturate, sotto il controllo degli adulti. Gli unici spazi rimasti fuori da questo controllo sono diventati i centri commerciali e alcuni locali. E internet. «È una società dissociata», continua Lancini. «Da una parte abbiamo una spinta potentissima a sequestrare i ragazzi, a volerli in casa chiusi in internet. Dall'altra ci lamentiamo del fatto che questi ragazzi sarebbero dipendenti dai social e dai videogiochi. Ma quali alternative gli abbiamo lasciato?». Quello descritto da Lancini è un paradosso terribile: gli stessi genitori che controllano ossessivamente i figli attraverso la geolocalizzazione, che li accompagnano ovunque, che monitorano ogni loro movimento, sono poi quelli che si disperano perché stanno troppo tempo davanti agli schermi. «Il più grande spacciatore di internet in Italia, secondo tutte le ricerche serie, è la mamma», dice Lancini senza giri di parole. «È colei che attraverso il telefono e i collegamenti consente di lavorare, governare, controllare la tata e il nonno, a partire dai 3-4 anni del bambino. Questo è il contesto che abbiamo creato».

Adolescenti in gruppo 

Crescere significa rischiare

E allora, cosa fare? Soprattutto adesso, dopo una tragedia che ha amplificato ogni paura? «Bisogna partire da una consapevolezza scomoda», risponde Lancini. «Senza rischi non c'è crescita. La vita comporta sempre dei rischi. La nascita stessa è fatta di rischi. Pensare di proteggere completamente i figli dalla crescita e dai rischi porta con sé delle conseguenze enormi». Non è cinismo, è realismo. I nostri figli nascono per essere consegnati al mondo. L'adolescenza è, per definizione, il momento in cui devono fare esperienze fuori dal controllo degli adulti. È così che si costruisce l'identità, è così che si impara a gestire l'ignoto e l'imprevisto. «Oggi invece viviamo in una cultura che sostiene che il mondo è pericoloso e che la famiglia è buona», continua. «Una cultura securitaria che però produce conseguenze drammatiche: il ritiro sociale è uno dei fenomeni più preoccupanti delle nuove generazioni. È l'equivalente dei disturbi del comportamento alimentare. I guai, sempre più spesso, i ragazzi li combinano in casa: i tagli, il suicidio, il ritiro».

Non esistono ricette, ma una direzione sì

Non c'è un'età giusta, valida per tutti, in cui iniziare a lasciare più libertà. «Non me la sentirò mai di dire qual è l'età giusta», ammette Lancini. «I soggetti vivono all'interno di contesti sociali diversi, angosce genitoriali diverse, fragilità diverse». Ma c'è una direzione, ed è quella opposta a quella che stiamo prendendo. «Io sono per l'autonomia massima. Il problema è che andiamo esattamente nella direzione contraria. Anzi, se non stai attento e succede qualcosa, ti denunciano per abbandono di minore». Lancini è consapevole che quello che dice non è fattibile, almeno non nell'immediato. «Gli adulti in questo momento non sono pronti, ad esempio, a politiche per cui se abiti entro 500 metri dalla scuola, dagli 8 anni devi andarci da solo».
Servirebbe un cambio culturale profondo. «Siamo pronti a questo?», chiede Lancini. «O abbiamo creato una società dove i bambini devono crescere tranquillizzando gli adulti, sentendo che sono protetti, in un contesto dove contano sempre meno perché sono pochi e dove il centro di tutto è l'anziano?»

Dopo Crans-Montana, la scelta che ci aspetta

E allora, dopo questa tragedia? Dopo giorni in cui abbiamo assistito impotenti a un evento terribile, identificandoci con quelle famiglie, percependo un dolore e una paura giganteschi? «Capisco le angosce di tutti», dice Lancini. «Ma dobbiamo metterci d'accordo. O ci diciamo la verità: smettiamola di raccontarci che vogliamo che i ragazzi vadano in giro, diciamo grazie al cielo che esistono gli schermi e continuiamo così. Oppure accettiamo che la crescita dei figli è sana non solo se vanno a nuoto, lo sport completo che piace a noi adulti, ma anche se fanno esperienze che non controlliamo».

Non esistono soluzioni semplici. Non esiste un modo per azzerare il rischio. Ma esiste una domanda che dobbiamo porci: cosa succede se, nel tentativo di proteggere i nostri figli da tutto, finiamo per proteggerli anche dalla vita stessa?