Il metodo che ha conquistato Kate Middleton: ecco perché il Reggio Emilia Approach rivoluziona l'educazione dei bambini
Condividi su
Quando una principessa, reduce da mesi di cure per un cancro, sceglie come prima uscita ufficiale all'estero una città dell'Emilia-Romagna, qualcosa di straordinario deve esserci. Kate Middleton è atterrata a Reggio Emilia con uno scopo preciso: osservare da vicino quello che nel mondo dell'educazione viene considerato un vero e proprio miracolo pedagogico. Un approccio al sapere così rivoluzionario da aver convinto la principessa di Galles — che nel 2021 ha fondato il Royal Foundation Center for Early Childhood, dedicato al benessere dei bambini nei primi anni di vita — a fare i bagagli e venire a vedere con i propri occhi come funziona. La città le ha conferito il "Primo Tricolore", il massimo riconoscimento cittadino, per la sua attenzione ai diritti dell'infanzia. E no, non è un caso.
Tutto comincia con un carro armato
Per capire il Reggio Emilia Approach bisogna tornare al secondo dopoguerra, a una città che cercava disperatamente di ricostruirsi. In quel clima di rinascita collettiva, un gruppo di donne dell'Udi — l'associazione femminista dell'Unione Donne Italiane — ebbe un'idea tanto folle quanto geniale: vendere i resti di guerra abbandonati dai militari tedeschi in ritirata. Con il ricavato di un carro armato, tre autocarri e sei cavalli costruirono il primo asilo del popolo. È in quell'asilo — oggi chiamato Anna Frank, e proprio lì Kate ha incontrato Ione Bartoli, una delle pioniere di questo metodo — che tutto ha avuto inizio.
Fu poi il pedagogista Loris Malaguzzi a trasformare quell'intuizione in una vera e propria filosofia educativa. La sua visione era radicale per l'epoca: i bambini non sono contenitori vuoti da riempire di nozioni, ma esseri pensanti, curiosi, capaci di costruire autonomamente la propria conoscenza. Lo ha racchiuso in una poesia diventata manifesto, "Invece il cento c'è", in cui scrive del bambino che possiede cento linguaggi — cento modi di esprimersi, di capire, di stare al mondo — ma la scuola e la cultura gliene rubano novantanove, separandogli la testa dal corpo, insegnandogli a pensare senza le mani.
Un bambino, cento linguaggi
Il cuore di tutto sta proprio in questa idea: il bambino è un soggetto di diritti e un produttore attivo di conoscenza, non un recipiente passivo. Nell'approccio reggiano non esiste un programma fisso da seguire, un'unica strada da percorrere. Si parte dalle domande dei bambini stessi — letteralmente. In alcune scuole di Reggio Emilia, ogni mattina si apre con il Parlamento dei bambini, un'assemblea in cui gli alunni portano le loro curiosità, le domande che più li tengono svegli, le idee che vogliono esplorare. E sono quelle domande a strutturare le attività della giornata, della settimana, del periodo. Una cosa semplice quanto rivoluzionaria: ascoltare davvero i bambini.
L'apprendimento, in quest'ottica, avviene attraverso le relazioni — con gli altri bambini, con gli insegnanti, con l'ambiente circostante, con i genitori. Perché anche la famiglia è considerata parte attiva e irrinunciabile del processo educativo. I genitori non vengono convocati solo ai colloqui o alle recite di Natale: sono invitati a confrontarsi con gli educatori, a partecipare all'allestimento degli spazi, ad accompagnare i bambini nelle uscite. Malaguzzi parlava di una triade bambino-insegnante-famiglia come base inscindibile dell'educazione.
Gli insegnanti che imparano insieme ai bambini
Se il bambino è costruttore di sapere, il ruolo dell'insegnante cambia radicalmente. Non è più la figura che dispensa verità dall'alto di una cattedra, ma una sorta di co-apprendista, come lo definisce l'approccio stesso. L'educatore reggiano osserva, pone domande, suggerisce, stimola — e impara. Le classi lavorano in piccoli gruppi, per favorire scambi autentici e permettere all'insegnante di seguire ogni bambino nei suoi tempi. E di tempi, nell'approccio reggiano, si parla molto: ogni bambino ha i propri, e vanno rispettati. Anche l'errore — quello stesso errore segnato di rosso dalla prima elementare in poi — viene riletto come parte naturale del percorso, non come un fallimento da punire.
"Il bambino è una persona complessa, che va accompagnata rispettando i suoi tempi e mettendo al centro anche l'errore", spiega Federico Ruozzi, presidente dell'Istituzione scuole e nidi del Comune di Reggio Emilia. "Che spesso dalla scuola primaria in poi viene percepito come un fallimento, segnato dalla biro rossa." Un cambio di prospettiva che, detto così, sembra ovvio — eppure nella pratica quotidiana della scuola italiana ed europea è ancora tutto fuorché scontato.
Gli spazi come terzo educatore
C'è un altro elemento che distingue le scuole reggiane da tutto il resto: l'ambiente fisico. Malaguzzi considerava lo spazio come un "terzo educatore", al pari degli insegnanti e della famiglia. Non aule qualsiasi, dunque, ma ambienti pensati per favorire l'esplorazione, il movimento, l'incontro. C'è la piazza centrale, cuore pulsante della scuola, dove i bambini si ritrovano per giocare, discutere, scambiarsi idee. Ci sono gli atelier — laboratori creativi dove prendono vita progetti che coinvolgono tutti i linguaggi possibili: verbali, visivi, tattili, sonori. E poi le pareti, che in queste scuole parlano: documentano le attività svolte, i lavori dei bambini, la storia della scuola. I muri dell'asilo Anna Frank sono stati tinteggiati l'estate scorsa da una ventina di genitori degli alunni, per trasmettere ai figli un messaggio preciso: prendersi cura della propria scuola è prendersi cura di sé.
Dal 1991 a oggi: una rete che abbraccia il mondo
Nel 1991 la rivista Newsweek inserisce la scuola dell'infanzia Diana nella classifica delle dieci migliori al mondo. È il momento in cui il Reggio Emilia Approach smette di essere un segreto italiano e diventa un modello globale. Tre anni dopo, con la scomparsa di Malaguzzi, il Comune istituisce Reggio Children, il centro internazionale che porta avanti la sua eredità. Oggi la rete si estende in 145 paesi, con scambi attivi che vanno dall'Albania al Kenya, da Cuba al Nepal.
A Reggio Emilia il sistema educativo è straordinariamente capillare: il Comune gestisce direttamente 12 nidi e 19 scuole dell'infanzia, all'interno di un sistema pubblico integrato che conta più di 80 servizi educativi sul territorio. Quattro bambini su cinque, in questa città, frequentano un nido o una scuola dell'infanzia — una percentuale che non ha eguali a livello nazionale. E il Comune investe il 13% del proprio bilancio in politiche per l'infanzia. Non è retorica: è una scelta politica precisa, che dice tutto su come una comunità decide di guardare al proprio futuro.
"Volevo venire a Reggio Emilia per questo mio grande interesse", ha detto Kate dopo la visita. "Sono affascinata dalla vostra filosofia, da come i bambini siano parte e al centro della comunità." Una frase che suona come la sintesi migliore di un approccio che, in fondo, chiede una cosa sola: smettere di guardare i bambini come il futuro, e iniziare a trattarli come il presente.
Condividi su